Board BCE, Draghi medita stimoli QE più a lungo e Trump gli da una mano

Quantitative easing al test del board BCE di oggi. Il governatore Mario Draghi potrebbe mostrarsi più accomodante delle attese e i dazi di Trump allontanerebbero l'uscita dagli stimoli nell'area.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Quantitative easing al test del board BCE di oggi. Il governatore Mario Draghi potrebbe mostrarsi più accomodante delle attese e i dazi di Trump allontanerebbero l'uscita dagli stimoli nell'area.

Si tiene oggi il secondo board della BCE di quest’anno, che dovrebbe fornirci qualche indicazione più precisa sui passi che l’istituto intende compiere sulla politica monetaria nell’Eurozona per i prossimi mesi. Il mercato si attende di carpire novità sul “quantitative easing”, gli acquisti mensili di assets per 30 miliardi di euro fino al settembre prossimo. Il momento è delicato, perché se fino a poche settimane fa sembrava assodato che nei primi mesi dell’anno avremmo assistito all’annuncio di un ritiro dal piano di stimoli monetari, oggi le cose sembrano un po’ più complicate. Partiamo dai dati: l’inflazione nell’area a febbraio è scesa all’1,2%, un tasso ben inferiore all’obiettivo della BCE, che è “vicino, ma inferiore al 2%”. E se dovessimo monitorare le quotazioni del petrolio come proxy per anticipare le aspettative di inflazione, noteremmo come queste siano scese dagli oltre 70 dollari a cui erano arrivate nella seconda metà di gennaio ai 64 dollari attuali per il Brent.

E un altro aspetto induce il governatore Mario Draghi alla prudenza. Egli ha sempre sostenuto come l’inflazione in sé sia legata all’andamento del ciclo economico e, pertanto, essa risentirebbe in un senso o nell’altro dell’accelerazione o meno della crescita e dell’occupazione (non siamo al doppio mandato, ma poco ci manca). Ebbene, gran parte della ripresa economica dal 2013 è stata trainata dalle esportazioni, che sono aumentate di oltre un quarto da allora, mentre gli investimenti lordi del 15% e i consumi delle famiglie della metà. Per non parlare della spesa pubblica, che a seguito delle politiche di austerità fiscale risulta salita di appena il 5%.

Dunque, l’Eurozona cresce grazie alle esportazioni, come dimostrano i casi di Germania e, in misura inferiore, dell’Italia, con avanzi commerciali rispettivamente dell’8% e del 3% del pil. Tuttavia, l’export a sua volta ha beneficiato del cambio debole. Basti pensare che contro il dollaro, la moneta unica è scesa da quasi 1,40 del maggio 2014 a un minimo inferiore a 1,05 nel gennaio dello scorso anno. Ma proprio la prospettiva di un’uscita dagli stimoli con i primi segnali di reflazione ha spinto il cambio euro-dollaro già in area 1,25, con doppie implicazioni negative sull’inflazione: rende i costi dei beni importati più bassi, traducendosi in prezzi finali inferiori; minaccia le esportazioni, ovvero i ritmi di crescita nell’area, con ripercussioni tendenzialmente frenanti sempre sui prezzi.

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E restando sull’export, il fattore Trump non aiuta. La BCE monitora con preoccupazione la politica commerciale dell’amministrazione americana, che già oggi dovrebbe imporre dazi su acciaio e alluminio. Aldilà delle tariffe sui due beni in sé, sarebbe la prova che l’America girerebbe pagina e adotterebbe misure protezionistiche, scatenando una guerra commerciale (la stessa UE si muove con misure ritorsive) e impattando sulla crescita attesa di economie, come l’Eurozona, che nel 2017 ha registrato esportazioni nette per quasi 240 miliardi di euro.

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Esistono altri dati che Francoforte monitora per farsi un’idea delle condizioni di crescita dell’area. L’indice composito PMI è sceso a febbraio rispetto all’apice di inizio anno e anche la fiducia economica si è ritratta per il secondo mese consecutiva a febbraio in Europa, tra cui quella degli investitori è scesa ai minimi da 10 mesi. Sarebbero segnali quanto meno di una non accelerazione della crescita del pil, un fatto che metterebbe in dubbio la tempistica di uscita dal QE, tanto che ieri il governatore irlandese Philip Lane ha, addirittura, dichiarato che se necessario potrebbero esservi nuovi stimoli, oltre quelli già in programma.

L’impatto sui mercati

Se Draghi dovesse mostrarsi più accomodante delle attese oggi, le ripercussioni sui mercati potrebbero essere marcate, se si pensa che in scia ad aspettative “hawkish”, il rendimento del Bund è salito dallo 0,43% di fine 2017 all’attuale 0,66%, avendo raggiunto a metà febbraio lo 0,76%. Lo stesso comparto azionario ne risentirebbe positivamente, mentre il cambio euro-dollaro potrebbe indebolirsi più in prossimità di quota 1,20 nell’arco delle prossime settimane, qualora emergesse una minore intenzione della BCE di porre fine a settembre agli stimoli o persino di allungarne la durata, lasciando immaginare che di rialzo dei tassi non si parlerebbe da qui a un anno e mezzo, se non dopo.

Per fortuna di Draghi, infine, i rischi politici italiani non si sono (ancora) tradotti in una fuga dai BTp e in alcun ampliamento dello spread. Ciò renderebbe più agevole l’eventuale annuncio del passaggio a una fase più restrittiva della politica monetaria, che da qualche settimana, ripetiamo, non sembra così nell’aria come prima.

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Argomenti: Bce, Crisi Euro, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari