Bitcoin, prezzi tornano ai massimi dal 2013: boom in Cina e Venezuela

Il prezzo dei Bitcoin sta crescendo di seduta in seduta e si è portato ai massimi da inizio gennaio, risalendo del 44% dai minimi di un mese e mezzo fa. Il boom sarebbe dovuto a Cina e Venezuela, ma anche alle notizie in attesa negli USA.

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Il prezzo dei Bitcoin sta crescendo di seduta in seduta e si è portato ai massimi da inizio gennaio, risalendo del 44% dai minimi di un mese e mezzo fa. Il boom sarebbe dovuto a Cina e Venezuela, ma anche alle notizie in attesa negli USA.

I Bitcoin stanno segnando la più lunga serie al di sopra dei 1.000 dollari dalla loro nascita. I prezzi si sono riportati sostanzialmente ai massimi dai 5 gennaio scorso, quando in appena una settimana persero oltre un terzo del loro valore. Ieri, le quotazioni si sono attestate intorno ai 1.120 dollari, segnando un rialzo di circa un sesto rispetto all’inizio dell’anno.

E’ vero che i massimi storici furono segnati alla fine di novembre del 2013, quando si arrivò fino ai circa 1.175 dollari, ma mai i prezzi erano rimasti così a lungo sopra i 1.000 dollari. Lo sono ormai dal 14 febbraio scorso, in un crescendo quasi ininterrotto e recuperando il 44% dai minimi toccati a gennaio.

A rafforzare i corsi sarebbe l’attesa per la decisione imminente della SEC, la Consob americana, su tre richieste di istituzione di altrettanti fondi Etf sui Bitcoin. Se la vigilanza USA desse l’avallo dopo anni di rinvii, sarebbe per la moneta digitale l’ingresso nella finanza che conta. Non è detto, però, che sarà accolta anche una sola richiesta, ma evidentemente gli investitori starebbero scommettendo in quel senso. (Leggi anche: Bitcoin, attesa per la SEC)

Trading Bitcoin sestuplicato in Cina in 7 giorni

La SEC non spiega il boom dei prezzi di questo mese di febbraio. Pare che in Cina, principale mercato di negoziazione dei Bitcoin, il trading sia letteralmente esploso, come registrato dalla piattaforma peer-to-peer LocalBitcoins.com, che in appena una settimana ha assistito al 18 febbraio scorso a ordini per 36 milioni di yuan dai 6,6 milioni della settimana precedente.

In Cina, su pressioni della People’s Bank of China, le principali piattaforme di trading hanno introdotto a gennaio una commissione minima sul trading e hanno cessato di assistere la clientela con l’offerta di margini, sostanzialmente disincentivando la domanda di “criptomoneta”, anche se da allora i prezzi paiono essersi stabilizzati in una prima fase, risultando meno volatili ed esibendo la migliore raffica di seduta di sempre. (Leggi anche: Bitcoin: trading in Cina più difficile, ma prezzi meno volatili)

Boom per Bitcoin anche in Venezuela

Il mercato cinese è preponderante nelle negoziazioni giornaliere e tra dicembre e gennaio è arrivato a valere il 98% del trading, segno che il mercato abbia utilizzato i Bitcoin per liberarsi dallo yuan.

Lo stesso starebbe accadendo in Venezuela, dov’è in corso non solo una gravissima crisi economica con tanto di carestia alimentare, bensì pure una demonetizzazione da parte del governo di Caracas, che ha messo fuori corso le banconote da 100 bolivar, sostituendole solo parzialmente con altre di nuova emissione e di fatto creando carenza di liquidità.

I volumi settimanali negoziati nel paese sudamericano si sono letteralmente impennati, passando dai 7,3 milioni di bolivar di fine 2016 (730.000 dollari al cambio fisso) agli oltre 17 milioni della settimana scorsa. Un anno fa, ammontavano a meno di 200.000 bolivar, per cui risultano cresciuti di quasi 90 volte in 12 mesi.

Commenti positivi sui Bitcoin sono stati espressi l’altro ieri dal vice-presidente della banca statale russa Vnesheconombank, Nikita Smirnov, che li ha definiti “l’uso caso di successo della tecnologia blockchain”. Tutto questo, mentre anche in India si guarda con maggiore attenzione alla moneta digitale, anch’essa avendo sperimentato a novembre l’eliminazione di ben l’86% del suo contante in circolazione, attraverso il ritiro delle banconote dal valore più alto, quelle da 500 e 1.000 rupie. (Leggi anche: Bitcoin, previsioni legate al dollaro)

 

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