Brexit, attacco finanziario all’Italia sventato (sinora) da Draghi

Acquisti BCE di BTp e Bonos contro un eventuale attacco finanziario dopo la Brexit. Mario Draghi sta mettendo in sicurezza il nostro debito dalla speculazione, le critiche del premier Renzi appaiono fuori dalla realtà.

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Acquisti BCE di BTp e Bonos contro un eventuale attacco finanziario dopo la Brexit. Mario Draghi sta mettendo in sicurezza il nostro debito dalla speculazione, le critiche del premier Renzi appaiono fuori dalla realtà.

Il primo effetto della Brexit è stata la fuga dei capitali dagli assets considerati più a rischio verso i cosiddetti beni-rifugio, come l’oro e i Treasuries. I rendimenti decennali dei titoli di stato USA sono scesi ieri al nuovo minimo storico dell’1,377%. Per la BCE di Mario Draghi, questi dati sono i sintomi di uno scenario potenzialmente pericoloso per l’integrità dell’Eurozona, essendo alto il rischio che torni un attacco finanziario contro la periferia, come nel terribile biennio 2011-2012.

A differenza di allora, però, Francoforte dispone oggi di uno strumento di protezione dei bond governativi più deboli abbastanza potente. Noto come “quantitative easing”, il programma di acquisti di titoli di stato dell’Eurozona, ma anche di Abs, “covered bond” e obbligazioni private non finanziarie per 80 miliardi al mese rappresenta una barriera finora abbastanza efficace contro la speculazione.

Ne è dimostrazione proprio l’Italia, le cui banche hanno perso in borsa quest’anno oltre la metà del loro valore, ma al contempo il Tesoro riesce ad emettere debito a rendimenti negativi fino alla scadenza dei 3 anni, mentre i decennali si attestano ancora al di sotto dell’1,30%, in prossimità dei minimi storici.

Acquisti BCE flessibili nel tempo

I dati forniti dalla stessa BCE segnalerebbero un’intensificazione degli acquisti dei nostri titoli di stato, nonché di quelli spagnoli nelle ultime settimane. A tale proposito vale una premessa: Francoforte acquista bond sulla base delle dimensioni economiche degli emittenti, non dell’entità dei debiti sovrani. E’ la regola nota come “capital key”, che premia sostanzialmente i titoli dei paesi indebitati al di sotto della media dell’area, come la Germania. Per la Francia e la Spagna, invece, tale condizione è quasi neutrale, avendo i due paesi gradi di indebitamento poco superiori alla media euro. Per l’Italia, al contrario, con un indebitamento pubblico di quasi il 50% più alto della media, si traduce in un’evidente penalizzazione.

Tuttavia, sin dall’inizio dell’attuazione del QE, la BCE avrebbe applicato tale regola con un grado minimo di elasticità, riscontrando difficoltà nell’acquisto di titoli del debito dei paesi più piccoli e, quindi, con un mercato del debito sovrano meno liquido, spostando così parte degli acquisti in favore dei paesi più grandi.

Ecco, quindi, che gli uomini di Draghi hanno così acquistato titoli tedeschi e francesi in quantità superiore a quella consentita dalla “capital key” per circa l’1%, mentre l’Italia, che possiede il mercato del debito sovrano più ampio dell’area, ha beneficiato per lo 0,9% e la Spagna per lo 0,65%.

 

 

 

Attacco finanziario sventato da acquisti BCE

A giugno, però, i veri beneficiari di questa applicazione elastica dei criteri del QE sono state proprio Italia e Spagna, i cui titoli di stato sono stati acquistati nella misura del 2,15% e dell’1,64% in più della quota loro spettante, quando i Bund hanno registrato un saldo positivo dello 0,4% e i titoli francesi dello 0,89%.

Cosa significano questi numeri? A giugno, la BCE ha acquistato BTp e Bonos in misura decisamente superiore alla quota consentita dalle regole. Il perché di questa operazione potrebbe avere spiegazioni diverse: maggiore difficoltà a reperire Bund sul mercato, non essendo più acquistabili fino alla scadenza dei 7-8 anni, a causa dei rendimenti inferiori al limite minimo accettabile del -0,4%? Azione preventiva per sventare un possibile attacco finanziario ai danni delle economie semi-periferiche? Forse, entrambe.

Crisi spread tornerebbe in un battibaleno senza Draghi

Venerdì 24 giugno, alla riapertura dei mercati dopo il referendum sulla Brexit, lo spread BTp-Bund a 10 anni era esploso fin quasi a ridosso dei 200 punti base, salvo ripiegare all’istante a 160 bp. Provvidenziale è stato l’intervento della BCE, che con ordinativi di titoli italiani ne ha sostenuto i prezzi, a dimostrazione che la preoccupazione numero uno di Draghi è stata sin dall’inizio la tutela del Sud Europa, il quale saltando porrebbe fine alla moneta unica.

Alla luce anche di questi fatti, appaiono davvero squilibrate e ingenerose le critiche del premier Matteo Renzi al numero uno di Francoforte, accusato di avere fatto poco per riformare le banche popolari, all’epoca in cui dirigeva il Tesoro.

Se per ripicca infantile, la BCE sospendesse gli acquisti dei BTp, Renzi dovrebbe uscire da Palazzo Chigi molto più velocemente di quanto non fece nel novembre del 2011 un illustre suo predecessore per la crisi dello spread.

 

 

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