La caccia al rendimento è ancora sotto controllo con questa bolla sui mercati?

La bolla finanziaria nel pianeta è sempre più evidente e i segnali si moltiplicano. Adesso, il boom dei prezzi sconfina pure in assets innovativi e altri apparentemente slegati dalla finanza.

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La bolla finanziaria nel pianeta è sempre più evidente e i segnali si moltiplicano. Adesso, il boom dei prezzi sconfina pure in assets innovativi e altri apparentemente slegati dalla finanza.

Sono trascorsi 10 anni da quando sui mercati si affacciavano i primi segnali di quella crisi finanziaria mondiale, che sarebbe esplosa in tutta la sua drammaticità poco meno di un anno dopo, quando il pianeta veniva scioccato dal fallimento di Lehman Brothers, improvviso, imprevisto e dalle conseguenze potentissime. Oggi, sembra di vivere su un altro pianeta, se si guardano alle condizioni dei mercati globali, che sfiorano i 100.000 miliardi di capitalizzazione, segnando un aumento di ben 40.000 miliardi in un decennio (+70%).

Non sarebbe niente di preoccupante, se non fosse che le principali economie avanzate continuerebbero a mostrarsi fragili, specie l’Eurozona, mentre quella americana, pur essendo apparentemente uscita dalla crisi del 2008-’09, sarebbe ancora oggi dipendente dall’ambiente dei bassi tassi creato appositamente dalla Federal Reserve.

Le tre principali banche centrali (Fed, BCE e Bank of Japan) hanno incrementato i loro bilanci di oltre ben 10.000 miliardi di dollari in 10 anni, praticamente più che triplicandoli. E’ la conseguenza delle stamperie di moneta senza precedenza, con maxi-iniezioni di liquidità a colpi di acquisti di assets, che sempre in più analisti e investitori temono abbiano alimentato una gigantesca bolla finanziaria, dalla quale non si capisce come uscirne, a partire dagli stessi governatori centrali, quasi in trappola tra la necessità di non gonfiare più le valutazioni degli assets con dosi eccessive di liquidità sui mercati e il rischio di farle crollare con un aumento insostenibile dei tassi. (Leggi anche: Bolla finanziaria pronta ad esplodere con rialzo tassi BCE, Germania preoccupata)

Caccia al rendimento fonte di distorsioni

Che il mercato sia da tempo a caccia di rendimento lo spiegherebbero diversi indicatori. Il primo e tra i più preoccupanti riguarda le obbligazioni “spazzatura”, specie denominate in euro. Sono formalmente note come “high yields” (“alto rendimento”), senonché di “high” non sembra essere rimasto niente, se è vero che per la prima volta nelle settimane passate hanno offerto mediamente meno del 3%, praticamente qualcosa appena in più di un decennale USA. (Leggi anche: Obbligazioni europee senza bussola, spazzatura spacciata per lusso)

Un altro segnale della caccia al rendimento lo si coglie nell’appiattimento della curva delle scadenze: lo spread tra Treasuries decennali e biennali oscilla intorno ai 60 punti base, il livello più basso da 10 anni.

Ciò implica che per il mercato sarebbe quasi del tutto indifferente investire a breve o medio-lungo termine, conseguenza dello spostamento della domanda sulle scadenze più lunghe, al fine di ricavare rendimenti maggiori di quelli praticamente nulli o persino negativi offerti dalle scadenze brevi.

Non è così nell’Eurozona, dove lo spread tra Bund a 10 e 2 anni sarebbe oggi il doppio di 10 anni fa, ovvero intorno a 100 punti base o più contro i 50-60 bp di fine 2007. Perché? I rendimenti nominali in entrambe le scadenze sono crollate rispettivamente dal 3,9% allo 0,3-0,4% e dal 3,4% al -0,7%. Contrariamente ai titoli del debito USA, i rendimenti a breve da noi sono scesi in territorio negativo, per via degli ingenti acquisti realizzati e dei tassi negativi adottati dalla BCE, per cui la curva si mostra più inclinata. Nulla toglie alla follia di quanto stia accadendo da anni, con banche a fare incetta di bond che infliggeranno loro perdite certe alla scadenza.

