Boeri, pensioni e immigrati: ecco perché il presidente Inps alimenta un dibattito fuorviante

Lo scontro tra l'Inps di Tito Boeri e il governo penta-leghista di Matteo Salvini e Luigi Di Maio accende i fari sul tema delle pensioni legato a quello degli immigrati. E spesso a prevalere è la demagogia delle facili soluzioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo scontro tra l'Inps di Tito Boeri e il governo penta-leghista di Matteo Salvini e Luigi Di Maio accende i fari sul tema delle pensioni legato a quello degli immigrati. E spesso a prevalere è la demagogia delle facili soluzioni.

L’Italia avrebbe bisogno di un numero maggiore di immigrati, altrimenti i conti dell’Inps salterebbero in aria. A dirlo è stato nelle scorse settimane il presidente dell’ente, Tito Boeri, che si è scontrato con le richieste esplicite di dimissioni provenute sia dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sia da quello al Lavoro e Sviluppo, Luigi Di Maio. I due leader della maggioranza hanno accusato l’economista di fare politica e lo hanno invitato gentilmente a farlo non dal pulpito dell’Inps. Quello dei migranti è un tema molto sensibile per la politica italiana, che si divide in questi mesi sugli sbarchi e sull’assenza di coordinamento tra gli stati nella UE. Ma chi ha ragione? I dati, spiega Boeri, la darebbero a lui. Eppure, non c’è unanimità di vedute nemmeno tra gli stessi analisti. Gian Carlo Blangiardo, uno dei più stimati demografi italiani e in pole position per ricoprire la presidenza dell’Istat sin dai prossimi giorni in quota Lega, sostiene che gli immigrati non sarebbero una risposta definitiva al problema delle pensioni, perché i contributi da loro versati dovranno essere un giorno restituiti in forma di prestazioni pensionistiche. Insomma, non ci regalerebbero nulla. E ci mancherebbe!

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Il punto cruciale del dibattito riguarda il sistema a ripartizione su cui poggia l’impianto previdenziale italiano: i contributi versati da ciascun lavoratore servono a pagare gli assegni dei pensionati attuali e, benché su di essi si basi il calcolo delle prestazioni future erogabili, non vengono accantonati e investiti come in un sistema privatistico. In pratica, gli immigrati che oggi lavorano in Italia contribuiscono a pagarci oggi le pensioni, ma un giorno avranno diritto a loro volta a farsele pagare dai futuri lavoratori. Il problema sorgerà proprio quando vi saranno con ogni probabilità lavoratori-contribuenti insufficienti, dati i bassi tassi di natalità. E allora, o importiamo sempre più immigrati per accrescere di continuo la platea dei lavoratori o iniziamo strutturalmente a cercare di risolvere il problema delle pensioni, legato a quello della demografia.

I dati, a cui verosimilmente si rifà lo stesso Boeri, appaiono disarmanti. Il tasso di fertilità delle donne italiane è di appena 1,3, tra i più bassi al mondo, che si confronta con una media OCSE di 1,7. Se i bambini che nascono sono sempre meno, gli over 65 continuano ad aumentare. Sono arrivati al 21,25% della popolazione totale, percentuale superata solo dal 25% del Giappone e contro una media OCSE del 18,4%. Per contro, gli italiani fino a 15 anni di età sono solamente il 14% della popolazione, mentre sempre la media OCSE è del 18,4%. In altre parole, nelle altre economie ricche del pianeta esiste mediamente un anziano per ogni giovanissimo, in Italia si ha un rapporto di 1,5.

Serviranno sempre più immigrati

E se da noi lavorano solo 58,2 persone su 100 in età lavorativa (15-64 anni), nell’area OCSE si ha un tasso del 68,2%, 10 punti in più esatti. Questo significa che avremmo quasi 4 milioni di occupati in più, se i tassi di occupazione nel nostro Paese fossero in linea con quelli del resto del mondo avanzato. E così, esistono da noi 37 over 65 su 100 residenti di età compresa tra 20 e 64 anni, quella sostanzialmente in età lavorativa. Considerando che nel 2016 l’Istat aveva stimato in 16,1 milioni il numero dei pensionati italiani e che attualmente registriamo circa 23,1 milioni di occupati, abbiamo 1,44 lavoratori appena per ogni pensionato. Il rapporto salirebbe a 1,7, nel caso in cui avessimo un’occupazione in media con l’OCSE.

Cosa ci spiegano questi dati? Che l’Italia è sempre più vecchia, che il numero dei pensionati non potrà che crescere, riforme previdenziali o meno, e che quello dei lavoratori non terrà il passo, a causa sia della natalità calante, sia della scarsa occupazione. Che, soprattutto, nel breve gli immigrati ci darebbero una grande mano per pagarci le pensioni sembra quasi lapalissiano, ma che non risolverebbero affatto un fenomeno di tipo strutturale lo sarebbe altrettanto. E si tenga conto che l’Inps rifiaterebbe solo se i nuovi ingressi si traducessero in posti di lavoro stabili e con redditi quanto meno dignitosi, altrimenti il loro costo finirebbe per superare i benefici recati ai conti previdenziali. E ancora: ha senso reclamare più immigrati, quando è accertato che in Italia avremmo circa 4 milioni di lavoratori in meno di quelli che vi sarebbero secondo i canoni dei paesi ricchi? La questione riguarda il sud, dove un giovane su due risulta disoccupato e gli stessi tassi di disoccupazione viaggiano su percentuali nettamente superiori alla media nazionale.

Sul tema migranti si è aperta da anni una discussione troppo impregnata di ideologia, da una parte e dall’altra. A parte il drammatico problema di un mercato del lavoro disfunzionale nel Meridione, il vero punto sarebbe il graduale superamento del sistema a ripartizione con uno a capitalizzazione, che appare molto problematico per l’indispensabilità dei contributi versati al mantenimento delle pensioni attuali e per le problematiche sociali che sorgerebbero con un modello pensionistico fondato solo ed esclusivamente sul montante accumulato nel corso della carriera lavorativa. Il fatto che sia un tema spinoso non significa, però, che non si debba mai trovare modo di affrontare un dibattito pubblico serio e non urlato. A meno di pensare che il futuro dell’Italia consista nell’importare un numero crescente di migranti per rimpiazzare le nostre culle vuote, quasi che gli africani fossero una merce a disposizione delle nostre esigenze di cassa e non persone con speranze, affetti e obiettivi di vita indipendenti dalla nostra Inps.

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Argomenti: Economia Italia, Pensioni