Brasile, Lula perde l’appello: è incandidabile. Volano bond, azioni e cambio

L'ex presidente del Brasile Lula non potrà candidarsi alle prossime elezioni e il mercato reagisce festeggiando. Restano le incognite politiche, anche se l'attuale capo dello stato riformatore ha ora più chances per un secondo mandato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'ex presidente del Brasile Lula non potrà candidarsi alle prossime elezioni e il mercato reagisce festeggiando. Restano le incognite politiche, anche se l'attuale capo dello stato riformatore ha ora più chances per un secondo mandato.

All’unanimità, i giudici della Corte di Appello hanno confermato la condanna per corruzione dell’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, noto più semplicemente come Lula. Anzi, ne hanno innalzato da 9 anni a sei mesi a oltre 12 anni la reclusione, sostenendo che vi sarebbero prove evidenti della sua colpevolezza. L’ex capo dello stato nega le accuse e formalmente potrebbe ora fare appello al terzo grado di giudizio, rivolgendosi all’Alta Corte. Tuttavia, non solo è improbabile che la sua condanna venga cancellata, ma nemmeno vi sarebbero i tempi tecnici per correre alle elezioni presidenziali dell’ottobre prossimo. In teoria, Lula può registrarsi per la corsa entro la metà di agosto, ma nel momento stesso in cui lo facesse, la sua iscrizione verrebbe respinta per la condanna riportata. In sostanza, Lula è incandidabile. (Leggi anche: Brasile, Lula condannato)

L’uomo si difende e dichiara davanti ai suoi sostenitori di essere consapevole di non avere commesso alcun reato. I giudici lo hanno trovato colpevole di corruzione, nell’ambito della maxi-inchiesta “Operazione Lavaggio Auto”, che ha portato agli arresti di centinaia di personalità politiche e del mondo degli affari, nei fatti portando anche all’impeachment del successore di Lula alla presidenza, Dilma Rousseff, nel 2016. In particolare, è stato condannato per avere accettato un immobile e una mazzetta da un milione di dollari, in cambio di appalti pilotati per la compagnia petrolifera statale Petrobras.

Lula sostiene che si tratti di una congiura politica per evitarne il ritorno alla presidenza, dopo gli otto anni trascorsi alla guida del Brasile, prima economia sudamericana, tra il 2003 e il 2011. Secondo i sondaggi, l’ex leader del Partito dei Lavoratori sarebbe in testa nei consensi con il 36%, anche se è molto contrastato dall’opinione pubblica per le vicende relative alla tangentopoli carioca. Quando lasciò la presidenza alla delfina, il tasso di approvazione si attestava all’83%, oltre 10 volte più alto di quello di cui attualmente godrebbe il presidente Michel Temer, un centrista riformatore, che paga in termini di popolarità per le politiche di austerità fiscale e alcune riforme varate o in corso di approvazione, come quella sulle pensioni.

La festa dei mercati

I mercati sembrano in festa dopo la condanna confermata e inasprita in appello ai danni di Lula. L’uomo è considerato portavoce di politiche economiche ostili al business, anche se obiettivamente da presidente non ebbe un atteggiamento ideologico, puntando a coniugare le ragioni della crescita con quelle dell’equità sociale. Alcune sue misure in sostegno dei più poveri furono popolari, come Bolsa Familia, che eroga a tutt’oggi contributi alle famiglie non abbienti, in cambio della frequenza scolastica dei figli. Un modo per fare uscire dalla povertà milioni di persone, grazie all’istruzione.

Tuttavia, il Lula di oggi torna a fare paura come quello ignoto di 15 anni fa. Il suo eventuale ritorno alla guida del paese viene percepito come una sconfitta per le riforme, alcune delle quali appaiono più che necessarie per fare uscire l’economia brasiliana dalla stagnazione in cui è piombata negli ultimi anni. Il 90% della spesa pubblica è legata ad automatismi (stipendi pubblici, pensioni, etc.), mentre sul piano commerciale, il Brasile è molto chiuso, protegge eccessivamente le sue imprese con misure protezionistiche, finendo per generare inefficienze e scarsa competitività. E se Temer rassicura gli investitori dal World Economic Forum di Davos, spronandoli a puntare sul suo paese, salgono repentinamente le probabilità che si candidi alle prossime elezioni, pur avendo sinora smentito simili ambizioni.

E così, ieri la Borsa di San Paolo ha segnato un boom del 3,72%, portando al 9,5% i guadagni di queste prime settimane del 2018. In crollo i rendimenti sovrani: quelli a 2 anni sono scesi di 16 punti base al 7,92%, i decennali di 28 bp al 9,74%, scendendo in entrambi i casi ai livelli minimi da tre mesi. Molto bene anche il cambio tra real e dollaro, rafforzatosi del 2,8% a 3,1466, ai massimi da 3 mesi e mezzo. Evidente che si tratti di reazioni psicologiche, destinate a sfumare nel corso delle sedute. E’ pur vero, però, che con la quasi ormai certa incandidabilità di Lula alle elezioni di ottobre, viene meno uno dei fattori di maggiore incertezza per l’economia latino-americana, sebbene bisogna considerare che per i sondaggi si avvantaggerebbe della sua esclusioni un altro leader tacciato di populismo, quel Jair Bolsonar della destra radicale, che in tanti ritengono un Trump brasiliano per i toni utilizzati. In ogni caso, se fino a ieri Temer era spacciato, adesso ha qualche probabilità di allungarsi la vita alla presidenza. E il Congresso, meno terrorizzato dalla prospettiva di una sonora batosta politica, potrebbe con più facilità approvare la riforma delle pensioni, che pur impopolarissima, serve ai conti pubblici come ossigeno. (Leggi anche: Il rating del Brasile affonda, la finanza per ora continua a comprare)

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, economie emergenti

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