Brexit, “incubo” per l’Unione Europea si avvera: Johnson verso la premiership

Boris Johnson, esponente Tory favorevole alla Brexit senza accordo con l'Unione Europea, sarebbe in pole position per sostituire la dimissionaria Theresa May come premier. E Bruxelles trema.

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Boris Johnson, esponente Tory favorevole alla Brexit senza accordo con l'Unione Europea, sarebbe in pole position per sostituire la dimissionaria Theresa May come premier. E Bruxelles trema.

Non uno, né due, bensì tre gli indizi che portano in queste ore a prefigurare la vittoria di Boris Johnson alle primarie del Partito Conservatore nel Regno Unito e che vedranno gli iscritti votare in quattro round per uno degli 11 candidati in corsa, tra cui per l’appunto l’ex sindaco di Londra e già ministro degli Esteri del governo May, dimessosi meno di un anno fa per il forte disappunto sulla gestione del capitolo Brexit.

Anzitutto, l’uomo ha goduto nei giorni scorsi dell’appoggio esplicito di Donald Trump, in visita ufficiale nella capitale britannica. Il presidente americano ha esortato il governo di Sua Maestà a uscire dall’Unione Europea senza accordo, potendo confidare su un accordo commerciale “straordinario” con gli USA.

Brexit, ecco come May verrà sostituita presto

Secondariamente, uno dei più diretti avversari di Johnson, l’attuale ministro all’Ambiente, Michael Gove, anch’egli un “hard Brexiteer”, è finito nell’occhio del ciclone per la sua ammissione di avere fatto uso di cocaina quando era un giovane giornalista. Difficile che il “mea culpa” non abbia conseguenze sul voto tra l’elettorato Tory. Infine, sempre Johnson ha vinto in tribunale contro la richiesta di un giovane sostenitore della permanenza nella UE, che lo aveva citato in giudizio con l’accusa di avere mentito durante la campagna referendaria del 2016, quando aveva fatto girare un bus con su scritto “350 milioni di sterline ogni settimane pagate per la UE”. Se non altro, è uscita di scena una possibile fonte di imbarazzo per un candidato che punta a succedere alla premier Theresa May alla guida del governo.

Le primarie avranno luogo già domani per il primo turno e via via faranno uscire di scena i candidati meno votati, fino all’annuncio ufficiale del vincitore atteso per il 22 luglio. Se Johnson ce la farà, saranno probabilmente dolori seri per Bruxelles. Così come quasi tutti gli avversari, ad eccezione esplicita del ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, egli promette che il 31 ottobre, accordo o meno con la UE, la Brexit ci sarà.

E per spingere i commissari a concedere un accordo migliore di quello strappato dalla May, Johnson ha ieri annunciato che minaccerà di non pagare i 39 miliardi di sterline (circa 43,7 miliardi di euro), che la UE pretende siano corrisposti nei prossimi anni da Londra (cosiddetta “Brexit bill”) per gli impegni sottoscritti quando era parte a pieno titolo delle istituzioni comunitarie.

Lo scenario da incubo per Bruxelles

Dal canto loro, i funzionari europei ripetono che non intendono modificare i termini dell’intesa raggiunta nei mesi passati, ma gli interessi in gioco depongono in favore di un’altra lettura. Johnson, se diventasse il nuovo premier, sarebbe molto più autenticamente rigido con Bruxelles, dove già prima del referendum di 3 anni fa un alto funzionario osò esternare il suo “scenario da incubo” (“nightmare scenario”), nel caso in cui l’allora sindaco di Londra fosse a capo del governo britannico, Marine Le Pen alla presidenza francese e Beppe Grillo a Palazzo Chigi. Sappiamo quanto di quello scenario sia diventato parzialmente realtà.

Niente accordo sulla Brexit, Johnson scalda i motori

La Germania ha tutto l’interesse a non perdere un mercato di sbocco come il Regno Unito, che le fattura ogni anno 30 miliardi netti, quasi 3 volte in più di quanto incassa l’Italia esportandovi. Non solo, perché Johnson ha promesso che alzerà da 50.000 a 80.000 sterline la soglia di reddito, aldilà della quale scatterà la più alta aliquota fiscale del 40%. La misura costerebbe quasi 10 miliardi, soldi che intende prendere dagli accantonamenti del governo per il caso di “hard Brexit”.

In generale, punta ad abbattere la tassazione e la burocrazia, fronti su cui la stessa Germania non sembra affatto competitiva. Una separazione non consensuale con Londra porterebbe proprio a una sorta di “guerra” commerciale in primis e fiscale, in seconda istanza. Sappiamo quanto difficile sia tagliare le tasse nell’Europa continentale, dove i sistemi progrediti di welfare richiedono ingenti risorse pubbliche. Davvero i tedeschi vorranno arrivare a tanto, quando già oggi subiscono gli effetti negativi del rallentamento della congiuntura internazionale, assistendo per la prima volta da diversi anni persino a una lieve risalita del numero dei disoccupati?

giuseppe.

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