Brasile, Lula condannato a 10 anni e riforma del lavoro mettono le ali alla borsa

L'ex presidente Lula è stato condannato per corruzione a 9 anni e 6 mesi di reclusione. La borsa festeggia in Brasile, allontanandosi lo spettro di un suo ritorno al governo della prima economia sudamericana. Approvata la riforma del lavoro, abbastanza controversa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'ex presidente Lula è stato condannato per corruzione a 9 anni e 6 mesi di reclusione. La borsa festeggia in Brasile, allontanandosi lo spettro di un suo ritorno al governo della prima economia sudamericana. Approvata la riforma del lavoro, abbastanza controversa.

Il mercato azionario brasiliano ha messo le ali ieri, con l’indice Ibovespa ad avere guadagnato l’1,6% sulla condanna dell’ex presidente Lula a 9 anni 6 mesi di carcere per avere intascato tangenti dalla società di costruzioni OAS e per avere tenuto nascosta la titolarità di una proprietà in località marittima. La condanna non verrà eseguita fino alla sentenza di appello. Se questa dovesse confermarla, per Lula sarebbe impossibile candidarsi alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2018. Stando ai sondaggi, l’ex capo dello stato sarebbe in testa nei consensi e avrebbe ottime probabilità di ottenere un terzo mandato non consecutivo. I due precedenti risalgono al 2002 e al 2006. Quando Lula lasciava la presidenza alla delfina Dilma Rousseff, la sua popolarità era alle stelle, stimata nell’84%, grazie al boom dei prezzi delle materie prime, che gli aveva consentito di finanziare programmi di spesa assistenziale e aveva garantito una poderosa crescita economica del Brasile. (Leggi anche: Crisi Brasile, ritorno di Lula possibile)

Memori degli anni d’oro, i brasiliani tornerebbero, quindi, ad affidarsi oggi all’ex ciabattino, sgradito ai mercati per le sue politiche di sinistra poco compatibili con una visione “business-friendly”. Per questo, ieri gli investitori hanno cinicamente brindato alla sentenza di condanna in primo grado, anche se non è detto che verrà confermata e che la strada per il ritorno alla presidenza gli sia così sbarrata.

Ma un altro motivo per fare festa in borsa era ieri anche l’approvazione di una storica riforma della legislazione sul lavoro al Senato, avvenuta al termine di una seduta molto animata, nel corso della quale l’opposizione ha cercato in tutti i modi di fare ostruzionismo. Con 50 voti favorevoli, 26 contrari e 1 astenuto sono passate regole molto più favorevoli alle imprese e che vanno nella direzione di rendere più flessibile il mercato del lavoro, condizione necessaria per combattere una disoccupazione esplosa al 13,3% a maggio, praticamente raddoppiata in appena un triennio.

Controversa riforma del lavoro

Secondo le nuove norme, che attendono adesso solo la ratifica del presidente Michel Temer, sarà più facile per le imprese assumere lavoratori a tempo determinato, ricorrere al lavoro straordinario, negoziare direttamente con i lavoratori i salari e le altre condizioni contrattuali, così come viene eliminato l’obbligo di versare contributi ai sindacati e i casi di erogazione dell’assegno di disoccupazione vengono ridotti.

Tensioni anche per le strade della capitale, dove migliaia di persone hanno protestato contro la riforma, scandendo slogan contro quello che ritengono un ritorno alla schiavitù del lavoro. Le riforme in corso di approvazione sono certamente impopolari e arrivano in un momento assai delicato per la vita politica e istituzionale della prima economia sudamericana. Il presidente Temer è travolto da accuse di corruzione e rischia di fare la fine della Rousseff, che appena un anno fa veniva estromessa dalla carica con l’accusa di avere falsificato i conti pubblici del 2014. (Leggi anche: Brasile polveriera politica, rischio nuovo impeachment)

L’estrema impopolarità del governo rende più complicato il percorso riformatore, ma ciò nondimeno il capo dello stato sta cercando a ogni costo di fare passare prima del termine del mandato leggi importanti, come anche sulle pensioni, con l’innalzamento dell’età minima necessaria per ritirarsi dal lavoro. In gioco c’è l’uscita del Brasile dalla recessione e il riaggancio della ripresa senza la “droga” delle quotazioni del greggio e delle altre “commodities”. Per questo serve un ambiente più “market-friendly” e una revisione dei meccanismi di spesa pubblica. Difficile che un esecutivo a guida Lula possa spingere in questa direzione, per cui ogni notizia che vada nel senso di un affievolimento delle probabilità di un suo ritorno alla presidenza verrà accolta positivamente sui mercati.

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, economie emergenti

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