Brasile: impeachment per Temer si allontana, ora si guarda all’agenda riforme

La crisi politica in Brasile si prende una pausa. Per ora si allontana il rischio impeachment per il presidente Michel Temer, ma i rischi non si sono diradati, anche se i mercati restano ottimisti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi politica in Brasile si prende una pausa. Per ora si allontana il rischio impeachment per il presidente Michel Temer, ma i rischi non si sono diradati, anche se i mercati restano ottimisti.

Con 263 voti contrari e 227 favorevoli, il presidente Michel Temer ha superato ieri alla Camera bassa il test più delicato da quando è in carica dal maggio 2016. I deputati hanno respinto la richiesta delle opposizioni di istituire un’indagine per corruzione contro il capo dello stato, che avrebbe verosimilmente spalancato le porte a una procedura di impeachment, nel caso in cui la Corte Suprema lo avrebbe riconosciuto colpevole delle accuse. “Non mi fermerò fino al dicembre del 2018” è stata la risposta di Temer alla votazione. Alla fine del prossimo anno si conclude, infatti, la sua presidenza, iniziata nella primavera del 2016 con l’impeachment del predecessore Dilma Rousseff. L’uomo ha assicurato che non si candiderà alla presidenza nell’ottobre 2018. Una formalità, visto che gode della più bassa popolarità dal 1985 per un capo di stato, ovvero dal ritorno del Brasile alla democrazia. Stando ai sondaggi, solo il 7% dei cittadini approverebbe il suo mandato.

Adesso, però, non potrà esserci tempo per crogiolarsi dello scampato pericolo; non solo perché il capitolo giudiziario appare tutt’altro che concluso (nel paese è in corso da tre anni una tangentopoli del tutto simile a quella italiana di inizio anni Novanta), ma anche perché la presidenza Temer ha un senso per l’ambiziosa agenda economica promessa al paese per farlo uscire dalle secche della crisi. (Leggi anche: Brasile polveriera politica, rischio nuovo impeachment e fine ripresa economica)

Agenda riforme difficile, ma urgente

E il presidente della Camera bassa, Rodrigo Maia, ha chiesto che venga calendarizzato il voto sulla riforma delle pensioni entro agosto, in modo che già in ottobre sarà il Senato a licenziare una volta per tutte la misura. Si tratta di una legge molto impopolare, ma che porrebbe fine a una spesa previdenziale tendenzialmente fuori controllo e che con l’invecchiamento della popolazione rischierebbe di assorbire circa un quarto del pil nei prossimi decenni.

L’austerità in corso sotto Temer appare necessaria, per quanto sgradita ai brasiliani. Nel 2015, il deficit era schizzato al 10,2% del pil, l’anno seguente scendeva all’8,9% e quest’anno è atteso al 2,5%, anche se potrebbe attestarsi a qualche decimale in più. Il taglio del disavanzo è frutto certamente del congelamento della spesa pubblica, imposto persino con legge costituzionale dalla validità ventennale, nonché di corpose privatizzazioni e aumenti delle accise sul carburante, ma una grossa parte la si deve al calo dei rendimenti sovrani, che ha ridotto il costo di rifinanziamento del debito pubblico.

E proprio i rendimenti continuano a scendere, favoriti da una presidenza più “market-friendly” della precedente e che, tutto sommato, starebbe mantenendo le promesse, pur travolta dall’impopolarità. I bond decennali rendono oggi il 9,88%, 160 punti base in meno da inizio anno, mentre i biennali si attestano all’8,35%, in calo di ben 260 bp dall’1 gennaio. In entrambi i casi, si sono riportati ai livelli più bassi dall’aprile del 2013. Bene anche il cambio tra real e dollaro, rafforzatosi quest’anno del 3,4% a 3,11, così come la Borsa di San Paolo ha guadagnato nello stesso arco di tempo l’11,5%. (Leggi anche: Tassi Brasile giù, tangentopoli minaccia ripresa economica)

Rischi politici restano

I mercati restano ottimisti, ma ci sarebbero diverse nubi all’orizzonte, tutte di impronta politica. L’ex presidente Lula da Silva (2003-2011), condannato per corruzione il 12 luglio scorso, è in testa nei sondaggi per le prossime presidenziali con il 30%, seguito dal candidato della destra nazionalista Jair Bolsonaro (16%). Solo nel caso di condanna in appello entro la metà di agosto dell’anno prossimo – data ultima per candidarsi – Lula sarebbe escluso dalla corsa.

In pratica, il Brasile potrebbe tra un anno e mezzo ritrovarsi sotto una presidenza poco liberale in economia. Vero, Lula non ha governato male nei suoi due mandati e contrariamente alle attese è riuscito a tenere insieme le esigenze di giustizia sociale con quelle del mercato, ma erano altri tempi. Allora, il petrolio quadruplicava di prezzo con le altre materie prime, facendo incassare allo stato denaro prezioso per finanziare i programmi assistenziali promessi. Oggi, la situazione è totalmente diversa e la necessità di tagliare la spesa pubblica è avvertita un po’ da tutti, tranne che dal Partito dei Lavoratori di Lula, appunto, quello che sotto la presidenza Rousseff ha bloccato ogni riforma auspicabile e che presto potrebbe tornare al governo. (Leggi anche: Crisi Brasile, ritorno di Lula possibile)

 

 

 

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, Esteri

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