Bond Venezuela: Goldman Sachs sotto tiro per investimento “non etico”

Venezuela e Goldman Sachs, un legame che fa discutere dopo il maxi-investimento della banca d'affari americani sui bond del paese andino. Ne è nata una discussione sull'etica della finanza.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Venezuela e Goldman Sachs, un legame che fa discutere dopo il maxi-investimento della banca d'affari americani sui bond del paese andino. Ne è nata una discussione sull'etica della finanza.

E’ bufera su Goldman Sachs, la banca d’affari americana, che la settimana scorsa ha acquistato sul mercato secondario bond emessi dal Venezuela nel 2014 e con scadenza nel 2022 per un controvalore nominale di 2,8 miliardi di dollari, ma al costo di appena 865 milioni, ovvero al 31% del loro prezzo di rimborso. Le opposizioni sono sul piede di guerra, considerando quello di Goldman un finanziamento al regime di Nicolas Maduro, che sta affamando la popolazione con politiche dirigiste e con inefficienze devastanti sul mercato del cambio, le quali impediscono qualsiasi tipo di importazioni per assenza di dollari.

La banca USA si è difesa, sostenendo di non avere finanziato il regime, avendo acquistato i bond sul mercato secondario. E ha senz’altro ragione, se non fosse che le riserve valutarie del Venezuela siano aumentate di 749 milioni di dollari in un paio di giorni, risalendo dai minimi dal 2003 (10,1 miliardi) a cui erano collassati. In questo modo, Caracas può respirare un po’ di più, per quanto la situazione finanziaria del paese resti comatosa. (Leggi anche: Crisi Venezuela, perché il paradiso socialista di Maduro starebbe cadendo)

Opposizioni minacciano di ripudiare il debito

Il movimento “Bond della fame” ha ottenuto in questi giorni la notorietà che non aveva ancora avuto in otto mesi dalla sua nascita, mettendo sotto tiro Goldman Sachs per il suo investimento privo di etica. La banca si è difesa, asserendo di volere che le cose cambino nel paese e giustificando l’investimento con la previsione che un simile cambiamento vi sarà.

Parte delle opposizioni sta minacciando i mercati finanziari di ripudiare il debito pubblico da loro acquistato per il caso in cui arrivassero al governo, considerando i loro eventuali investimenti sui titoli pubblici venezuelani un modo per mantenere in vita una dittatura sanguinaria, che affamerebbe così la popolazione. Quella degli oppositori, in realtà, potrebbe essere una mossa tattica per frenare gli investitori dall’acquistare bond venezuelani, rendendo più difficile l’accesso al mercato dei capitali per il governo. (Leggi anche: Venezuela, Goldman Sachs ci crede e compra bond)

Bond Venezuela appetibili

Mai forse etica e ragione di questi tempi erano stati così in disaccordo. Da un lato, i titoli di Caracas fanno gola a tutti, sia perché il governo “chavista” di Nicolas Maduro ha sempre segnalato l’intenzione di onorare ogni scadenza, anche al costo di comprimere i consumi interni oltre l’indicibile, sia perché i rendimenti offerti sono da favola, sfiorando il 50% per i bond acquistati da Goldman pochi giorni fa.

La banca ha puntato su un rovesciamento delle sorti di Maduro, scommettendo che un cambio di regime possa fare impennare i prezzi e farle realizzare in pochi mesi o qualche anno laute plusvalenze. Per paradosso, però, se davvero il regime socialista dovesse cadere a breve e al suo posto arrivasse il centro-destra, dovrebbe auspicare che prevalga la freddezza e non il risentimento, altrimenti l’investimento potrebbe azzerarsi di valore. (Leggi anche: Bond Venezuela in picchiata su timori guerra civile)

I rischi politici esistono

D’altra parte, è il rischio che corre qualsiasi investitore che punti sull’economia di un paese non democratico, ovvero che il rovesciamento di potere porti a riconsiderare gli oneri contratti dal precedente regime per finalità estranee all’interesse pubblico. E quando si parla di Sud America, la storia recente ci insegna che bisognerebbe fare maggiore attenzione, prima di dare per scontati automatismi validi altrove. Il governo argentino della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner ha per anni non riconosciuto ai fondi “buitres” (“avvoltoi”) americani i bond in loro possesso, in quanto acquistati sul mercato secondario successivamente al default di inizio 2002 del paese. Ne è scaturita una causa legale, che ha provocato un secondo default “tecnico” nel 2014, a cui è stato posto termine solo con il nuovo governo liberale di Mauricio Macri.

Insomma, con i regimi è facile farci affari, ma si rischia di finire nell’occhio del ciclone delle contese politiche, dove non sempre gli schemi di mercato si rivelano accettati in pieno, avendo a che fare con la “pancia” dei popoli e dei loro rappresentanti, non con i freddi calcoli del mondo degli investimenti. E’ vero anche, però, che se le banche d’affari prestassero denaro sulla base di considerazioni politiche, verrebbero accusate di finalità golpiste o comunque estranee al loro ruolo. I mercati finanziari funzionano proprio perché no guardano in faccia nessuno. Essi non hanno amici o nemici, ma solo buoni o cattivi pagatori. Spiace dirlo alle opposizioni venezuelane, ma dovranno rivolgere lo sguardo altrove per sperare di rovesciare il regime contro cui lottano ormai disperatamente da mesi.

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti

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