Boom economico al grido di “costruiamo”, ma timori per una crisi del debito

L'economia filippina è in boom e segna una crescita annua superiore al 6% da otto trimestri consecutivi. Ma esistono anche rischi legati al debito pubblico.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia filippina è in boom e segna una crescita annua superiore al 6% da otto trimestri consecutivi. Ma esistono anche rischi legati al debito pubblico.

Se nel secondo trimestre l’Italia ha registrato la migliore performance dal 2011, segnando una crescita annua del pil dell’1,5%, c’è un’economia emergente che può dire a tutti gli effetti di stare attraversando una fase di boom, con un aumento tendenziale del pil del 6,5% nel periodo aprile-giugno, in accelerazione dal +6,4% del primo trimestre, rispetto al quale ha segnato una crescita dell’1,7%. Parliamo delle Filippine del presidente Rodrigo Duterte, la cui crescita supera per l’ottavo trimestre consecutivo il 6%, centrando il target del governo di un ritmo del 6,5-7,5% per l’anno in corso. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel medio termine registrerà una crescita del 6,8%. (Leggi anche: Filippine: economia in forte crescita, bond al massimo storico)

Alla base di questo boom economico vi è anche la strategia di Duterte, al potere da poco più di un anno, di potenziare le infrastrutture, ovvero autostrade, porti e ferrovie, puntando a spendere per esse il 7,5% del pil entro il 2019 dal 2,5% del 2016. Al motto di “build, build, build” (“costruiamo, costruiamo, costruiamo”), la spesa pubblica è aumentata su base annua del 7,1% nel secondo trimestre, così come anche i consumi sono aumentati del 5,9%.

Anche il governatore della banca centrale, Nestor Espenilla, ha riconosciuto che le Filippine starebbero dirigendosi verso una crescita economica annua del 7%, facendo presente che se l’economia dovesse surriscaldarsi, l’istituto sarebbe pronto ad alzare i tassi, ma mostrandosi relativamente tranquillo per l’impatto sull’inflazione della debolezza del peso, che ha toccato i minimi degli ultimi 11 anni contro il dollaro, attestandosi a un tasso di cambio di 51,35 e perdendo quest’anno il 3,5%, quando altre valute asiatiche, come il ringgit della Malaysia, stanno apprezzandosi. (Leggi anche: Valute emergenti, 2017 anno del riscatto?)

Nessun problema per il ministro delle Finanze, Carlos Dominguez, che spiega come il tonfo del cambio e il primo deficit corrente degli ultimi 15 anni sarebbero naturali per un’economia in forte crescita e che starebbe importando capitali stranieri in questa fase. L’uomo ha rassicurato sul fatto che il governo avrebbe intenzione di sfruttare l’alta popolarità del presidente in questa fase per attuare le riforme economiche necessarie.

Rischi da debito pubblico

Eppure, il Congresso di timori ne sta nutrendo, perché il piano quinquennale sulle infrastrutture di Duterte prevede investimenti per 167 miliardi di dollari, pari a quasi il 60% del pil filippino del 2016. Per finanziare questi mega-progetti, Manila punterebbe ad attirare capitali cinesi. Ma a quale prezzo? E’ proprio questo il punto: se Pechino finanziasse “l’età dell’oro delle infrastrutture” filippine al tasso d’interesse annuo del 10%, dopo 10 anni Manila vedrebbe esplodere il suo debito pubblico al 197% del pil, il secondo rapporto più alto al mondo dopo quello del Giappone. Se l’interesse fosse del 5%, invece, come da raccomandazione dell’FMI, salirebbe “solo” al 136%. Ancora più drammatica sarebbe la situazione con un interesse del 15%, perché in questo scenario il rapporto debito/pil esploderebbe in prossimità del 300%. (Leggi anche: Tre motivi di ottimismo sul debito degli emergenti)

Il Congresso è preoccupato anche degli scarsi benefici derivanti dalle infrastrutture, qualora i cinesi li finanziassero secondo gli schemi utilizzati in Africa, ovvero imponendo la propria forza lavoro e proprie materie prime in fase di costruzione. Ma per il ministro del Bilancio, Benjamin Diokno, accordandosi su uno schema 80:20 per la ripartizione dei fattori produttivi in favore delle Filippine, questi rischi verrebbero minimizzati.

Esistono anche rischi politici da non sottovalutare per lo stato asiatico. La presidenza Duterte è in lotta contro il terrorismo islamico, diffuso tra la minoranza mussulmana nel paese, e gli spacciatori di droga. L’altra notte è stata la più drammatica dal suo arrivo al potere, con blitz della polizia che sono costati la vita a 32 presunti spacciatori e uomini legati al commercio di sostanze stupefacenti, tra cui un sindaco. Il capo dello stato è risoluto e chiaro, avendo promesso ai trafficanti di droga un’unica alternativa: “l’inferno o il carcere”.

 

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Argomenti: Economie Asia, economie emergenti, valute emergenti