Brasile, Lula si ricandida e attacca la riforma delle pensioni

L'ex presidente brasiliano Lula torna in campo e punta a ricandidarsi nel 2018. Ai suoi comizi ricorda i successi delle sue amministrazioni, che appaiono ormai ricordi sbiaditi.

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L'ex presidente brasiliano Lula torna in campo e punta a ricandidarsi nel 2018. Ai suoi comizi ricorda i successi delle sue amministrazioni, che appaiono ormai ricordi sbiaditi.

Luis Inacio Lula da Silva, o più semplicemente Lula, è tornato. Nei giorni scorsi, ha tenuto un comizio nella città di Salvador de Bahia, nel povero nord-est del Brasile, area che gli ha consentito nel 2002 di vincere le elezioni presidenziali e di ottenere un secondo mandato nel 2006. Qui, davanti a 3.000 sostenitori al grido di “Lula, non ti abbandoneremo”, ha di fatto lanciato la sua candidatura per il 2018, quando si terranno le nuove elezioni presidenziali, anche se sulla sua persona pesa la condanna a quasi 10 anni di carcere per corruzione, definita dal diretto interessato una sentenza frutto della volontà dei suoi avversari di eliminarlo politicamente, impedendogli di tornare in campo. All’età di 71 anni, spiega di sentirsi come un ragazzo di 30, pronto a lottare per tornare alla presidenza. (Leggi anche: Brasile, Lula condannato a 10 anni)

Se entro la metà di agosto dell’anno prossimo dovesse arrivare una sentenza di condanna anche in appello, infatti, Lula non potrebbe ricandidarsi. Stando ai sondaggi, sarebbe oggi il personaggio politico più popolare del Brasile e vincerebbe il primo turno, ma verrebbe sconfitto al ballottaggio, quando una maggioranza di elettori si coalizzerebbe contro di lui.

Figura di riferimento per la sinistra sudamericana, Lula resta un personaggio controverso. Sotto i suoi 8 anni di presidenza (2003-2011), l’economia brasiliana visse una fase di boom, tanto che lasciò in eredità alla sua delfina Dilma Rousseff un tasso di crescita del pil del 7,5%. Grazie a questo trend brillante, sostenuto dall’impennata dei prezzi delle materie prime, furono possibili programmi assistenziali per i più poveri, come Bolsa Familia, ancora oggi popolarissimi, seppur parzialmente ridimensionati. Si trattava di un piano di aiuti alle famiglie, che in cambio erano tenute a mandare i figli a scuola, con l’obiettivo di spezzare il circolo vizioso tra povertà, analfabetismo e povertà.

Lula attacca riforma pensioni

Davanti a una folla festante, Lula ha rivendicato i successi delle sue amministrazioni: 22 milioni di posti di lavoro creati, nascita di 6 milioni di micro-imprese, aumento del salario minimo del 74% e crescita dei redditi del 10% più povero della popolazione a ritmi superiori di quelli del 10% più ricco. (Leggi anche: Crisi Brasile, ritorno Lula possibile)

Tuttavia, i successi di Lula sono oggi scarsamente visibili. Finita l’era del boom delle materie prime, sono rimaste solo le elevate spese, che hanno fatto esplodere il deficit pubblico al 10% del pil, mentre nel biennio 2015-2016 la recessione si è mangiata circa 7 punti e mezzo di ricchezza annua prodotta. Per cercare di contrastare il crescente indebitamento della prima economia sudamericana, il governo di Michel Temer sta cercando di varare una difficile riforma delle pensioni, che inevitabilmente innalza l’età minima per uscire dal lavoro.

E consapevole dell’impopolarità di queste misure, Lula ha attaccato a testa bassa il disegno dell’esecutivo, sostenendo che punterebbe a distruggere la previdenza, caricando sui lavoratori il costo della crisi, ricordando di avere lasciato conti pensionistici in attivo. Eppure, una riforma delle pensioni servirebbe come l’aria in Brasile, dove nonostante la giovane età media della popolazione, questa voce di spesa ha assorbito l’11,3% del pil nel 2015 e si calcola che arriverebbe al 14% entro il 2021 e al 18% entro il 2030.

Rischi politici

La preoccupazione degli analisti e dei mercati sta tutta qui: se al prossimo giro vincerà un esponente populista, si chiami o meno Lula, potrebbero compiersi diversi passi indietro, rispetto alla recente tendenza di modernizzare l’economia. Anzi, per il capo-economista di Credit Suisse, Nilson Teixeira, nemmeno sotto la prossima presidenza verrebbe centrato l’obiettivo del pareggio di bilancio. Egli spiega come il Brasile si starebbe imbattendo in un periodo di bassa crescita del pil (meno del 2% all’anno), di alto tasso di disoccupazione naturale e di bassi investimenti.

Piaccia o meno, se Lula tornasse al potere, non si ritroverebbe nelle stesse condizioni di 15 anni fa. Con i prezzi delle materie prime in netto calo rispetto ai massimi degli anni passati e un debito pubblico già al 70% del pil, di spazio per varare nuove politiche di spesa non ve ne sarebbe. Chiunque succederà a Temer dovrà scegliere se portarne avanti le riforme economiche, pagando lo scotto obbligato dell’impopolarità, almeno temporanea, oppure se disfare il clima di fiducia ricreatosi nell’ultimo anno e mezzo, ma rischiando di far tornare l’economia in recessione. I tempi di Bolsa Familia sembrano finiti. (Leggi anche: Brasile, riforme e austerità a rischio)

 

 

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