Mercato azionario in boom nel 2017

Il 2017 era stato atteso dal mercato con una certa paura per i possibili crolli che avrebbero dovuto iniziare a manifestarsi, partendo da Wall Street. Invece, la vittoria inattesa del candidato repubblicano Donald Trump alle elezioni USA ha contribuito a sostenere i corsi, che hanno sfondato prima il record di 20.000 punti per il Dow Jones, successivamente i 21.000, 22.000, 23.000 e giovedì scorso i 24.000 punti con il taglio delle tasse approvato dal Senato americano. Anziché arretrare, il comparto azionario a stelle e strisce ha reso da inizio anno il 24%, quello mondiale più del 45%. Pur scontando il -9% mediamente accusato dal dollaro contro le altre valute quest’anno, il succo del discorso rimane identico.

E’ come se tutti acquistassero per via dell’eccessiva liquidità circolante, come accade tipicamente nelle economie afflitte dall’iperinflazione (si veda l’attuale caso della Borsa di Caracas). Eppure, l’inflazione è ovunque bassissima, anzi le banche centrali non sanno cosa inventarsi per stabilizzarla intorno ai rispettivi target, segno che tutta la moneta stampata stia finendo nel circuito finanziario, non in quello dell’economia cosiddetta “reale”, quella dei beni e servizi.

Ma la finanza sta spaventando persino alcuni dei suoi operatori, se è vero che quest’anno i Bitcoin, considerati appestati solo a fino pochi mesi fa, siano esplosi di prezzo del 1.100% da inizio anno, arrivando ormai a valere qualcosa come 192 miliardi di capitalizzazione oggi, pari ad appena lo 0,2% del mercato azionario mondiale, ma in valore assoluto e tenendo presenti i ritmi esponenziali di crescita ci sarebbe poco da minimizzare. (Leggi anche: Bitcoin, ecco perché la finanza è divisa sulla bolla)

E’ bolla ovunque, dall’arte alle case

Anche perché qualche segnale di bolla lo si coglie in settori, che apparentemente con la finanza c’entrerebbero come i fichi a colazione. Avete sentito che un paio di settimane fa il “Salvator Mundi” di Leonardo Da Vinci è stato venduto all’asta da Christie’s per 450,3 milioni di dollari? C’è che spiega questo record con lo spostamento di capitali verso l’arte, alla ricerca di assets sicuri in cui portarli al riparo. Cosa che dovrebbe preoccuparci ancora di più è quel pallido poco più del 10% segnato quest’anno dall’oro, le cui quotazioni si stanno tenendo praticamente attorno alla media decennale, come se il mercato non si fidasse più così tanto del metallo per fuggire dai rischi, risentendo esso delle azioni delle banche centrali in termini di acquisti/cessioni sul mercato e di politiche monetarie.

Infine, non possiamo non fare ancora una volta accenno alla bolla immobiliare di diverse grosse realtà urbane del mondo, tra cui Londra, Vancouver e l’Australia, conferma non soltanto di dinamiche più tipicamente legate ai fondamentali delle singole cittadine, bensì pure di movimenti finanziari con finalità speculative e che vengono incentivati proprio da quell’eccesso di liquidità a cui ha portato l’operato delle banche centrali. La festa, tuttavia, non può durare all’infinito.

L’esplosione del mondo delle monete digitali sarebbe solo la punta dell’iceberg, la spia di una fuga dalla finanza ufficiale sinora conosciuta, alla ricerca di nuovi assets a cui puntare per mettere in salvo i capitali da un crac temuto e non improbabile. Quando dovremmo iniziare a preoccuparsi? Se i Bitcoin, da soli o in compagnia dell’altro migliaio di “criptomonete”, sfonderanno la soglia dei 1.000 miliardi di capitalizzazione, equivarrebbe a prendersi con la forza un posto di rilievo nelle sale che contano. E senza che nemmeno si sappia chi vi dietro alla più grande novità finanziaria degli ultimi decenni. (Leggi anche: Prezzi delle case alle stelle, Australia in bolla immobiliare)

 

 

 

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