Bond emergenti, è tempo di tornare a comprare?

Mercati emergenti segnalano una certa ripresa, dopo il rally delle materie prime e l'indebolimento del dollaro. I loro corporate bond offrono diverse opportunità, ma guai a ipotizzare che la crisi sia finita.

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Mercati emergenti segnalano una certa ripresa, dopo il rally delle materie prime e l'indebolimento del dollaro. I loro corporate bond offrono diverse opportunità, ma guai a ipotizzare che la crisi sia finita.

Se c’è un’area del mondo, che negli ultimi tempi ha sofferto particolarmente il rallentamento della crescita della Cina e il tracollo dei prezzi delle materie prime è stata quella dei mercati emergenti. La preoccupazione per lo stato di salute di queste economie è elevata anche tra i paesi sviluppati, perché a differenza di fine anni Novanta, quando la crisi delle “tigri asiatiche” non ebbe grossi contraccolpi sull’economia globale, oggi gli emergenti rappresentano il 40% del pil mondiale. Se vanno male, trascinano in basso anche i fondamentali dei paesi più ricchi. Negli ultimi anni, i mercati emergenti sono diventati i porti di arrivo per miliardi di capitali in fuga da USA, Europa e Giappone, alla ricerca di rendimenti più accettabili. Approfittando dell’azzeramento dei tassi da parte delle banche centrali principali del pianeta con lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, le economie in fase di sviluppo hanno attirato investimenti dall’estero, beneficiando così di un’elevata liquidità e di un abbassamento dei loro interessi sul debito, sebbene siano rimasti a un livello decisamente più alto che presso le economie avanzate. Si calcola che nell’ultimo quinquennio, le società con sede nei mercati emergenti abbiano aumentato dei 2 terzi il loro debito, portandolo a 25.000 miliardi di dollari, passato così dal 45% al 90% del loro pil complessivo.

Di questo, il 27% o 6.800 miliardi è stato emesso in dollari. Tutto bene, fino a quando i tassi di cambio di queste economie sono rimasti forti e i prezzi delle materie prime, di cui sono largamente produttori sono stati alti.      

Il legame tra emergenti e stretta USA

Il clima ha iniziato a mutare intorno alla metà del 2013, quando la Federal Reserve segnalò che avrebbe avviato il ritiro graduale degli stimoli monetari entro l’anno. Il dollaro tornò a rafforzarsi contro le valute emergenti. In appena 4 mesi, la rupia indiana cedeva oltre il 22%, tanto che il neo-governatore della Reserve Bank of India, Raghuram Rajan, dovette avviare una stretta monetaria, seguita un po’ da tutti gli altri paesi, seppur a malincuore.

Il rafforzamento del dollaro coincide sempre più negli ultimi 2 anni con un calo dei prezzi delle commodities. Alla base di questo fenomeno c’è un aspetto tecnico e diremmo anche “automatico”: comprandosi le materie prime in dollari, quando la divisa americana si rafforza, la loro domanda tende a diminuire al di fuori degli USA e i prezzi si abbassano. Ma il crollo degli ultimi tempi è riconducibile, in verità, anche e forse, soprattutto, a una domanda meno dinamica dell’offerta, che specie nel comparto petrolifero era salita a livelli non sostenibili, provocando un eccesso di produzione.

Allarme massimo a inizio 2016

Il mix di basse quotazioni delle commodities e rafforzamento del dollaro è stato micidiale per i mercati emergenti, date le elevate e accresciute esposizioni debitorie (pubbliche e private) in valuta straniera. E si consideri anche, che parte di questo aumentato debito si è avuto proprio da parte dei settori attivi nella produzione di materie prime. Il livello di allarme massimo si è avuto proprio all’inizio dell’anno, quando il dollaro è salito ai massimi dei primi del Millennio, mentre i prezzi delle materie prime sono scivolati ai minimi dalla fine degli anni Novanta (il petrolio è sceso fino ai 26-27 dollari al barile). Da allora, però, in parte la musica sembra essere cambiata.      

La ripresa nelle ultime settimane

I prezzi delle commodities sono cresciuti in meno di 2 mesi di oltre l’11% (+50% il greggio), mentre il dollaro si è un po’ “sgonfiato”, in previsione di una stretta della Fed più graduale. Vediamo qualche dato: il rublo si è rafforzato del 18%, il real brasiliano del 13%, il rand sudafricano quasi del 10%, la lira turca ha guadagnato quasi il 6%, il peso messicano il 5,5%, la rupia indiana il 3%, solo per citare alcune tra le valute emergenti principali. Questo trend sarebbe una benedizione per i detentori di bond corporate (ma anche governativi) emergenti, in quanto sottolineerebbe la migliorata capacità delle società emittenti di onorare le scadenze e potrebbe consentire loro di rivendere a prezzi migliori sul mercato secondario i titoli, minimizzando le perdite o finanche potendo realizzare una plusvalenza, a seconda del periodo in cui sono avvenuti tali acquisti.

Bond emergenti sono un’opportunità?

Che sia arrivato il momento di ributtarsi a capofitto sui mercati emergenti? L’invito alla prudenza resta. L’economia mondiale non andrebbe verso un’accelerazione del suo tasso di crescita, i paesi emergenti restano gravati da un debito, giudicato “eccessivo” anche dal Fondo Monetario Internazionale, mentre i paesi avanzati tagliano le stime a breve e medio termine. Inoltre, gli stimoli delle principali banche centrali sembrano avere raggiunto i limiti delle possibilità, con ciò implicando che ulteriori cali delle divise principali (dollaro, euro, sterlina, yen) contro quelle emergenti diventano sempre meno probabili per tale via. Semmai, incombe sulle valute emergenti il pericolo di un ripiegamento delle quotazioni delle materie prime, il cui rally ne ha sostenuto i corsi nelle ultime settimane. E solo con una prospettiva più solida di crescita dell’economia globale e un taglio dell’offerta delle commodities, assisteremo a una ripresa stabile e magari più vigorosa dei prezzi. Senza, non saremmo autorizzati a confidare troppo sul ritorno delle opportunità presso i mercati emergenti.  

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