Borsa Italiana, i dati che segnalano il declino economico del Bel Paese

L'Italia non ha un mercato dei capitali sviluppato e comparabile con quelli principali d'Europa. Ed è il segno del nostro regresso economico e finanziario.

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Borsa Italiana specchio del declino nazionale

Alla fine di settembre, le società quotate alla Borsa Italiana valevano complessivamente 551 miliardi di euro. All’infuori dell’indice principale – l’FTSE MIB – la capitalizzazione non arriva a 110 miliardi, meno del 20% del totale. Nell’ultimo quinquennio, di passi in avanti Piazza Affari non ne ha compiuti, mentre rispetto ai valori precedenti la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09 risulta in calo di quasi il 60%. Basterebbero questi numeri per farci capire come Borsa Italiana stia seguendo il destino di declino apparentemente ineluttabile della nostra economia.

Pensate che allo stato attuale le imprese italiane quotate a Milano valgono meno di un terzo del pil domestico. La borsa tedesca, tanto per farvi un’idea, capitalizza per l’80% del pil teutonico. E il CAC 40, che rappresenta solo le prime 40 società più grandi quotate a Parigi, ammonta al 75% del pil francese. Borsa Italiana, quindi, è fortemente sotto-capitalizzata.

La vendita di Borsa Italiana a Euronext è la storia di un Paese fallito

Potremmo lamentare gli scarsi investimenti esteri, senz’altro vero. Ma i primi a non credere o a non trovare modo di investire nelle nostre imprese siamo proprio noi italiani. Secondo Banca d’Italia, possediamo una ricchezza finanziaria nell’ordine dei 4.400 miliardi e una complessiva che sfiora i 10.000 miliardi. Sui conti bancari risultavano accreditati a fine agosto ben 1.673 miliardi, liquidità del tutto infruttifera da anni, dati i tassi azzerati. Questo ci fa capire che non stiamo investendo sul mercato dei capitali domestico, evidentemente perché non ci fidiamo delle sue prospettive di crescita.

Ma c’è qualcos’altro. I gestori del risparmio sono perlopiù stranieri. E quando portiamo loro i nostri denari, sono soliti impiegarli sui mercati che meglio conoscono, magari da cui provengono.

Vista con occhi esterni, l’Italia fa paura tra crescita inesistente, debito pubblico spaventosamente alto, instabilità politica e dibattito sempiterno sulla permanenza nell’euro. Già investiamo poco sugli assets finanziari e per giunta lo facciamo prevalentemente attraverso gestori stranieri. La stessa Borsa Italiana sta passando di mano dagli inglesi di LSE ai francesi di Euronext. In Italia, nessuno ha i quattrini necessari, la capacità, le conoscenze e la voglia per scommettersi su questo business.

Capitalismo familistico e sotto-capitalizzato

Vi sarà capitato che qualche promotore finanziario per tranquillizzarvi sull’impiego dei vostri risparmi vi abbia detto che “tanto non investiamo in Italia, ma quasi tutto all’estero”. Ebbene, questo non accade in nessun altro mercato avanzato. A un tedesco non dici che non investi in Germania per rassicurarlo, anzi probabilmente pretenderà che grossa parte della sua liquidità rimanga in patria, fidandosi delle prospettive di crescita del sistema-Paese. In Italia, siamo i primi ad essere consapevoli che così com’è non abbiamo futuro e se possiamo portiamo il frutto dei nostri sacrifici all’estero.

Il problema è che senza capitali rimaniamo sempre più indietro. Le aziende ne hanno bisogno per investire, crescere e vincere la sfida della globalizzazione. Rimanendo sotto-capitalizzate, muoiono o vengono mangiate dai pesci più grossi stranieri. E quando finiscono in mani francesi, tedesche, americane, etc., capita spesso che il management si porti a casa il know-how della controllata, investendo sugli altri mercati e relegando l’Italia in posizione del tutto secondaria nei loro piani. Ciò genera bassa crescita e scarsa occupazione, specie di qualità.

L’assenza cronica di capitali potrebbe essere anche la conseguenza di un capitalismo rimasto familistico. Poche, grandi famiglie italiane controllano quasi tutte le aziende quotate e non essendo possibile espugnarle, visto che detengono quasi sempre quote altissime di capitale, nessuno le scala e nessuno le compra. Non hanno appeal, non hanno valore. A testimonianza di quanto detto, pensate solo che tra le prime 10 società più capitalizzate a Piazza Affari, 5 sono riconducibili allo stato, che ne è azionista.

Nel totale, le aziende controllate dallo stato incidono per oltre un terzo della capitalizzazione di tutta la nostra borsa.

Modello Olanda per attirare i capitali esteri e frenare i deflussi dall’Italia?

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