Board BCE: oggi Draghi non aiuterà l’Italia, ma ecco a quali segnali dovremo guardare

Draghi oggi non comunicherà certamente alcun intervento per offrire sollievo allo spread, ma nel comunicato della BCE esistono vari potenziali spunti a cui guardare per capire come si muoverà davvero la politica monetaria nei prossimi mesi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Draghi oggi non comunicherà certamente alcun intervento per offrire sollievo allo spread, ma nel comunicato della BCE esistono vari potenziali spunti a cui guardare per capire come si muoverà davvero la politica monetaria nei prossimi mesi.

Settima riunione dell’anno per il board della BCE, chiamato oggi ad esprimersi sulla politica monetaria per l’Eurozona. Non sono attesi cambiamenti concreti, né annunci di modifiche alla “forward guidance”. Nel dettaglio, il comunicato dell’istituto dovrebbe rimanere intatto nella parte che riguarda la previsione di tassi fermi ai livelli attuali “fino all’estate 2019”, così come dovrebbe essere ribadita la cessazione degli acquisti di assets con il “quantitative easing” dalla fine di quest’anno. E’ ad altro che dovremo guardare per carpire qualche possibile cambiamento in vista a Francoforte. A settembre, i funzionari hanno abbassato le previsioni di crescita per il biennio in corso al 2% e 1,8% rispettivamente, mentre pur esprimendo preoccupazioni per le tensioni commerciali nel mondo e il rallentamento della crescita nell’area, hanno definito i rischi “bilanciati”.

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Nella retorica della BCE, l’espressione indica che i fattori di rischio per l’economia nell’Eurozona sarebbero contrappesati da altre variabili positive che spingerebbero il pil in alto. Tuttavia, dall’ultima riunione il quadro complessivo appare peggiorato. Anzitutto, le tensioni tra USA e Cina sui commerci si sono inasprite, mentre tra le borse mondiali si registra nervosismo, come conferma anche il tonfo di ieri di Wall Street, con il Nasdaq a chiudere la seduta con un pesante -4,4%. Per non parlare dell’acuirsi dei problemi per i titoli di stato italiani, il cui spread a 10 anni con i Bund si è portato stabilmente sopra i 300 punti base sulla bocciatura della manovra di bilancio dell’Italia da parte della Commissione europea.

Il caso Italia in conferenza stampa

C’è da scommettere che il governatore Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa che avrà inizio alle ore 14.30, sarà sottoposto al fuoco delle domande proprio sul caso Italia. Il governo giallo-verde ha apertamente sfidato le regole fiscali dell’area e lo scontro con i commissari sta creando forti tensioni politiche e finanziarie. Non aspettiamoci che Draghi possa reagire con l’annuncio di misure speciali in favore del nostro Paese. Al contrario, egli probabilmente continuerà a chiedere l’abbassamento dei toni a entrambe le parti, come aveva invitato a fare un paio di settimane fa da Bali, Indonesia, nel corso di un incontro del Fondo Monetario Internazionale a cui stava partecipando. Al contempo, rivolgerà a Roma, e non solo, la sollecitazione a ricostituire i cuscinetti fiscali necessari per affrontare il rialzo dei tassi negli anni futuri, a maggior ragione per gli stati più indebitati.

Per queste ragioni, non possiamo escludere che nel comunicato ufficiale che Draghi leggerà, i rischi per l’area vengano ridefiniti “al ribasso”, implicando il timore che la crescita nell’Eurozona sarebbe destinata più a rallentare rispetto alle previsioni che ad accelerare. Questa espressione avrebbe conseguenze importanti sui mercati, perché gli investitori capterebbero la variazione nel linguaggio come “dovish”, ossia tesa a comunicare una strategia più accomodante rispetto alle attese. Ne conseguirebbe un indebolimento dell’euro e un sollievo almeno minimo per il mercato obbligazionario, a beneficio particolare dei BTp, i titoli maggiormente oggetto di vendite nelle ultime settimane, con tendenziale restringimento per gli spread. Tuttavia, la BCE non sembra preparata, né intenzionata a sostenere un mutamento delle aspettative del mercato, per cui rinvierebbe tale modifica per dicembre, quando saranno diffuse le nuove previsioni macroeconomiche.

