I bond del Venezuela corrono sulle false speranze degli investitori

Il Venezuela è sprofondato in una carestia alimentare senza eguali nel mondo avanzato ed emergente, ma i suoi bond hanno corso negli ultimi due mesi. Il mercato si affida a speranze infondate.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela è sprofondato in una carestia alimentare senza eguali nel mondo avanzato ed emergente, ma i suoi bond hanno corso negli ultimi due mesi. Il mercato si affida a speranze infondate.

Vallo a capire spesso il mercato. A leggere l’andamento dei bond in Venezuela, parrebbe che Caracas sia reduce da novità positive sul piano politico ed economico. Il bond 2027 con cedola 12,5% prezza adesso 31,7 centesimi, meno di un terzo del valore nominale alla scadenza, ma oltre il 40% in più dei livelli toccati a inizio anno. E quello che scade nel 2038 con cedola al 7% vale oggi 30, quasi un terzo in più di gennaio. Bene anche le obbligazioni della compagnia petrolifera statale PDVSA: il 2022, cedola 2,75%, ha chiuso ieri a 31,4, in netta ripresa dai 25 di gennaio; il 2027, cedola 5,375%, è passato dai 20 centesimi di dicembre ai 27 attuali. La ripresa dei corsi c’è, magari non tale da farci parlare di vero rally, ma i grafici mostrano un recupero negli ultimi due mesi. Come mai?

Il Venezuela è un produttore di petrolio, detenendo le maggiori riserve al mondo. La sua economia risulta praticamente dipendente quasi esclusivamente dalla materia prima, ragione per cui il tracollo delle quotazioni internazionali dal 2014 ha aggravato una situazione già divenuta difficile da tempo, prosciugando le riserve valutarie della banca centrale e provocando una carenza diffusa di offerta, che si sta traducendo da mesi in una vera carestia alimentare. Il petrolio sta correndo sui mercati, passando 63 dollari dei minimi di febbraio ai 75 dollari di questi giorni. Naturale, in apparenza, che anche i bond venezuelani ne risentano positivamente. D’altra parte, più è alto il prezzo del greggio, maggiori i flussi di dollari in ingresso nel paese andino.

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Il petrolio non dà sollievo al Venezuela

Tutto vero, se non fosse che il Venezuela registri da anni una produzione petrolifera calante, che a marzo risulta scesa ad appena 1,5 milioni di barili al giorno, quando un anno fa si aggirava ancora sui 2,2 milioni. E per i prossimi mesi, le aspettative sono negative. Il calo delle estrazioni è dovuto ai bassi investimenti realizzati dai governi “chavisti” sin dal 1999, anno in cui i socialisti di Hugo Chavez arrivarono al potere. PDVSA da sola estrae la metà del greggio venezuelano, l’altra metà viene estratta in partnership con colossi internazionali, tra cui ENI. Il problema sta nell’assenza di dollari con cui remunerare le compagnie straniere, che sta impedendo da molto tempo ormai a Caracas di mantenere i livelli di produzione. Man mano che i pozzi rendono sempre meno, non c’è modo di compensare il calo con nuove trivellazioni o investendo sui pozzi già attivi. Da qui, il crollo.

E per oltre la metà delle estrazioni attuali, il petrolio viene vincolato al pagamento dei debiti verso creditori come Cina e Russia. Una minima parte ancora è destinata al programma Petrocaribe, quello che consente a una dozzina di stati latinoamericani di ispirazione socialista di godere di importazioni di greggio venezuelano a prezzi stracciati, in cambio di forniture di beni e servizi. E le vendite domestiche avvengono a prezzi sussidiati, visibilmente sottocosto. Dunque, anche in una congiuntura positiva, come quella attuale per i petrolieri, di benefici visibili per il popolo venezuelano se ne intravedono pochi. Lo confermano anche le riserve valutarie in discesa ad appena 9,4 miliardi di dollari, di cui i 3 quarti in oro, nonché l’implosione del cambio sul mercato nero tra bolivar e dollaro a 638.000. In un anno, la moneta nazionale si sarebbe deprezzata per almeno i due terzi, alimentando un’iperinflazione ormai stimata nell’ordine del 15.000%.

