BREXIT

Inizia il negoziato sulla Brexit e già Theresa May è un’anatra zoppa

Inizia oggi il negoziato sulla Brexit. Il governo di Theresa May è sotto pressione per strappare alla UE il migliore accordo possibile. Si allontana lo scenario più duro, mentre il destino del premier appare segnato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Inizia oggi il negoziato sulla Brexit. Il governo di Theresa May è sotto pressione per strappare alla UE il migliore accordo possibile. Si allontana lo scenario più duro, mentre il destino del premier appare segnato.

A distanza quasi esatta di un anno dal referendum sulla Brexit, il Regno Unito e la UE iniziano oggi formalmente le trattative per il divorzio. Nella tarda mattinata odierna, il ministro britannico con apposita delega, David Davis, e il capo-negoziatore per la Commissione europea, Michel Barnier, s’incontrano per mettere a punto le linee-guida sulle quali verranno impostate le prossime tappe, che porteranno all’uscita del Regno Unito dalla UE entro la fine dell’anno prossimo o forse l’inizio i primi mesi del 2019. L’interrogativo che da mesi tutti si pongono è se si tratterà di una “hard” o “soft” Brexit.

La distinzione è lessicale, bensì molto sostanziale. Londra ha fatto intendere sin dalla fine del settembre scorso, che sarebbe disposta anche a uscire dal mercato unico, qualora non le fosse consentito di riottenere la piena sovranità nazionale sul tema dell’immigrazione. In altre parole, il governo britannico di Theresa May vorrebbe strappare a Bruxelles il potere di decidere sui flussi migratori dalla UE. Poiché il mercato unico si regge sull’inscindibilità delle quattro libertà fondamentali (di circolazione delle merci, dei servizi, del capitale e delle persone), Barnier ha già chiarito che senza un riconoscimento di questi principi-cardine, Londra perderebbe anche l’accesso a uno spazio comune di 500 milioni di consumatori. (Leggi anche: Brexit soft, colloqui a rischio con UE)

Scenario mutato con elezioni anticipate

Dunque, se la May dovesse tenere una posizione rigida sul punto, così come anche sulla sottrazione del Regno Unito alla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, l’esito sarebbe molto probabilmente una “hard” Brexit, con la conseguenza che tra UE e Regno Unito verrebbe ripristinate barriere doganali e non.

Fino all’8 giugno scorso, data delle elezioni anticipate volute proprio dal premier, gli analisti erano molto inclini a ritenere che il negoziato con Bruxelles sarebbe stato duro, scontando lo scenario di una “hard” Brexit e senza necessariamente che questo preveda la sottoscrizione di alcun accordo tra le parti, avendo Downing Street chiarito più volte che “meglio nessun accordo, piuttosto che un cattivo accordo” (“no deal is better than a bad deal”). Quest’ultima ipotesi è assai temuta dai mercati, in quanto segnerebbe un divorzio molto polemico con la UE e possibili tensioni durature tra le parti, anche e, soprattutto, sui temi economici.

L’alleanza necessaria con gli unionisti dell’Ulster

Tuttavia, le elezioni sono andate assai diversamente da come ci si aspettasse e, in particolare, di quanto avesse sperato la May. I Tories hanno rivinto, ma perdendo la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni, cosa che li ha costretti a siglare un’alleanza con il partito unionista protestante dell’Irlanda del Nord, che con i suoi 10 seggi consentirà loro di continuare a governare.

La mezza sconfitta rimediata dal premier starebbe già facendo cambiare rotta ai Tories, molti dei quali sembrano convinti e starebbero facendo pressione sul governo, affinché la Brexit sia “soft” e mantenga le più strette relazioni commerciali con la UE. Peraltro, i protestanti nord-irlandesi hanno chiarito che daranno sostegno al governo sulla Brexit, ma chiedono anche che i confini con l’Irlanda siano il meno problematici possibile, altrimenti l’Ulster rischierebbe tensioni sociali e politiche, oltre che economiche. (Leggi anche: Brexit adesso nelle mani degli irlandesi)

Destino segnato per Theresa May?

In definitiva, la May è chiamata adesso dalla sua stessa maggioranza a divorziare dalla UE, ma restando nel mercato unico e a strappare il migliore accordo possibile per il mantenimento di relazioni economiche peculiari con la Repubblica d’Irlanda. Non sarà semplice tenere insieme tutti questi obiettivi, ma avendo perso la scommessa elettorale su cui aveva investito tutto il suo capitale politico e personale, il premier non potrà fare diversamente.

Semmai, nei corridoi di Westminster, quelli che corrispondono al nostro Transatlantico alla Camera dei Deputati, si parla apertamente del fatto che la May non sarà quasi certamente il leader dei Tories per le prossime elezioni generali. Ha dimostrato di essere una pessima “performer” in campagna elettorale, dilapidando incredibilmente un vantaggio mostruoso di 24 punti percentuali, che i sondaggi le accreditavano sugli avversari fino ad appena un mese fa.

E dire che aveva girato per le città britanniche puntando non sull’immagine di leader conservatore, bensì su sé stessa, tanto che si era parlato di fenomeno “mayista”, che avrebbe dovuto sbaragliare gli avversari. E’ accaduto l’esatto contrario. Fosse stato per i suoi compagni di partito, avrebbe sloggiato già da Downing Street, ma ciò avrebbe creato una ferita tra i Tories, che con ogni probabilità avrebbe implicato il ricorso immediato a nuove elezioni anticipate. Pertanto, logica vuole che la May resti in carica fino a quando non sarà finito il negoziato sulla Brexit. Avendo trascinato il partito in una brutta figura, sarà “condannata” a governare per fare il lavoro sporco e dal giorno dopo si aprirà la battaglia interna per sostituirla. (Leggi anche: Elezioni UK, risultati shock: conservatori senza maggioranza, rischio caos Brexit)

 

 

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Argomenti: Brexit

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