Governo Gentiloni volta le spalle ai bonus di Renzi, costati miliardi per poco o nulla

La politica dei bonus del governo Renzi è oggetto di ripensamento da parte dei ministri di allora. In dubbio c'è la loro efficacia e gli effetti sull'economia italiana.

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La politica dei bonus del governo Renzi è oggetto di ripensamento da parte dei ministri di allora. In dubbio c'è la loro efficacia e gli effetti sull'economia italiana.

Intervenendo ieri al convegno Qualità Italia al Quirinale, ieri il ministro allo Sviluppo, Carlo Calenda, ha usato parole dure nei confronti della “politica dei bonus”, definendola una scorciatoia e sostenendo la necessità di creare le condizioni, affinché le imprese possano diventare competitive, unico modo per creare occupazione e crescita. Il riferimento è alle varie misure del precedente governo, quello guidato da Matteo Renzi, che sui bonus ha fondato la sua politica economica, con risultati controversi. Dal bonus Irpef degli 80 euro a quello da 500 euro per i diciottenni e, non ultimo, al sostegno della maternità. (Leggi anche: Renzi perde pezzi, governo prende le distanze dalle sue politiche)

I soli 80 euro al mese per i lavoratori dipendenti del settore privato con redditi annui tra 8.000 e 24.000 euro lordi (parzialmente erogato fino ai 26.000 euro annuali) sono costati ai nostri conti pubblici qualcosa come oltre 10 miliardi all’anno, una volta entrati a regime sin dal 2015.

I bonus non sono misure strutturali

Si è trattato forse di una misura fiscale sbagliata? Trattandosi di un abbassamento della tassazione sui redditi da lavoro e in un’economia con una pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese abnorme, non possiamo certamente giudicare male il bonus Renzi, com’è stato ribattezzato.

Il problema dei bonus è la loro natura non strutturale. Gli 80 euro non sono uno sfoltimento delle aliquote fiscali, ma una detrazione in somma fissa per alcune categorie reddituali, fermo restando il peso della tassazione, che non a caso è sostanzialmente invariato negli ultimi anni, dopo essere aumentato in piena crisi economica. (Leggi anche: Bonus Renzi, il perverso meccanismo della restituzione)

Dissenso nel governo sulla politica dei bonus

Le osservazioni di Calenda aprono il vaso di Pandora di una politica economica renziana, strenuamente difesa dalla maggioranza e da tutti i ministri sotto il precedente esecutivo, ma che adesso è oggetto di strali da parte degli stessi protagonisti del triennio appena passato. E, tuttavia, se Calenda è arrivato al governo meno di un anno fa, a bonus già apparecchiati, il collega all’Economia, Pier Carlo Padoan, è stato l’esecutore materiale della politica fiscale di Renzi, fatta di elargizioni e abbassamenti delle tasse una tantum e senza copertura, ovvero in deficit.

Lo stesso Padoan starebbe puntando i piedi nelle ultime settimane contro i diktat dell’ex premier sulla manovra correttiva da 3,4 miliardi, affinché non contenga aumenti di accise e della benzina. Il Tesoro è consapevole, che quel che l’Europa adesso pretende è il pagamento del conto relativo a tre anni di abbandono di qualsiasi risanamento fiscale. (Leggi anche: Conti pubblici, Padoan minaccia le dimissioni)

Risultati poco apprezzabili sull’economia italiana

Intendiamoci, se la politica dei bonus avesse esitato risultati apprezzabili sul piano della ripresa economica, non staremmo dibattendo sulla loro bontà. In altre parole, ad essere in discussione è il bilancio del renzismo, che non è riuscito ad agganciare la crescita, ma semplicemente a transitare l’economia italiana dalla recessione a una forma di quasi stagnazione, con il nostro paese all’ultimo posto della classifica europea per crescita attesa del pil quest’anno e tra gli ultimi anche nel triennio passato.

Se non ci fossero stati i bonus, l’Italia avrebbe forse registrato qualche decimale di crescita del pil in meno, ma conti pubblici migliori. Dunque, il governo Renzi sarebbe stato inefficiente e inefficace allo stesso tempo, avendo adottato misure rivelatesi di scarso impatto sull’economia, nonostante si siano fatte sentire sul bilancio dello stato. (Leggi anche: Ripresa economica lenta per domanda interna debole)

Renzi ha sprecato tempo e denaro pubblico

Lo stesso si potrebbe dire del Jobs Act, la riforma della normativa sul lavoro, il cui cuore è stato la decontribuzione delle assunzioni stabili, cessata la quale, la disoccupazione è tornata a salire, nonostante nel 2015, anno in cui i benefici fiscali furono pieni, il costo a carico dello stato ammontò a 6,1 miliardi. Anche in questo caso, non si potrebbe certo affermare che la portata della disciplina voluta da Renzi sia stata negativa, tutt’altro.

Il punto è sempre lo stesso: i bonus in sé hanno messo soldi nelle tasche dei contribuenti, siano essi lavoratori, imprese, mamme o neo-maggiorenni. Che queste misure abbiano, però, sortito effetti strutturalmente positivi sembra proprio di no, a fronte di costi pubblici non indifferenti, che si stanno rivelando un mezzo boomerang per l’Italia, costretta a reperire nuove risorse per almeno stabilizzare il deficit.

Servirebbero provvedimenti strutturali, ovvero tagli alle tasse e alla spesa pubblica definitivi, incentivi alle assunzioni con la creazione di un humus favorevole al mercato del lavoro, alla produzione e agli investimenti, insomma quelle riforme di cui si discute dalla notte dei tempi, ma alle quali non si arriva mai, dato che nel breve termine rischiano di rivelarsi impopolari e la politica italiana di tempo da perdere non può averne, essendo la durata media dei suoi governi di poco più di un anno. Il governo Renzi di tempo ne ha avuto più di altri, anche se non tanto, ma lo ha impiegato senza profitto per una campagna elettorale permanente, avendo anche usufruito della necessaria flessibilità fiscale concessagli dalla UE, ma utilizzata per i bonus, appunto, non per attuare vere riforme. (Leggi anche: Come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

 

 

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