Resta il capitolo dei reinvestimenti. Francoforte si è impegnata ad acquistare assets anche dopo la fine del QE con i proventi derivanti dal rimborso dei titoli in portafoglio e in scadenza. Si calcola che nel 2019 saranno 180 miliardi di euro i ricavi da reimpiegare, di cui 29 per assets italiani. Nelle scorse settimane è stata ripresa un’indiscrezione risalente già ai primi mesi dell’anno, secondo la quale la BCE sarebbe intenzionata a dare vita alla cosiddetta “operazione twist”, tramite la quale si concentrerebbe sulle scadenze più longeve (superiori ai 10 anni?) in fase di reinvestimento. La strategia comporterebbe un appiattimento della curva dei rendimenti e consentirebbe agli stati di attutire il colpo dell’aumento del costo del denaro, continuando a consolidare i rispettivi debiti sovrani. Difficile che Draghi fornisca ulteriori informazioni sul tema, visto che dall’istituto emerge la volontà di non legarsi le mani con la comunicazione di dettagli tecnici.

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Quali possibili nuovi stimoli?

In definitiva, per quanto interlocutoria, la riunione di oggi appare importante per capire se la BCE intenda prendere o meno la palla al balzo delle varie tensioni per segnalare anche solo una minima variazione al percorso già tracciato per il “tapering”. Paradossalmente, l’Italia rappresenta allo stesso tempo il principale fattore di rischio per la stabilità finanziaria nell’area e il più forte freno attuale per un mutamento in senso “dovish” della strategia di Francoforte. Draghi non può permettersi di apparire accomodante con uno stato che segnala apertamente di voler violare le regole comuni dell’unione monetaria, né gode (ancora) del sufficiente consenso politico (la Germania) per rivisitare i propri piani in fatto di stimoli. Oltre tutto, l’inflazione di fondo sarebbe destinata ad accelerare verso il target, per espressa dichiarazione recente dello stesso Draghi, un fatto che cozzerebbe con l’eventuale uscita meno veloce dal QE. Ricordiamoci, infatti, che gli acquisti degli assets sono formalmente condotti al solo scopo di perseguire la stabilità dei prezzi, unico mandato dell’istituto.

Se lo spread italiano dovesse allargarsi ulteriormente a livelli di allarme, ci sarebbe modo per reagire alla tempesta e mettere in salvo l’euro nei prossimi mesi. Ad oggi, la pressione finanziaria su Roma conviene sia ai commissari che al governatore per costringere il governo Conte a modificare la manovra. Se servisse intervenire, più che al QE dovremmo guardare ad altri canali, come il ripristino delle aste T-ltro, quelle con cui sono state iniettate migliaia di miliardi di liquidità alle banche dell’area, di cui un quarto in favore delle italiane, sin dal debutto di Draghi come governatore. Nemmeno in questo caso saremmo ancora in una fase critica per giustificare tale provvedimento, visto che l’erogazione dei prestiti negli ultimi mesi sta crescendo ai ritmi più alti da un decennio a questa parte. Eppure, le banche europee in borsa hanno perso più del 15% in meno di 5 settimane, tra le tensioni relative all’Italia e il tonfo di Deutsche Bank ai minimi storici.

Tra il dicembre del 2011 e il febbraio del 2012, oltre 1.000 miliardi andarono alle banche tramite prestiti di durata fino a 4 anni, di cui 255 alle banche italiane. Queste ultime utilizzarono l’immensa liquidità ottenuta a basso costo (1%) per acquistare titoli di stato domestici, le cui detenzioni a bilancio più che raddoppiarono in valore assoluto, consentendo al Tesoro di non perdere l’accesso al mercato per rifinanziarsi. Lo stesso accadrebbe stavolta, nel caso in cui lo spread impazzisse e l’erosione dei ratios patrimoniali subita dai nostri istituti creasse allarme sulla loro solidità. Un compromesso possibile con Berlino, che si vedrebbe rassicurata sulla fine degli stimoli ufficiali, chiudendo un occhio sui fiumi di denaro in favore dei sistemi bancari europei, di cui avrebbe bisogno la stessa Germania.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari