Investire in bond più rischioso che in azioni. E sui mercati attenzione in estate

Intervista con il Dott.Marco Ianniello di Trendintime.com sulla situazione dei mercati finanziari. Ed emerge che investire in azioni sarebbe meno rischioso che puntare sui bond, in questa fase. Massima attenzione al dato sull'inflazione in estate nell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Intervista con il Dott.Marco Ianniello di Trendintime.com sulla situazione dei mercati finanziari. Ed emerge che investire in azioni sarebbe meno rischioso che puntare sui bond, in questa fase. Massima attenzione al dato sull'inflazione in estate nell'Eurozona.

Abbiamo realizzato con il Dott Marco Ianniello un’intervista per Investire Oggi sui tratti salienti dei mercati finanziari attuali. Il Dott. Ianniello è fondatore di TrendinTime.com, sito che dal 2010 ha lo scopo di divulgare la cultura dei mercati finanziari ed offrire un’informazione economico-finanziaria libera e indipendente. Egli studia costantemente titoli e strumenti finanziari per individuare strategie di asset allocation più aderenti alle mutate condizioni economiche e dei mercati. Egli attinge alla sua solida e brillante formazione accademica in Politica Economica, Mercati Finanziari e Risk Management alla quale ha saputo affiancare dal 1998 l’Analisi Tecnica che applica tutt’oggi in tutti i comparti finanziari e sul Forex dove sviluppa anche sistemi di trading automatizzati. “Per assumere decisioni è necessario avere un quadro macroeconomico globale più chiaro ma è indispensabile individuare gli spunti più interessanti che offrono i mercati. La macroeconomia, che amo, è condizione necessaria ma non sufficiente perché spesso, troppo spesso, viene disattesa o comunque perturbata da fattori esogeni ed emotivi che si riflettono sui mercati.” Usando un’accezione prettamente statistica si tratta di un costante studio di correlazione e decorrelazione tra fondamentali e mercati, valutare le risposte di quest’ultimi agli input di policy per soppesarne la reale efficacia attraverso una price action degli asset interessati. “Il market sentiment spesso muove i mercati in direzioni diverse da quelle attese e pertanto è necessario superare le relazioni scontate di causa-effetto e spostarsi decisamente sulle relazioni più pragmatiche effetto-effetto”.

 

Dott. Ianniello, Lei studia i mercati finanziari e allo scopo ha anche dato vita nel 2010 a un sito di informazione finanziaria. Partiamo dal dollaro: dopo un crollo medio ponderato di circa il 15% in poco più di un anno, la lenta risalita. Ritiene che sia un fatto durevole o che le prossime mosse delle principali banche centrali, tra cui la BCE, lo renderanno temporaneo?

L’aumento dei tassi americani è iniziato a dicembre 2015. Da allora, in assenza di analoghe manovre della BCE, il differenziale dei rendimenti Usa-Europa è stato sempre positivo ed avrebbe dovuto giovare a favore del dollaro. Ma così non è stato. Dopo una prima fase laterale, il dollaro americano si è svalutato con un escursione massima del 21,25% da gennaio 2017 (EurUsd 1,0340), coincidente con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, fino al massimo di febbraio 2018 (EurUsd 1,25375). Questa evidenza dimostra chiaramente che il tasso di cambio non è mosso dalle Banche Centrali, del resto esso non è un esplicito target delle loro rispettive azioni di politica monetaria che restano focalizzate sul controllo degli aggregati di liquidità interna e sui livelli obiettivo di inflazione nel medio termine. E’ chiaro però che una svalutazione così importante del dollaro ha perturbato la fluidità della crescita europea tanto che il Governatore Draghi, nella sua audizione del 25 gennaio 2018, ha implicitamente mostrato tutto il suo disappunto per quanto dichiarato dal Ministro dell’Economia americano al World Economic Forum di Davos il quale esultava per un cambio EurUsd risalito sopra 1,25. In questi 27 mesi caratterizzati da un positivo differenziale dei tassi Usa-Europa, la Interest Rate Parity è stata completamente disattesa: il deflusso dei capitali dagli Usa è stato indotto dall’incertezza generata dai proclami protezionistici di Trump e soprattutto dal timore di quali possano essere gli impatti di questa discontinuità in un sistema globale avviato da anni verso un’economia di mercato.

In questi ultimi mesi, da febbraio 2018 ad oggi, il dollaro ha però corretto la rotta con una rivalutazione sull’Euro di circa 5,70%: si tratta di un chiaro aggiustamento temporaneo visto che le Banche Centrali hanno entrambe lasciato i tassi invariati. I movimenti duraturi sul cambio EurUsd potranno esser individuati solo dopo l’attesa riunione BCE del prossimo 13 settembre, momento in cui dovrebbe partire il programma di riduzione del Quantitative Easing, se non slitterà in avanti.

I rendimenti decennali americani sono arrivati al 3% e i mercati sono quasi andati in panico sul timore che un loro rialzo freni l’economia americana o, addirittura, la mandi in recessione. E’ uno scenario credibile o pensa che siano altri i livelli di allarme?

I primi rialzi dei tassi americani, sotto la guida della Yellen, sono apparsi piuttosto frettolosi e prematuri quasi da compromettere e soffocare sul nascere una tanto attesa ripresa economica che stava iniziando dopo 7 anni di lunga crisi: la Fed, infatti, ha alternato rialzi dei tassi con decisioni di stallo per correggere il proprio tiro. Al contrario, oggi, il livello dei tassi americani a 1,75% appare in linea con un Pil che cresce del 2,30% ed un inflazione al 2,40%. La curva dei tassi per scadenza è piuttosto appiattita e denota una certa stabilità interna che non genera aspettative di futuri rialzi a breve. Non si intravedono elementi di allarme endogeni per la crescita dell’economia americana che, grazie ad un mercato del lavoro più flessibile ed efficiente, ha almeno due anni di vantaggio rispetto a quella europea.

La borsa americana, dopo avere raggiunto il picco massimo a gennaio, ha subito una correzione e ancora oggi giace sotto i livelli di apertura del 2018. Ma tra boom di utili ed effetti conseguenti alla riforma fiscale di Trump, pur in parte scontati, pensa che il ripiegamento sia credibilmente destinato a trasformarsi in un mercato dell’orso da qui a breve?

A novembre 2016 l’indice Dow Jones ha rotto al rialzo un’importante resistenza a 18.360 punti e da allora ha registrato un trend positivo di 15 mesi consecutivi fino al massimo di gennaio 2018 a quota 26.682 punti. Si è trattato di un rialzo straordinario del 45%. Ma un movimento così costante porge facilmente il fianco ad una violenta correzione ed ecco un -13,60% nel solo mese di febbraio successivo. Più che preoccupato della recente e fisiologica correzione, ero molto più preoccupato di quella crescita troppo lineare dell’indice americano che, in assenza di volatilità, mancava dei necessari punti di appoggio. Siamo entrati in una fase ad alta volatilità che ha spaventato i mercati ma che ha rimarcato più volte un supporto intorno quota 23.300 punti. Insomma, il mercato corregge ma non vuole scendere e sta cercando di accumulare la forza necessaria per continuare a salire.

Se dovesse scommettere sul cambio euro-dollaro a fine 2018 e su quello di fine 2019, quali livelli ritiene che il cross possa toccare anche sulla base dello spread Treasury-Bund, ai massimi dal 1989 e indicatore delle previsioni del mercato? In altri termini, sta scontando l’uscita degli stimoli monetari della BCE e un successivo rialzo dei tassi entro i prossimi 18 mesi o no?

Non preferisco parlare di scommesse né sarebbe affidabile fare previsioni così a lungo sul cambio. Sicuramente l’alleggerimento del Quantitative Easing della BCE atteso per settembre 2018 sarà il principale fattore da monitorare insieme alla rilevazione estiva dell’inflazione europea. Il QE è uno strumento non convenzionale, introdurlo è stato monetariamente innovativo e pertanto la risposta dei mercati al tapering avrà connotati di assoluta novità. Questa fase preoccupa sopratutto gli Investitori Professionali che convenzionalmente utilizzano bond, in gran parte governativi, per stabilizzare i portafogli di investimento. Questi strumenti di stabilità possono essere l’elemento di rischio principale. Sebbene la BCE abbia sempre parlato di un alleggerimento graduale ma la risposta dei mercati non sarà così scontata.

L’economia americana cresce ininterrottamente da 8 anni e nonostante l’assenza di segnali di rallentamento, il timore che il ciclo sia ormai maturo è elevato. Sarà per questo che lo spread tra decennali e biennali americani risulta sceso ai minimi dal 2007 o forse abbiamo a che fare con qualcosa di nuovo per l’economia moderna, ovvero l’assenza di inflazione?

L’inflazione americana è al 2,40% e, se il tasso su FedFunds all’1,75% può apparire ancora un po’ espansivo, l’appiattimento della curva dei tassi americana esprime aspettative di stabilità della loro politica monetaria. Non parlerei di timori per un ciclo maturo anche perché questa maturità è appena iniziata e verrà controllata attraverso politiche monetarie di stabilizzazione volte a conservarne più a lungo gli effetti benefici.

Parliamo un attimo di petrolio, salito ormai tra i 70 e i 75 dollari al barile. Eppure, la produzione americana corre sopra i 10,5 milioni di barili al giorno e i prezzi sono ravvivati dall’OPEC, che con la Russia e ad altri produttori minori ha concordato un taglio dell’offerta nel novembre 2016. Cosa succederà con la fine dell’intesa alla fine di quest’anno? Non crede che le quotazioni possano subire un altro colpo?

