Bolivia senza Morales, il presidente indigeno e “cocalero” in fuga

Evo Morales, presidente della Bolivia dal 2006 fino a ieri, si è dimesso dopo le violente proteste di piazza per la sua rielezione con brogli. Si nasconde nella regione di Cochabamba, inseguito dalla polizia, che nega il mandato di cattura.

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Evo Morales, presidente della Bolivia dal 2006 fino a ieri, si è dimesso dopo le violente proteste di piazza per la sua rielezione con brogli. Si nasconde nella regione di Cochabamba, inseguito dalla polizia, che nega il mandato di cattura.

Evo Morales non è più il presidente della Bolivia. Si è dimesso ieri dopo 13 anni e a poche settimane dalla sua quarta elezione, che l’Organizzazione per gli Stati d’America ha certificato essere avvenuta per mezzo di brogli. Da giorni non usciva più dal palazzo presidenziale sui timori per le proteste inferocite di migliaia di cittadini che ne reclamavano le dimissioni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la solidarietà espressa dagli agenti di polizia, ammutinatisi per passare dalla parte dei manifestanti. I militari avevano ormai smesso di difendere l’ex presidente, che stava trasformandosi con ogni evidenza in un dittatore. Aveva voluto a tutti i costi ricandidarsi per un quarto mandato, vietato dalla Costituzione e negatogli dal referendum chiesto nel 2015 e contro cui aveva fatto ricorso alla Corte Suprema, facendosi dare ragione.

Comprare i bond della Bolivia con la fine dell’era Morales?

Nel 2009 e nel 2014 aveva vinto facilmente con il 60% dei consensi, mentre stavolta tutti sapevano che la corsa sarebbe stata più difficile, pur a fronte di opposizioni divise. Lascia una Bolivia certamente migliore di quella che trovò nel 2006, pur rimanendo la più povera economia dell’America Latina, escludendo ormai dalle comparazioni il Venezuela “chavista”.

Di origini indigene e molto umili, ex coltivatore di foglie di coca, Morales vinse 13 anni fa per la prima volta a capo del Movimento per il socialismo, con toni estremi e tali da destare serie preoccupazioni all’estero sulla svolta di La Paz. Ben presto, però, l’uomo si mostra più pragmatico delle previsioni. Come egli stesso ebbe a ribadire più volte, la sua idea di socialismo non si fonda sulla convinzione che lo stato possa risolvere ogni problema; semmai, su un mix tra mano forte dello stato e settore privato, al quale è stato garantito un minimo margine di manovra, pur figurando la Bolivia al 173-esimo posto della classifica annuale della Banca Mondiale sulla libertà economica, praticamente non molto sopra Cuba.

I risultati dell’era Morales

Eppure, la Bolivia di Morales è cresciuta di oltre l’84% in termini di pil, vale a dire alla media del 4,8% all’anno, in accelerazione dal +3,3% medio del decennio precedente e del 3,6% del ventennio precedente.

Il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto gli sforzi del presidente “cocalero” per sradicare la povertà assoluta, scesa dal 33% del 2006 al 15% del 2018. In questi 13 anni, La Paz ha investito molto in infrastrutture, tutela dell’ambiente e istruzione. Si è creata una classe media non più insignificante, la stessa che ha reclamato a gran voce le dimissioni di Morales per tutelare la democrazia ed evitare la fine del Venezuela.

I discreti risultati raggiunti sono stati, dicevamo, frutto di un certo pragmatismo, ma anche di un pizzico di fortuna. Egli ha ancorato la valuta locale, il boliviano, al dollaro USA, garantendo al cambio una stabilità invidiabile e tenendo a bada l’inflazione. Da esportatrice di gas naturale e altre materie prime come l’oro e lo zinco, la Bolivia ha potuto beneficiare del rialzo dei prezzi, tant’è che il valore delle esportazioni nel periodo considerato è raddoppiato, sebbene negli ultimi anni la bilancia commerciale sia andata in rosso anche per effetto dell’aumento delle importazioni, segno di maggiore ricchezza interna.

Morales ha commesso un errore fatale per la sua immagine di uomo dei poveri, tra gli ultimi e tutore di pace, stabilità e prosperità: si è innamorato eccessivamente della poltrona. La degenerazione riguarda l’ultimo quinquennio, quando ha fatto di tutto per allungare la sua permanenza alla presidenza fino al 2024, in barba alle leggi costituzionali e alla stessa volontà popolare. Non ha capito che la lotta alla povertà sia stata una battaglia mediaticamente efficace, ma che i boliviani abbiano iniziato a chiedergli da tempo un rinnovamento nel segno della trasparenza del potere (le classifiche internazionali collocano la Bolivia tra i paesi meno trasparenti e più percepiti come corrotti al mondo) e della maggiore libertà economica, impauriti di un futuro altrimenti assai simile a quello del Venezuela del compagno Nicolas Maduro, anch’egli mostratosi più affezionato alla carica che non al benessere del suo popolo.

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