Forse, più che ai dati macro, gli investitori nutrirebbero qualche speranza dalle elezioni presidenziali in programma per il 20 maggio prossimo. Secondo un sondaggio condotto dall’indipendente Datanalisis, il candidato Henri Falcon supererebbe i consensi per il presidente uscente Nicolas Maduro di 7 punti percentuale. L’uomo è stato un membro del governo socialista al potere, dal quale si è staccato negli ultimi anni, promettendo una transizione morbida e una pacificazione nazionale tra tutte le forze politiche. Tuttavia, i sondaggi possono raccontare qualsiasi verità, ma bisogna tenere conto che a Caracas non si ha una democrazia reale, bensì una vera e propria dittatura, che difficilmente uscirà di scena per una sconfitta elettorale. Il rischio di brogli è altissimo e Maduro farà di tutto per ottenere un secondo mandato.

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Ottimismo vano sui bond

Nel frattempo, le condizioni di vita degli oltre 30 milioni di venezuelani sono diventate così drammatiche, che migliaia ogni giorno varcano il confine con la Colombia anche solo per cercare di ottenere dollari con cui effettuare acquisti, magari vendendo i capelli o persino prostituendosi. Forse, in tanti stanno scommettendo sul fatto che saremmo arrivati a una situazione così grave, che d’ora in avanti non potremmo che migliorare. Peccato che si pensasse lo stesso uno o due anni fa, mentre abbiamo toccato con mano quanto il regime sia disposto a sacrificare la sopravvivenza della popolazione, pur di non riformare l’economia, liberandola dalle inefficienze che la continuano a devastare, una su tutte il confuso sistema dei cambi.

Dunque, l’ottimismo parrebbe infondato. Il Venezuela è formalmente in default dalla fine del 2017, quando a novembre ha iniziato a non onorare le scadenze, accumulando pagamenti arretrati per oltre 1,7 miliardi di dollari ad oggi e su un totale di 50 miliardi di bond. A inizio mese, tuttavia, ha sborsato 90 milioni per la cedola su un bond, detenuto perlopiù da Goldman Sachs, che l’anno scorso aveva acquistato un titolo dal valore nominale di 2,8 miliardi di dollari e al 31% del suo prezzo, attirandosi le ire degli oppositori di Maduro, i quali hanno accusato la banca d’affari americana di finanziare così il regime. Questo ha appena nominato Millstein come advisor per la diatriba in corso con i creditori, segno che nei prossimi mesi potrebbe scatenarsi una battaglia legale non dissimile da quelle che vide l’Argentina contrapporsi agli obbligazionisti per circa un quindicennio.

Certo, le elezioni potrebbero rappresentare una svolta sul piano finanziario, anche nel caso di vittoria del presidente, che avrebbe le mani libere per riformare il mercato dei cambi, facendo fluire valuta straniera e rientrando così nella disponibilità di dollari con cui onorare le scadenze future e quelle saltate negli ultimi mesi. Attenzione, però, perché le sanzioni americane hanno tagliato fuori il Venezuela dal circuito finanziario USA, isolando Caracas, rimasta a secco di valuta straniera. E, in ogni caso, non pare che Maduro abbia in mente di cambiare alcunché della fallimentare gestione dell’economia venezuelana, continuando a confidare nella ripresa delle quotazioni petrolifere, nell’assistenza degli alleati cinesi e russi, nonché ricorrendo a espedienti bizzarri, come l’emissione di una moneta digitale, Petro, e togliendo tre zeri alle banconote circolanti per nascondere quello che tutti sanno: che il bolivar non vale nulla, che servono così tanti biglietti anche solo per pagarsi un caffè, da rendere impossibili gli scambi e sempre più necessario il ricorso al baratto. Gli investitori dovrebbero solo sperare che i prezzi attuali abbiano già incorporato lo scenario peggiore di un default generalizzato sui 60 miliardi di titoli emessi. Forse, erano scesi troppo tra fine 2017 e inizio 2018.

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Argomenti: Altre economie, bond sovrani, Crisi del Venezuela, rendimenti bond, valute emergenti