Da un punto di vista puramente tecnico a febbraio 2018 il WTI ha rotto un testa spalle rialzista a quota 53,00 usd ed ha centrato in pieno il target price in area 74,00 usd. Il petrolio in assoluto è molto interessante ma preferisco considerarlo nel più ampio settore dell’energia e delle risorse naturali: nelle fasi di ripesa macroeconomica viaggiano i mercati azionari, nelle fasi di consolidamento l’attesa è sulla partenza degli energetici e così si sta verificando. Chi, in questi ultimi 6 mesi, si è posizionato su energia e risorse naturali ha fatto sicuramente bene ed il treno è appena partito.

Passiamo a un capitolo spinoso di questi mesi: i dazi di Trump. Le minacce della Casa Bianca e già il passaggio dalle parole ai fatti, come su acciaio e alluminio, stanno facendo temere una guerra commerciale. Ma davvero crede che l’America arriverà a tanto? E quale impatto avrebbe uno scontro tariffario sui mercati finanziari?

Non mi piace parlare di politica ma gli Stati Uniti sono un paese troppo influente a livello internazionale. Ribadisco che le dichiarazioni di Trump hanno spesso avuto un impatto sul cambio EurUsd più forte delle manovre rialziste della Fed, spiazzandole completamente. L’introduzione dei dazi è un elemento di forte rottura e discontinuità per un sistema globale aperto ad un’economia di mercato. Da un punto di vista macroeconomico, il rammarico più grande risiede nel fatto che la globalizzazione è stata inizialmente costosa e socialmente sofferta ed ora che avremmo dovuto raccoglierne i benefici, i mercati vengono imbrigliati da nuove ed anacronistiche rigidità. Da un punto di vista prettamente nazionalista, suggerirei che i settori industriali in crisi vanno risanati o riconvertiti. Proteggere troppo spesso ha solo alimentato il perdurare di inefficienze produttive di imprese non più competitive, ha solo perpetuato uno spreco ingente di risorse ed allungato l’agonia di un malato senza mai curarlo. L’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti potrebbe innescare delle analoghe risposte nei paesi terzi ed una spirale di “inflazione cattiva” che andrebbe a complicare la vita delle Banche Centrali nell’attuazione graduale dei loro programmi monetari e sopratutto la vita dei consumatori finali.

Ultima domanda: l’Italia. Il mattone non è ritenuto più da molti italiani quell’investimento sicuro di un tempo, mentre la diffidenza verso la borsa è cresciuta tra le famiglie negli ultimi anni con il saliscendi delle quotazioni e il duro colpo accusato con la crisi finanziaria. In un contesto di prossimo rialzo dei tassi, come consiglierebbe di investire il portafoglio a un italiano medio poco propenso al rischio, ma in cerca di un minimo guadagno per mettere a frutto i propri risparmi?

Il mattone è stato un buon investimento fin quando si trovava qualcuno disposto a comprare o in grado di poter contrarre un mutuo, fin quando i prezzi si sono raddoppiati facilmente col passaggio dalla lira all’euro. Ora tutto questo non c’è più e salvo eccezioni i prezzi si sono tuttavia normalizzati. Quando poi parliamo di investimento immobiliare ci dimentichiamo sempre che è un investimento di lungo periodo, che non genera bolli ma costi vivi in termini di tasse, manutenzione ed eventuale insolvenza dell’unico affittuario. E’ chiaro che non è sempre così. Oggi il mattone può continuare ad essere un buon investimento se pensiamo ad un Etf agganciato ai prezzi delle più importanti capitali del mondo, Etf che possiamo liquidare facilmente in pochi giorni.

Per quanto riguarda un investitore italiano medio, questi dirà sicuramente che non vuole rischiare nulla e che gli attuali rendimenti offerti sono troppo bassi: chiunque vorrebbe rendimenti alti e a rischio zero! Ritengo, invece, sia più importante approfondire bene la propensione al rischio di ciascun investitore, visto che il rischio zero non è mai esistito anche prima del bail-in e visto che i rischi possono essere controllati solo con un’indispensabile diversificazione. Occorre bilanciare bene i portafogli con il giusto timing e con la consapevolezza che, in questo momento, stabilizzarsi su titoli obbligazionari può essere più rischioso che posizionarsi sugli azionari che tuttora sono più sinonimo di rendimento che di rischio.

Dal grafico comparativo seguente si percepisce la fase di criticità del mercato dei bond che dovranno anche affrontare il prossimo step del tapering BCE.

Infine, in questi ultimi anni, solo coloro che hanno approcciato all’asset allocation con queste dinamiche già in testa sono riusciti a generare adeguato rendimento senza correre eccessivi rischi.

 

obbligazioni                        100,00%       90,00%       70,00%       50,00%

Asset location               azioni                                    0,00%       10,00%       30,00%       50,00%

rendimento lordo annualizzato                              -0,47%         1,55%          5,58%          9,62%

al netto delle commissioni

Dati TrendinTime.com

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Argomenti: bolla finanziaria, bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Economia USA, quotazioni petrolio, rendimenti bond, super-dollaro

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