Boom di contagi da Covid in Israele, autunno in lockdown per l’Europa?

I dati sul Covid in Israele sono pessimi, malgrado il paese sia tra i più vaccinati al mondo. Cerchiamo di capire cosa ci attenda.

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Boom di contagi da Covid in Israele

Israele è stato un esempio mondiale di efficienza per la campagna vaccinale contro la pandemia. Già agli inizi di marzo, nel paese erano state somministrate dosi per il 100% della popolazione. Un risultato che l’Europa ha raggiunto solamente nelle ultime settimane. Per questo, il boom dei contagi da Covid è guardato con estrema attenzione e timore. I dati ci dicono che a inizio settembre, i nuovi casi giornalieri in Israele sono saliti ai massimi di sempre, superando quota 16.600. Moltissimi per una popolazione di 9,4 milioni di abitanti. Pensate che a inizio giugno, erano scesi a una media di poco più di una decina. Per quanto sopra accennato, Israele è guardato un po’ come se anticipasse di qualche mese il futuro di cosa attenderebbe anche il Vecchio Continente.

Fa specie che il boom dei contagi sia arrivato con una campagna di vaccinazione così avanzata. Rischiamo per caso di tornare in “lockdown” nell’autunno che sta per arrivare? Prima di cercare una risposta, dobbiamo premettere che Israele oggi non sia più avanti all’Europa in termini di persone completamente vaccinate. Queste sono circa il 63% della popolazione, solamente qualche punto percentuale in più dei dati europei. L’Italia è già salita al 60,7%, tanto per fare un confronto.

In effetti, dalla primavera scorsa i ritmi della campagna vaccinale in Israele sono di molto rallentati. Anzitutto, perché oltre una certa soglia, risulta molto più difficile convincere la popolazione residua a vaccinarsi. Stiamo assistendo alla stessa situazione in tutta Europa. Il traguardo del 60% segna quasi una soglia di resistenza, toccata la quale le somministrazioni procedono molto più a rilento. Del resto, con le dosi ormai disponibili da mesi a sufficienza, chi fosse convinto di vaccinarsi, grosso modo lo avrebbe fatto.

Contagi Covid, i problemi comuni a Israele

Detto questo, Israele pone due problemi. Il boom dei contagi sarebbe alimentato dalla variante Delta, ormai diventata preponderante un po’ ovunque in Occidente. Per fortuna, proprio gli alti tassi di vaccinazione nel paese stanno impedendo una recrudescenza anche dei decessi. Questi sono contenuti a una media di 25 al giorno, pur in drastico rialzo dallo zero centrato a fine giugno. Dunque, la variante Delta si mostra molto più contagiosa, ma grazie al fatto che la maggior parte delle persone sia vaccinata, in pochi starebbero accusando effetti gravi. A febbraio, all’apice della terza ondata, i morti da Covid in Israele superarono la soglia giornaliera di 60.

C’è un altro problema, però: il caso israeliano suggerisce che l’efficacia del vaccino si riduce a distanza di mesi. Considerato che il grosso delle vaccinazioni nel paese sia stato completato entro marzo, dopo sei mesi già il siero inizierebbe a difendere molto meno il sistema immunitario contro il Covid. Non a caso Gerusalemme ha iniziato a somministrare la terza dose, un ulteriore richiamo per irrobustire l’immunità almeno tra le fasce più a rischio della popolazione.

Tuttavia, esiste una differenza rilevante con l’Europa. Israele ha puntato tutto su Pfizer, mentre da noi i sieri utilizzati sono stati molteplici. E molti richiami sono stati effettuati già con la cosiddetta “eterologa”, cioè con un siero diverso dal primo. Secondo gli studi, emergerebbe che questo mix garantirebbe un’immunizzazione più forte contro il virus. Per il momento, Israele non sta adottando alcun ritorno alle vecchie restrizioni. Ma qui il fattore sarebbe forse più politico: il nuovo premier Naftali Bennett è contrario ai “lockdown” imposti dal predecessore Benjamin Netanyahu. Resta da vedere se questa opposizione verrà meno nel caso di ulteriore risalita dei contagi.

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