Bonus come se piovessero, ecco cosa c’è dietro alla sfilza di soldi elargiti dal governo

Decine di miliardi stanziati con i decreti del governo Conte per sostenere il rilancio dell'economia italiana dopo il Covid. Ecco perché questa strategia non funzionerà.

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Decine di miliardi stanziati con i decreti del governo Conte per sostenere il rilancio dell'economia italiana dopo il Covid. Ecco perché questa strategia non funzionerà.

La parola topica del 2020 in Italia probabilmente non sarà neppure Covid, bensì “bonus”. Ogni giorno ne esce uno, ogni giorno questa o quella categoria si mette a caccia per verificare se possa riscuotere l’ultima elargizione del governo. Quelli più noti di questi mesi sono i bonus dei 600 euro per le partite IVA, saliti successivamente a 1.000 euro al mese, una sorta di mini-ristoro per le attività che hanno dovuto chiudere battenti sotto il “lockdown”. Ma c’è anche il bonus monopattino per sostenere la mobilità “smart”, pur limitatamente alle città più grandi. E cosa dire del Superbonus 110% per ristrutturare casa “gratis” o di quello per comprare un’auto nuova? E si studiano i bonus ristoranti, abbigliamento, elettrodomestici, PC, etc. Insomma, potrebbe nascere persino una nuova professione in Italia, quella di chi studia tutto il giorno se e come poter vivere di bonus.

Superbonus 110%, case e condomini nelle mani delle banche

Questi strumenti non sono prerogativa esclusiva dei “giallo-rossi”. Come dimenticare il famoso bonus bebè degli anni passati, una sorta di sostegno alle nascite? O il celeberrimo bonus Renzi, gli 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti? In realtà, di bonus anche prima di Conte ve ne sono state a decine negli anni, passando dai governi di centro-destra a quelli di centro-sinistra. Tutti con l’unico obiettivo di sostenere questo o quel settore, questa o quella fascia della popolazione.

Ma mai se n’era fatto un uso così spregiudicato, cioè così intenso e in breve tempo. Chi crede, tuttavia, che la politica dei bonus serva a ricostruire l’economia dopo le devastazioni del Covid si sbaglia. I bonus servono nell’immediato per offrire ossigeno a chi ha il respiro corto.

Ma il beneficio finisce lì. Prendiamo il Superbonus 110%, la misura certamente di maggiore impatto, quando effettivamente diverrà fruibile per gli italiani interessati. Sarà un toccasana per l’edilizia, consentendo a molti proprietari di case singole o condomini di rifarsi la facciata, migliorando la classe energetica dell’immobile e/o la sicurezza antisismica, senza spendere un euro.

L’ipocrisia di chiamare bonus ciò che non lo è

Il problema è che non rilancerà il settore edile, come molti di noi grossolanamente pensiamo, perché una volta che il bonus verrà esaurito, si tornerà alle stesse ristrettezze finanziarie di prima. Pensate agli incentivi per le auto, ormai vecchi di decenni. Sembrano sempre il Sacro Graal per spronare le vendite e la produzione di veicoli in patria, ma un giorno dopo che finiscono, il comparto automotive piomba negli stessi problemi di sempre.

Certo, quando parliamo di bonus, lessicalmente commettiamo l’errore di metterci dentro un po’ tutto, vuoi per pigrizia del legislatore e della stampa, vuoi anche per l’ipocrisia che ci circonda. La pioggia di bonus di questi mesi andrebbe inquadrata più opportunamente come “sussidi”. Il brutto è che non farebbe figo sostenere di percepire un sussidio, mentre l’italiano medio si sente più dignitoso nel parlare al bar con gli amici di aver cliccato sul sito dell’Inps per prendersi il bonus. Altri bonus, come per l’acquisto di auto e elettrodomestici, dovrebbero essere ricondotti, invece, alla categoria degli incentivi, pur avendo un substrato assistenziale anche in questi casi, consentendo a cittadini di acquistare beni, che altrimenti sarebbero impossibilitati a pagare.

Il bonus bebè, per le sue dimensioni, non si configura certamente quale incentivo per le nascite, bensì come sussidio per le famiglie a basso reddito con figli piccoli. Infine, lo stesso bonus Renzi non sarebbe tale: trattasi di una detrazione fiscale in somma fissa per redditi fino a un certo livello e con l’obiettivo di sostenere la fascia dei contribuenti medio-bassa. Siamo nel novero dei sussidi di natura fiscale, pur ristretti alla cerchia dei lavoratori dipendenti.

Perché i bonus non funzionano

I bonus vanno bene all’impatto, ma non rimuovono le cause che hanno reso necessaria la loro adozione. Il problema italiano, già da prima che avessimo a che fare con il Covid, risiede nell’assenza di crescita e occupazione. I redditi ristagnano da decenni, risultano ormai bassi per una larghissima porzione della popolazione e i consumi languono. Per sostenerli, i governi di turno puntano alla soluzione più sbrigativa e popolare, ma senza andare a risolvere i problemi alla radice, i quali restano tali, si accumulano e si aggravano nel tempo. Sarebbe come se un padre desse la paghetta a un figlio trentenne disoccupato per consentirgli di uscire con gli amici, di comprarsi l’auto nuova e di andare in vacanza. Capite bene che il problema si risolverebbe aiutandolo a trovare un lavoro per vivere autonomamente!

Questa politica emergenziale avrebbe un senso se fosse accompagnata da misure di rilancio strutturali. Ok ai bonus, se servono a guadagnare tempo, mentre il governo studia le riforme necessarie per mettere nuovamente le famiglie nelle condizioni di lavorare e guadagnare di più. Ma esse richiedono spesso di sacrificare i consensi nel breve, dovendo rimuovere sacche di sprechi e privilegi per coprire finanziariamente gli interventi. Ecco perché l’Italia da decenni è finita in un loop, vivendo senza soluzione di continuità solo il primo tempo di un film, quando per la soluzione dovremmo arrivare al termine della pellicola. Ed è così che anche i bonus di Conte si sono tradotti in uno spreco di denari pubblici, un modo goffo e semplice di comprare il consenso, in vista del nulla.

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