Brexit: hard o soft, le trattative vere partiranno tra un anno

Il governo May imbraccia la linea dura sulla Brexit, ma dalla UE è arrivata qualche apertura a sorpresa tra i commissari. E la sterlina perde il 18% contro il dollaro.

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Il governo May imbraccia la linea dura sulla Brexit, ma dalla UE è arrivata qualche apertura a sorpresa tra i commissari. E la sterlina perde il 18% contro il dollaro.

Resta sotto la pressione la sterlina inglese, ancora ieri a un cambio intorno a 1,2250 contro il dollaro, segnando un indebolimento di oltre il 18% rispetto al giorno del referendum sulla Brexit. La caduta stabilmente e molto al di sotto della soglia di 1,30 è arrivata in concomitanza con la conferenza annuale del Partito Conservatore, al governo di Londra, all’apertura della quale il premier Theresa May ha avvertito che non cederà sul controllo delle frontiere, in cambio dell’accesso al mercato comune europeo. Dunque, le dichiarazioni di Downing Street hanno ufficialmente aperto la strada a una possibile “hard” Brexit, ovvero a un’uscita dolorosa per entrambe le parti del Regno Unito dalla UE. Le trattative con Bruxelles, ha chiarito la May, partiranno non più tardi del marzo 2017.

Le reazioni delle istituzioni comunitarie non sono state meno dure. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha ribadito che non ha intenzione di fare sconti a Londra, mentre giovedì scorso è stato il presidente della UE, il polacco Donald Tusk, a spiegare ai britannici come avrebbero solamente due opzioni sul tavolo: una Brexit “hard” o una “soft”. (Leggi anche: Brexit, linea Juncker insostenibile)

Trattative sulla Brexit dopo le elezioni in Francia e Germania

Già nelle settimane scorse si erano registrate le prese di posizioni molto ferme di Germania e Francia, quasi di ritorsione da parte di Parigi, ma non meno pesanti nemmeno di quelle di Berlino. Eppure, venerdì ci ha pensato il vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, a cercare di quietare le acque, dichiarando che un’uscita “alleggerita” dalla UE sarebbe possibile per i britannici, a patto di rispettare alcune condizioni. Prima era stato anche il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, socialista, ad auspicare una Brexit, che mantenga “amichevoli” le relazioni tra Londra e UE.

Dombrovkis è vicino alla Germania, considerato un “falco” dell’austerità fiscale, per cui è probabile che segnali o una spaccatura all’interno del fronte germanico sul tema o un gioco delle parti tra governo tedesco e politici alleati. In effetti, la Germania non può permettersi ufficialmente aperture alla linea dura del governo May, altrimenti fornirebbe un assist agli euro-scettici tedeschi, che riuniti nella formazione AfD viaggerebbero intorno al 12% dei consensi su base federale. (Leggi anche: Brexit, beffa dei tedeschi: niente sussidi a immigrati UE)

 

 

 

Rischio dazi su esportazioni

Al voto c’è anche la Francia nel 2017 e tutti i candidati dei due principali schieramenti (non il Fronte Nazionale di Marine Le Pen) si mostrano agguerriti contro i britannici, difendendo, almeno a parole, la libera circolazione dei lavoratori UE, quale principio irrinunciabile per continuare a garantire al Regno Unito l’accesso al mercato comune.

Nel caso in cui Londra non riesca nell’intento di salvaguardare intatte le relazioni commerciali con la UE, per le sue imprese arriverebbe una stangata del 5,3%, stando alle regole del WTO, in quanto a tanto ammonterebbero i dazi eventualmente eretti da Bruxelles contro beni e servizi britannici. Lo stesso accadrebbe, però, per le nostre esportazioni verso Londra. E sappiamo che l’Italia e più di tre volte tanto la Germania, oltre a Francia, Spagna, Olanda, etc., esportano verso il Regno Unito più di quanto importino, per cui saremmo noi i veri sconfitti nel caso di una hard Brexit. (Leggi anche: Brexit, linea dura mette a rischio 100 miliardi a 5 paesi UE)

Un errore, però, la May sembra averlo commesso: nel tentativo di rassicurare gli elettori sul fatto che il paese uscirà davvero dalla UE, ha voluto indicare una data di riferimento per fare scattare la clausola contenuta nell’art.50 del Trattato di Lisbona, il marzo del 2017. Troppo presto, in verità, perché le vere trattative partiranno tra non prima di un anno, dopo che avrà votato la Germania.

 

 

 

Il Parlamento di Londra non sarà un freno a hard Brexit

Fino al settembre 2017, quindi, assisteremo a toni di scarsa apertura da entrambi i fronti, lasciando il posto ad altri più distesi nei mesi seguenti. Difficile appare la chiusura del negoziato entro il 2019. Ne serviranno diversi di più di anni, presumibilmente dovremmo attendere almeno le elezioni del 2019-2020. Nel frattempo, i fautori della Brexit soft, se non della permanenza del Regno Unito nella UE, confidano nel voto del Parlamento di Londra, sperando che i deputati moderino le posizioni più oltranziste del governo. E dopo settimane di tentennamenti, la May ha ceduto sul punto, assicurando che consentirà un dibattito sul tema in Parlamento, ma non anche una votazione.

Invece, Westminster difficilmente fungerebbe da freno per una hard Brexit, dato che i “Leave” hanno vinto a giugno nel 70% dei collegi elettorali e nessun deputato intende perdere il seggio. In più, i soli conservatori hanno la maggioranza assoluta dei seggi e difficilmente coloro che si sono schierati per il “Remain” si metterebbero di traverso contro il loro stesso governo, senza contare quanti, tra le file dell’opposizione, sosterrebbero ugualmente l’uscita del Regno Unito dalla UE, se non pure dal mercato comune, quest’ultima un’opzione allettante per parecchi laburisti, rappresentanti degli interessi della “working class” britannica. (Leggi anche: Brexit, dichiarazioni May allontanano mercato comune)

 

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