Taglio delle detrazioni Irpef e rischio aumento delle imposte oltre una certa soglia di reddito

Dopo la sfilza dei bonus fiscali a sostegno di numerosissime categorie di contribuenti, ecco arrivare l'ipotesi del taglio per finanziare la riforma fiscale

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Bonus fiscali, taglio detrazioni Irpef in arrivo?

La giungla delle detrazioni Irpef potrebbe essere sfoltita presto. Le Commissioni Bilancio di Camera e Senato stanno per inviare al Parlamento una proposta di riforma fiscale. Ciò avverrà al termine delle audizioni che si terranno tra l’altro anche con gli esponenti del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e il commissario agli Affari monetari, Paolo Gentiloni. Tra le ipotesi contemplate vi sarebbe proprio il taglio delle cosiddette “tax expenditures”. Sono quelle centinaia di sconti fiscali che ogni anno erodono la base imponibile dei redditi e privano lo stato di decine e decine di miliardi di euro di gettito. Allo stesso tempo, le aliquote Irpef risultano elevate, specie a carico del ceto medio, se è vero che già dai 28.000 euro scatta la soglia del 38%.

Le detrazioni Irpef spaziano dal lavoro dipendente ai figli a carico, comprendendo spese sensibili come la salute. Negli ultimi anni, stanno avendo parecchio successo quelle legate al mattone, come gli interessi sui mutui, ma anche bonus ristrutturazione e Superbonus 110%. Per quanto da molto tempo la politica cerchi di riordinare la materia fiscale per eliminare le numerosissime storture che si sono sedimentate nei decenni, nessun partito ha avuto sinora il coraggio di procedere a uno snellimento della boscaglia di sconti di cui beneficiano milioni e milioni di contribuenti-elettori.

Taglio delle tasse all’insegna dell’equità

Per il momento, l’ipotesi in voga sarebbe di aggredire le detrazioni Irpef non legate alla famiglia, alla salute e alle spese per la casa, queste ultime un incentivo alla ripresa dell’edilizia dopo il disastro provocato dalla pandemia. Servirebbero 15-20 miliardi di euro per finanziare il taglio delle tasse invocato da tutti gli schieramenti, pur con posizioni molto differenti. Il centro-destra ambisce alla “flat tax”, cioè un’unica aliquota del 15-20% su tutti i redditi. Il PD si mostra nettamente contrario, sostenendo la necessità di mantenere una robusta progressività del sistema impositivo. Il Nazareno lancia la proposta del modello tedesco: aliquota progressiva continua, fissata in sede di dichiarazione fiscale tramite un algoritmo.

Poiché non è pensabile finanziare il taglio delle tasse in deficit, bisognerà attingere a voci di spesa o ad altre entrate per sopperire all’ammanco di una qualsivoglia riforma. Per questo, il taglio delle detrazioni Irpef si mostra perfettamente compatibile non solo con l’obiettivo di fare cassa, ma anche con quello di razionalizzare il sistema fiscale e di renderlo più equo. In tal senso vanno le richieste dell’FMI, che tra l’altro vorrebbe che i governi puntassero sui redditi più alti e sulle imposte patrimoniali per redistribuire il peso delle imposte a sfavore dei contribuenti più facoltosi.

Minori detrazioni Irpef per i redditi medio-alti?

Non solo alcune detrazioni Irpef verrebbero eliminate, con ogni probabilità gradualmente; esse finirebbero per essere limitate fino a una certa soglia di reddito. In questo modo, gli sconti fiscali si concentrerebbero sui redditi medio-bassi. Bello a dirsi, ma le conseguenze? Di fatto, significherebbe aumentare la pressione fiscale a carico dei redditi medio-alti. Così facendo, però, si disincentiverebbero il lavoro e l’emersione del sommerso. E al contempo, si darebbe vita a un sistema punitivo nei confronti della creazione di ricchezza. Come abbiamo visto anche con l’assegno unico per i figli, il rischio verso cui sta scivolando l’Italia consiste nel creare una società assistita. Chi non studia, non lavora e non produce viene preferito a discapito di chi studia, lavora e produce. E sono i sacrifici dei secondi che finanziano l’assistenza a favore dei primi.

Anche perché il taglio delle detrazioni Irpef non andrebbe di pari passo a uno sfoltimento delle aliquote più alte. Si discute di ridurre quella che grava sul terzo scaglione di reddito e ad oggi al 38%.

Indubbiamente, sarebbe una buona notizia per il ceto medio, ma un’ipotesi riduttiva per poter parlare di vera riforma fiscale. E se questo alleggerimento fosse contestuale a una limitazione degli sconti sul vasto numero di voci di spesa, il beneficio netto per i contribuenti della fascia rischierebbe di essere nullo o persino negativo. Insomma, il governo Draghi rischia di lanciare all’Italia un messaggio sbagliato: se lavori e dichiari, ti puniamo; se non lavori o fai il furbo, ti premiamo.

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