Brexit, caos a Londra: ecco gli scenari possibili dopo la bocciatura dell’accordo con la UE

Brexit sempre più nel caos. Ecco cosa accadrà in questi giorni e perché non conviene a nessuno che il Regno Unito esca dalla UE senza un accordo.

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Brexit sempre più nel caos. Ecco cosa accadrà in questi giorni e perché non conviene a nessuno che il Regno Unito esca dalla UE senza un accordo.

Theresa May umiliata per la seconda volta in due mesi. Anche ieri il Parlamento di Westminster ha bocciato con 391 voti contrari e solo 242 a favore la sua seconda proposta di accordo sulla Brexit, che aveva faticosamente raggiunto con la UE. Ad avere ucciso le ultime speranze di farcela era stato nel primo pomeriggio Geoffrey Cox, il legale del governo, che aveva definito “inaccettabile” l’intesa con Bruxelles, in quanto avrebbe continuato a tenere l’Irlanda del Nord giuridicamente staccata dal resto del Regno Unito.

E una settantina di deputati conservatori più anti-UE ha subito preso la palla al balzo per annunciare la propria contrarietà, nonostante la premier avesse supplicato il suo partito a votare l’accordo, avvertendolo che altrimenti a rischio vi sarebbe stata proprio la Brexit, ossia l’uscita del Regno Unito dalla UE.

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La ragione dello scontento diffuso nella maggioranza, compresi i 10 deputati del DUP, gli alleati unionisti nord-irlandesi, risiede tutta in quel “backstop” preteso da Bruxelles, la garanzia che nel caso di un mancato accordo, l’Irlanda del Nord resterebbe nel mercato unico, così da impedire la ricreazione delle frontiere fisiche e commerciali con la Repubblica d’Irlanda. Uno smacco alla sovranità nazionale di Londra, che si vedrebbe quasi smembrata, con una delle sue regioni a continuare a far parte della UE.

A questo punto, vediamo cosa succede. Entro oggi, la May ha annunciato che al Parlamento sarà sottoposto il voto sul “no deal”, cioè i deputati dovranno esprimersi sull’ipotesi che la Brexit possa realizzarsi dal 29 marzo prossimo anche senza un accordo con i commissari. Il governo ritiene che il mancato accordo debba essere sostenuto quale arma negoziale, così da mettere Bruxelles con le spalle al muro e costringerla a scegliere tra un’intesa ragionevole o una “hard Brexit”. I numeri per approvare l’ipotesi del “no deal” non vi sarebbero in Parlamento, se è vero che le opposizioni siano tutte contro e anche l’ala meno intransigente dei Tories sarebbe per disinnescare il rischio di un’uscita dalla UE senza accordo commerciale.

La parola torna al Parlamento

Nel caso in cui fosse bocciato anche il “no deal”, domani il Parlamento verrebbe chiamato ad esprimersi sul da farsi, cioè se richiedere un’estensione dei tempi previsti dall’Articolo 50 del Trattato di Lisbona per uscire dalla UE. L’ipotesi sarebbe di rinviare dal 29 marzo ad almeno la metà di aprile la data per abbandonare le istituzioni comunitarie, ma non si escludono scadenze più lontane. A quel punto, tutti gli altri membri della UE dovrebbero accettare, altrimenti il rinvio non sarebbe concesso. E Bruxelles ha avvertito già che questo sarebbe consentito solo nel caso in cui Londra dimostrasse di voler tendere a un accordo entro tempi brevi, mentre nuove grosse concessioni da parte sua non ve ne sarebbero.

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Secondo la May, invece, man mano che ci si avvicinerebbe al 29 marzo, se il Regno Unito si riservasse l’ipotesi del mancato accordo come tattica negoziale, la UE cederebbe sul “backstop”. In effetti, tanti gli interessi in gioco. L’Eurozona, in particolare, si trova in una fase di rallentamento economico preoccupante, con Italia in recessione e Germania quasi. E questi due paesi sarebbero tra i più colpiti, insieme a Olanda e Francia, da un’eventuale “hard” Brexit. La sola Germania vanta un attivo commerciale di almeno 30 miliardi di euro all’anno verso il mercato britannico, l’Italia sui 13. Numeri, che sarebbero a rischio con una uscita senza accordo per regolare gli scambi. In teoria, tra poco più di un paio di settimane l’import-export tra UE e Regno Unito verrebbe interrotto traumaticamente per l’incertezza giuridica dei rapporti tra le due parti e nel frattempo verrebbero imposte reciprocamente tariffe doganali.

La May, nonostante una disfatta clamorosa come quella rimediata il 15 gennaio scorso con la prima bozza di accordo, non si dimetterà da premier per due ragioni. In primis, perché avendo superato il voto di sfiducia presentato dalla minoranza del suo stesso partito da poche settimane, formalmente non può più essere sfiduciata da qui ai prossimi mesi; secondariamente, perché nel caso in cui lasciasse Downing Street, Londra rischierebbe di scivolare nel caos.

Se vi fossero elezioni generali anticipate, ad esempio, queste verrebbero probabilmente vinte dai laburisti, i quali hanno aperto formalmente all’ipotesi di un secondo referendum per far decidere ai britannici se vogliano uscire o restare nella UE. Gli ultimi sondaggi propendono per il secondo scenario. Insomma, con la May dimissionaria la Brexit sarebbe in pericolo.

Gli scenari

Ieri, la sterlina è arrivata a perdere l’1,6% contro l’euro, anche se paradossalmente ha chiuso la seduta con un minimo rialzo giornaliero, confortata probabilmente dal fatto che i deputati oggi voteranno per una “soft” Brexit, respingendo l’ipotesi di un “no deal”. Se c’è, invece, una valuta che nelle prossime settimane si apprezzerebbe per effetto delle tensioni tra Londra e Bruxelles, questa sarebbe il franco svizzero, porto sicuro per i capitali esteri, specie europei. Viceversa, il cambio euro-dollaro rischia di deprezzarsi nel caso di una “hard” Brexit, in quanto lo scenario verrebbe percepito negativamente per le sorti economiche sia dell’Eurozona che del Regno Unito e allontanerebbe l’avvio della stretta monetaria della BCE, che ha citato anche all’ultima riunione del board proprio queste tensioni tra i fattori critici per l’economia dell’area. L’ultima cosa che servirebbe all’unione monetaria in questa fase sarebbero problemi sul fronte delle relazioni commerciali con un partner importante come Londra. Scenderebbero con ogni probabilità ancora di più i rendimenti sovrani tedeschi per effetto del clima di avversione al rischio sui mercati, mentre gli indici azionari di tutta Europa arretrerebbero, scontando sia un calo del fatturato delle imprese quotate, sia il duro colpo alle economie.

Per questo, il nostro scenario di base sarebbe il seguente: Westminster oggi voterà contro il “no deal” e una probabile estensione dei tempi per l’uscita dalla UE.

La “hard” Brexit diventa sempre più probabile, ma riteniamo che sia ancora da considerarsi uno scenario secondario, per le ragioni sopra citate. Né il Regno Unito, né i principali governi europei possono permettersi, specie in questa fase, una separazione così dolorosa. In ballo ci sono decine di miliardi di fatturato delle imprese europee e pensiamo che un attimo prima della data ultima, la Germania prenderà con ogni probabilità la situazione in mano per evitare contraccolpi alla sua economia, anche a costo di rinunciare al moloch delle quattro libertà fondamentali del mercato unico (di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone), rassicurando la controparte anche sulla temporaneità del “backstop” sull’Irlanda del Nord.

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