Bond Russia: guadagni del 20% in 7 settimane, ma il rally è finito?

I bond in Russia hanno offerto lauti ritorni nelle ultime settimane, rendendo agli investitori oltre il 20% tra effetto-cambio e risalita dei corsi. Ma cosa accadrà nel breve d'ora in avanti?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I bond in Russia hanno offerto lauti ritorni nelle ultime settimane, rendendo agli investitori oltre il 20% tra effetto-cambio e risalita dei corsi. Ma cosa accadrà nel breve d'ora in avanti?

La Russia e le altre economie emergenti restano mercati potenzialmente molto allettanti per gli investitori stranieri, dopo un biennio di grave crisi, che ha origine nell’annuncio del maggio 2013 da parte dell’allora governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, che avrebbe iniziato a ritirare gradualmente gli stimoli monetari entro la fine di quell’anno. Miliardi di capitali fuggirono improvvisamente dai mercati emergenti, dove erano fluiti in abbondanza sin dal 2009, dopo la scoppio della crisi finanziaria globale, alla ricerca di rendimenti maggiori. Il mercato obbligazionario emergente ha visto defluire oltre 13 miliardi di dollari nel biennoo 2014-2015 e anche agli inizi di quest’anno si sono registrate fughe per circa 4 miliardi.

Crisi bond legata anche a sanzioni Russia

In Russia, la crisi ha avuto e continua ad assumere tratti ancora più marcati, a causa delle peculiarità della sua economia, prima produttrice di energia al mondo e con un governo alle prese con tensioni politiche e militari contro l’Occidente da una parte e i guerriglieri dell’ISIS dall’altra. A proposito, il presidente Vladimir Putin ha annunciato da poco il ritiro delle truppe dalla Siria. Le obbligazioni russe sono state penalizzate da un gigantesco deflusso di capitali, che nel 2014 oltrepassava i 150 miliardi di dollari, triplicando il rosso dell’anno precedente, anche perché nel frattempo gli USA e l’Europa hanno imposto contro di esse le sanzioni. Queste ultime, prorogate dalla UE fino al mese di luglio, non avendo Mosca ottemperato agli accordi di Minsk sulla crisi ucraina, sono state imposte ufficialmente contro il mercato corporate e delle banche. Pertanto, gli investitori istituzionali e privati europei possono acquistare, ad esempio, i titoli di stato emessi dal governo russo, sebbene ieri Bruxelles abbia chiarito che sia loro dovere accertarsi che ciò non si configuri come un raggiro del divieto di finanziamento delle banche e delle imprese russe.      

Bond Russia, occhio agli avvertimenti di UE e USA

Un avvertimento simile era arrivato il mese scorso dall’amministrazione Obama, dopo che Mosca aveva contattato diverse banche americane ed europee, avendo in progetto di emettere nuovi bond governativi denominati in euro per un valore complessivo di 3 miliardi nel corso dell’anno. I titoli russi emessi in valuta straniera potrebbero rappresentare un buon investimento, considerando i loro rendimenti più elevati di quelli nostrani e il venir meno del rischio cambio. Eppure, le migliori soddisfazioni sono arrivate ultimamente proprio dai bond sovrani emessi in rubli. La ragione non è difficile da spiegare.

Legame con quotazioni Brent

Dopo che le quotazioni del petrolio sono scese ai minimi dagli inizi del Millennio alla fine del gennaio scorso, hanno mostrato una netta risalita, seguendo un rally, in verità, che si era verificato anche nel corso della prima metà del 2015. Il prezzo del Brent ha messo a segno un rialzo del 40%, impattando positivamente sul rublo e sul debito corporate e sovrano russo, che come il resto dell’economia del paese, risente delle variazioni del greggio sui mercati internazionali. E’ accaduto, infatti, che il rublo si sia deprezzato ai livelli più bassi di sempre il 21 gennaio scorso, quando il cambio con un dollaro arrivò a 82,3970 a fine seduta. Venerdì scorso, però, la valuta locale risaliva ai massimi dal Natale scorso, attestandosi a quota 69,9192 contro il biglietto verde, ovvero guadagnando oltre il 15% in appena 7 settimane.      

Ritorno del 20% in 7 settimane, e ora?

Intanto, sono risaliti anche i prezzi dei bond, come segnala l’andamento del titolo decennale, che nello stesso arco di tempo ha guadagnato più del 6%, facendo scendere i rendimenti di circa 130 punti base al 9,55%. Dunque, chi meno di 2 mesi fa avesse acquistato un titolo di stato emesso da Mosca per la scadenza a 10 anni (in rubli) e lo avesse rivenduto il venerdì scorso, si sarebbe portato a casa un guadagno di circa il 21%, di cui più del 70% dato dall’effetto-cambio e per il restante 30% per l’aumento dei corsi. Questo riguarda, però. il recentissimo passato. E il futuro cosa dovrebbe riservare al mercato dei bond pubblici in Russia? Conviene ancora puntarci? La risposta è legata anche stavolta al trend delle quotazioni del greggio, il cui rally sembra essersi arrestato proprio al termine della scorsa settimana. E’ come se il Brent avesse di fronte una barriera a 40 dollari al barile, che difficilmente potrebbe superare stabilmente e quand’anche lo facesse, non arriverebbe lontano. Gli eccessi di offerta sul mercato petrolifero restano intatti e l’ottimismo sul congelamento della produzione da parte dei principali produttori globali, tra cui Russia e Arabia Saudita, starebbe lasciando il posto alla consapevolezza che ciò non muterà granché i prezzi nel breve e medio termine. Per capire a quali tassi di cambio si attesterà il rublo contro il dollaro, qualora il greggio si stabilizzasse intorno ai livelli attuali, bisogna considerare che rispetto al picco di 21 mesi fa, il prezzo del Brent è crollato del 65%, mentre il rublo si è indebolito circa il 51-52%. In altri termini, un barile di greggio vale (in rubli) circa il 13-14% in meno rispetto al giugno del 2014, una gap accettabile ai fini della stabilità dei conti pubblici (metà delle entrate statali deriva dalla vendita di petrolio e gas), ma che è necessario tenere a bada, per cui ulteriori disallineamenti tra la direzione del cambio e quella del petrolio non dovrebbero essere sostenibili.  

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Argomenti: Altre economie, BRICS, Crisi russa, economie emergenti