Brexit adesso nelle mani degli irlandesi, opportunità per Dublino

La Brexit sarà gestita da un governo sorretto da conservatori e unionisti protestanti dell'Irlanda del Nord. L'Irlanda può guardare con maggiore fiducia alle sue relazioni con Londra.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Brexit sarà gestita da un governo sorretto da conservatori e unionisti protestanti dell'Irlanda del Nord. L'Irlanda può guardare con maggiore fiducia alle sue relazioni con Londra.

Theresa May si è recata a Buckingham Palace, poco dopo mezzogiorno di oggi, al fine di incontrare la Regina Elisabetta per discutere sulla formazione del nuovo governo. L’esito delle elezioni politiche di ieri lo conosciamo già: i conservatori hanno vinto senza ottenere la maggioranza assoluta dei 326 seggi, ma fermandosi a quota 318-319 seggi su 650. Per questo, il partito degli unionisti dell’Irlanda del Nord, grazie ai 10 seggi conquistati (dagli 8 del 2015), tramite il loro leader Peter Foster si è espresso per offrire il proprio sostegno al premier, ammettendo che quella attuale sarebbe per loro la migliore situazione possibile, in quanto accrescerebbe il loro potere negoziale a Londra. (Leggi anche: Elezioni UK, risultati shock)

Sulla Brexit, gli unionisti protestanti hanno una posizione simile a quella dei Tories, avendo votato gli irlandesi del nord in netta maggioranza per uscire dalla UE al referendum dello scorso anno. A differenza della Scozia, quindi, qui l’Ulster non è un terreno fertile per coltivare sogni europeisti e grazie a ciò la May può limitare i danni della scommessa persa sulle elezioni, godendo del sostegno del DUP.

Gli scambi commerciali tra Londra e Dublino

Foster chiede al governo, però, “frictionless border” con la Repubblica d’Irlanda al sud, ovvero rapporti di buon vicinato con il resto dei fratelli irlandesi, un obiettivo che per Londra non sarà semplice da perseguire insieme alla Brexit, che al contrario prevederebbe proprio frontiere sbarrate a quelli che attualmente sono gli altri 27 membri della UE, tra cui l’Irlanda.

Dublino può sperare in una “soft” Brexit, intrattenendo con il Regno Unito relazioni commerciali intense. Stando ai dati della Camera di Commercio britannica, nel 2015 le imprese di Sua Maestà hanno esportato in Irlanda per complessivi 20 miliardi di euro, importando da essa meno di 15 miliardi. In altre parole, gli irlandesi segnalano un deficit commerciale strutturale con Londra. La nota interessante è che gli scambi tra i due paesi risultano triplicati in venti anni.

Il premier “in pectore” irlandese Leo Varadkar si è mostrato contento dei risultati shock delle elezioni britanniche, sostenendo che essi non confermerebbero una posizione favorevole a una Brexit “hard”, che nella pratica consisterebbe nella possibilità non esclusa dal premier May di lasciare la UE e persino il mercato comune, nel caso in cui a Londra non fosse consentito da Bruxelles di riappropriarsi della sovranità nazionale in tema di controlli alle frontiere.

Verso un rapporto speciale con l’Irlanda?

La Camera di Commercio irlandese ha ammonito all’inizio di giugno sulle conseguenze di una uscita burrascosa del Regno Unito dalla UE, sostenendo che gli scambi tra Dublino e Londra rischierebbero di ridursi del 20%, distruggendo 40.000 posti di lavoro e il 4% del pil in Irlanda entro 10 anni. Del resto, il 30% delle esportazioni dell’Ulster sono dirette al sud, ragione per cui il DUP si farà carico di mantenere legami con l’Irlanda. (Leggi anche: Hard Brexit, Londra fuori anche dal mercato comune)

Diciamoci la verità. Dopo tutto, non si tratta di un partner davvero scomodo per i Tories e per Dublino si apre uno scenario più positivo di quello che s’intravedeva fino a ieri sera. Londra divorzierà certamente da Bruxelles, ma cercherà il modo di mantenere un rapporto speciale con gli irlandesi. Unica preoccupazione: la sterlina debole, che colpirebbe proprio le esportazioni dell’Eire verso il Regno Unito. I mercati saranno in tensione per settimane, fino a quando le trattative tra i britannici e i commissari europei non partiranno. E non è detto che un “hung Parliament” lo consenta presto.

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Argomenti: Brexit, Economie Europa, Politica Europa

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