Bitcoin: quotazioni sostenute dai venti di guerra, ma l’oro è altra cosa

Le tensioni USA-Iran alimentano gli acquisti dei Bitcoin, i cui prezzi salgono ai massimi da metà novembre. Ma si fa presto a dire che sia come l'oro.

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Le tensioni USA-Iran alimentano gli acquisti dei Bitcoin, i cui prezzi salgono ai massimi da metà novembre. Ma si fa presto a dire che sia come l'oro.

Le quotazioni dei Bitcoin sono salite ieri fino a un massimo di 8.438,32 dollari, dopo che l’Iran ha attaccato due basi militari americane in Iraq. Le tensioni internazionali stanno scaldando la “criptomoneta” in questo inizio di 2020. Rispetto ai valori di chiusura dello scorso anno, i guadagni già si aggirano sopra il 16%, un fatto che spinge molti analisti a ritenere che siamo dinnanzi a un bene rifugio simile all’oro.

In effetti, anche il metallo si è surriscaldato nelle ultime sedute, fino a superare i 1.610 dollari l’oncia, salendo ai massimi da 7 anni. Tuttavia, i Bitcoin non sono l’oro e a dimostrarlo vi è il differente andamento anche recente delle quotazioni, alla luce degli eventi geopolitici.

L’estate scorsa, ad esempio, è stata caratterizzata da forti tensioni commerciali tra USA e Cina, con le due superpotenze ad essersi combattute a colpi di dazi. L’oro è salito di oltre il 20% in poco più di tre mesi, vale a dire tra la fine di maggio e gli inizi di settembre, ripiegando successivamente. I Bitcoin avevano iniziato il rally sin da febbraio e lo hanno completato agli inizi di agosto, anche se già un mese prima si era registrato un grosso tonfo del 25% per via dei realizzi. Nel periodo, i guadagni sono stati del 275%.

Non pare che le quotazioni della moneta digitale abbiano seguito gli eventi, essendo stati sostenute perlopiù da fattori tecnici, come il loro assestamento sopra la media mobile a 20 settimane. Qualcosa di simile sta accadendo anche in questi giorni, sebbene appaia indubbia la correlazione nel breve termine con il conflitto USA-Iran. E se le prospettive per quest’anno si mostrano positive – tanto da far dire al co-fondatore di Nexo, Antoni Trenchev, che i prezzi toccheranno anche i 50.000 dollari entro il 2020 – sarebbero sempre fattori tecnici a spiegare un simile trend.

Le crisi come fonte di domanda per i Bitcoin

Quest’anno, l’offerta di Bitcoin crescerà solo del 2,5%, mai così poco dalla nascita della criptomoneta. E verranno dimezzate le unità girate ai “minatori”, coloro che rendono disponibile i Bitcoin sulle piattaforme di trading.

L’evento in sé, coniugato all’attesa maggiore accettazione della moneta digitale come forma di pagamento, farebbe impennare le quotazioni nei prossimi mesi, quando debutterà Libra, la moneta di Facebook, che in tanti già hanno definito un flop annunciato per via del muro eretto dalle autorità governative di tutto il mondo, a partire dagli stessi USA.

Detto questo, non bisogna sottovalutare il possibile impatto che alcune crisi nel mondo avrebbero sulla domanda di Bitcoin. Dall’Iran stesso, passando per il Libano e arrivando in America Latina (Venezuela, Argentina, Bolivia, Cuba), tanta la sete di sicurezza per i propri risparmi e scarse le opportunità di accedere ai dollari, considerando le restrizioni ai movimenti dei capitali introdotte dai governi in tutte queste realtà al collasso. I Bitcoin sono un asset molto volatile, ancora parecchio di nicchia e dal funzionamento incomprensibile ai più, ma agli occhi dei disperati hanno comunque il pregio di essere tradati in dollari e di conservare, quindi, un minimo di valore anche nell’estrema e repentina variazione delle quotazioni.

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