Bitcoin superano il crollo, ecco perché le banche odiano la criptomoneta

Bitcoin in ripresa, quotazioni tornano sopra i 16.000 dollari. Vediamo perché il mercato delle monete digitali è tanto odiato dalle banche di tutto il mondo.

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Bitcoin in ripresa, quotazioni tornano sopra i 16.000 dollari. Vediamo perché il mercato delle monete digitali è tanto odiato dalle banche di tutto il mondo.

Dopo lo scioccante crollo della settimana scorsa, le quotazioni dei Bitcoin stanno risalendo la china e in questi minuti sono salite sopra i 16.000 dollari, attestandosi a quasi 16.300 dollari e capitalizzando oltre 273 miliardi. Il valore di capitalizzazione di tutte le monete digitali ad oggi esistenti (sulle 1.300) si aggira a poco meno di 610 miliardi, avvicinandosi al record dei quasi 650 miliardi registrati la settimana scorsa. Tuttavia, si consideri che solamente le prime 10 più grandi per capitalizzazione valgono al momento l’84% dell’intero mercato, a conferma di come la parte del leone la facciano in poche. (Leggi anche: Bitcoin, scoppio bolla o altre ragioni dietro al crash?)

Può sembrare paradossale, ma nonostante i Bitcoin abbiano avuto nel 2017 il loro boom, guadagnando 260 miliardi di capitalizzazione ad oggi, la loro importanza rispetto al mondo delle “criptomonete” risulta praticamente dimezzata rispetto all’inizio dell’anno, passando dal 90% al 45% attuale. Ciò, per effetto dell’esplosione di tutte le altre monete digitali a ritmi persino superiori. Pensiamo a Monero, nata appena 7 mesi fa, debuttando a 1,41 dollari e che oggi vale quasi 300 volte più di allora, ovvero qualcosa come quasi 6,5 miliardi. La stessa Ethereum era a meno di 8 dollari l’1 gennaio scorso, mentre si attesta adesso sopra 775 dollari, seconda per capitalizzazione ai soli Bitcoin con un controvalore totale di 75 miliardi.

Banche e Bitcoin non sono amici

Non siamo in grado di affermare se il tonfo sia alle spalle e se d’ora in avanti si avrà una stabilizzazione al rialzo delle quotazioni dei Bitcoin, dopo il crash dei giorni passati a un minimo inferiore a 11.000 dollari. Quel che sembra certo è l’avversione, per non dire l’odio, del sistema finanziario verso il nuovo asset.

In particolare, proprio le banche appaiono le più critiche verso la “criptomoneta”. Non a caso il ceo di JP Morgan, Jamie Dimon, a inizio ottobre la definiva una “truffa” e bordate sono arrivate anche dal capo di Ubs, Axel Weber, ex banchiere centrale tedesco e già componente della BCE. (Leggi anche: Bitcoin alternativa all’oro?)

Cosa spinge le banche d’affari alla repulsione verso i Bitcoin? Pensateci bene. Bolla o non bolla, quest’anno il mercato delle criptomonete è cresciuto di un massimo di oltre 600 miliardi di dollari, che potrebbero anche sembrare pochi, se paragonati ai quasi 100.000 miliardi di capitalizzazione del mercato azionario mondiale, ma si tratta di un business a rapida crescita (+2.000% quest’anno), al quale gli istituti non hanno potuto partecipare, restandone escluse ed esposte alle richieste dei clienti di puntare su realtà simili. La stessa natura decentralizzata dei Bitcoin li rende poco manovrabili dalla finanza ufficiale e un fattore esogeno rispetto alle banche centrali, con la conseguenza di accrescere presso le banche d’affari il senso di frustrazione per un mondo a loro sfuggente.

Blockchain tecnologia disruptive

In realtà, c’è in gioco molto di più, ovvero la stessa sopravvivenza del sistema bancario moderno. Se sulle chances di sopravvivenza dei Bitcoin nel lungo termine ci si accapiglia tra analisti di differenti visioni, su una cosa sembrano convergere tutti: la tecnologia “blockchain” loro sottostante rivoluzionerà il modo di fare affari nei prossimi decenni. Di cosa parliamo? Trattasi di un registro digitale, in grado di segnare in tempo reale tutte le transazioni effettuate tramite di esso e di sventare sul nascere eventuali tentativi di truffa, come quelli realizzati attraverso la doppia vendita di un Bitcoin a due acquirenti differenti.

Perché blockchain sarebbe una tecnologia disruptive ai danni delle banche? Vi immaginate quante spese in meno per le consulenze vi saranno dal momento che non risulta più necessario affidarsi al monitoraggio degli istituti per verificare la bontà di una controparte? In termini più generali, le monete digitali stanno preannunciando una imminente disintermediazione della finanza, a tutto beneficio di chi investe, tranne che delle banche, s’intende.

Infine, i Bitcoin e le altre criptomonete concorrenti consentono agli individui di tutto il mondo di realizzare pagamenti transnazionali, sormontando il problema delle frontiere e dei cambi, anche se come metodo di pagamento si mostrano ancora carenti sul piano dei tempi di transazione e delle commissioni elevate applicate.

Accedendo ai Bitcoin da smartphone, un numero crescente di investitori, ad oggi magari clienti delle banche, potrà comprare e vendere beni e servizi in tutto il mondo, facendo a meno del rapporto con gli istituti. Naturale comprendere come non possano riscuotere alcuna simpatia dietro agli sportelli, anche se quella dei banchieri sembra sempre più una lotta contro i mulini al vento. Chi lo avrebbe mai detto che l’immagine del potere finanziario per eccellenza sarebbe stato messo sotto scacco da un anonimo idealista giapponese, tale Satoshi Nakamoto, che meno di un decennio fa dava vita a una moneta virtuale sottratta al potere delle banche centrali? E se società come Cboe e CME si sono buttate nel business dei futures su questo asset, evidentemente ne hanno captato le potenzialità. Il crollo dei giorni scorsi sembrava un piccolo regalo di Natale per i banchieri, i quali non hanno avuto, però, nemmeno il tempo di scartarlo. (Leggi anche: Rivoluzione in banca, con fintech denaro gestito da robot)

 

 

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