Bitcoin esordisce nel 2018 in calo: Satoshi Nakamoto rischio numero uno

Quotazioni dei Bitcoin in calo in questo avvio di 2018, ma il peggiore rischio per la "criptomoneta" arriva dal suo fondatore, il misterioso Satoshi Nakamoto.

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Quotazioni dei Bitcoin in calo in questo avvio di 2018, ma il peggiore rischio per la

Dopo avere messo a segno un rialzo del 1.300% nel 2017, i Bitcoin esordiscono in questo primissimo assaggio del nuovo anno con un declino delle quotazioni, che dalla mezzanotte tra il 31 dicembre e ieri hanno perso quasi il 2%. Nulla di drammatico, considerando anche le ampie fluttuazioni a cui la “criptomoneta” ci ha abituati nel corso dei suoi pochi anni di vita. Certo, rispetto all’apice toccato nella seconda metà di dicembre, quando le quotazioni avevano sfiorato i 20.000 dollari, il crollo è stato del 30%. Stupisce e preoccupa, tuttavia, l’atteggiamento del governo sudcoreano, che ha annunciato negli ultimi giorni di essere pronto a chiudere tutte le piattaforme di trading sui Bitcoin nel paese, pur senza fretta, ha spiegato il ministro della Giustizia.

La Corea del Sud è il terzo mercato di scambio al mondo della moneta digitale dopo Giappone e USA, con una quota superiore al 20%. E’ tra le economie più tecnologizzate al mondo e nonostante ciò, Seul ha definito i Bitcoin, considerato da molti il segno del progresso tecnologico che avanza, “fenomeno sociale patologico”. Nelle settimane passate, sempre il governo sudcoreano aveva prima vietato le ICOs, ovvero le operazioni di raccolta del risparmio attraverso l’emissione di monete digitali (e spesso con lo scopo di finanziare il lancio di una nuova moneta digitale), successivamente aveva annunciato di tassare i guadagni in conto capitale realizzati dalla compravendita di criptomonete. (Leggi anche: Corea del Sud, perché esplode il premio sui prezzi?)

Insomma, sembra che Seul sia in lotta contro i Bitcoin. Per capire perché, forse dobbiamo citare il caso YouBit, la piattaforma costretta al fallimento da un attacco hacker a dicembre, quando le sono stati sottratti Bitcoin per 35 milioni di dollari, pari al 17% degli assets totali.

Gli autori del maxi-furto non sono formalmente noti, ma le autorità sudcoreane ritengono che la via porti a Pyongyang. Non è un mistero che la Corea del Nord stia cercando di racimolare dollari preziosi per la propria sopravvivenza, attraverso sia il “mining” di Bitcoin, sia attacchi hacker contro le piattaforme di trading all’estero.

L’enigma Satoshi Nakamoto

Non sarà Seul a fare fallire quella che a tutti gli effetti sembra una rivoluzione digitale e persino monetaria, anche se analisti e politici mettono in guardia contro l’accostamento tra Bitcoin e mezzo di pagamento, notando come l’eccessiva oscillazione delle quotazioni non renderebbe la moneta digitale un metodo idoneo per comprare beni e servizi. E c’è molta ragione in queste affermazioni, per quanto spesso vengano pronunciate da governi e autorità di controllo, intimoriti dalla perdita del monopolio sull’emissione di moneta.

Eppure, il maggiore rischio all’esistenza stessa dei Bitcoin arriva dal suo fondatore: Satoshi Nakamoto. Non sappiamo, anzitutto, chi sia e se sia un uomo, una donna o un gruppo di persone. La sua identità è segreta. Nel 2008, inviò per email l’annuncio della creazione di un nuovo sistema di pagamento elettronico peer-to-peer e l’anno seguente decise di passare ai fatti, emettendo il primo blocco di Bitcoin. Scomparve nel nulla nel 2011. Da allora, di questo fantomatico ideatore della più grande rivoluzione digitale del Millennio non sappiamo nulla. Diverse le interpretazioni della sua scomparsa: per alcuni, avrebbe compiuto un passo indietro per fare camminare la sua creatura sulle proprie gambe; per altri, avrebbe solamente paura che la propria identità venga scoperta, ora che i Bitcoin sono diventati un fenomeno di massa; per altri ancora, il suo addio alle comunicazioni via internet non preluderebbe niente di buono.

Comunque, la si pensi, la figura stessa di Satoshi Nakamoto rappresenta una minaccia temibile per la moneta digitale più famosa. All’atto della sua creazione, al fine di creare una liquidità minima per gli scambi e per testarne le transazioni, il fondatore ne emise circa un milione di unità, che ancora oggi rientrano quasi del tutto in suo possesso.

Sono ben 980.000 i Bitcoin nelle sue mani, pari al 5,9% dell’intero mercato. Ammesso che li terrà tutti con sé per sempre, quando i Bitcoin avranno raggiunto l’apice di 21,5 milioni di unità in circolazione nel 2040, la sua quota di mercato sarà non inferiore al 4,6%. Al momento, quindi, Satoshi sarebbe tra le personalità più ricche al mondo con 13 miliardi di patrimonio, sempre che si tratti di un unico individuo.

Rischio crash con disinvestimento del fondatore

Ora, le transazioni effettuate con i Bitcoin sono anonime, nel senso che non si conoscono i nomi dei titolari per conto dei quali vengono eseguite. Tuttavia, esse risultano ugualmente tracciabili, pur criptate con un codice alfanumerico. Nessuno sa chi sia il famoso fondatore, ma tutti hanno modo di verificare se egli/ella stia vendendo o comprando Bitcoin, seguendo grazie alla tecnologia “blockchain” impiegata le sue operazioni cifrate. Che cosa accadrebbe se Satoshi decidesse di vendere almeno parte del suo milione di unità per monetizzarne il valore? Il mercato lo prenderebbe con ogni probabilità come un segno di sfiducia dello stesso fondatore e inizierebbe a vendere come se non vi fosse più un domani. (Leggi anche: Ecco perché le banche odiano la criptomoneta)

Eppure, è più che legittimo che chiunque detenga una ricchezza così immensa voglia farne un qualche uso, anche perché a differenza di altri assets, i Bitcoin non possono essere impiegati altrimenti, ad esempio, per rilasciare garanzie su prestiti o alle controparti di un affare, a maggior ragione che il fondatore vuole rimanere anonimo. E allora, il ritmo a cui sarebbe costretto a vendere senza per questo mandare il mercato nel panico dovrebbe essere così lento, anche visti i bassi volumi giornalieri scambiati sulle piattaforme di trading, che probabilmente non gli basterebbe una vita per disinvestire l’intero portafoglio.

Distruggere Bitcoin?

D’altra parte, non converrebbe allo stesso provocare un crollo delle quotazioni, altrimenti manderebbe in fumo il suo patrimonio.

E allora, quale soluzione possibile? C’è chi ipotizza che Satoshi dovrebbe “bruciare” i suoi Bitcoin. L’operazione sarebbe la seguente: acquisterebbe sul mercato Bitcoin, magari dietro un’altra identità, e allo stesso tempo sposterebbe quelli minati nel 2009 su indirizzi inutilizzabili, praticamente mettendoli fuori corso. In questo modo, il mercato farebbe i conti con minori unità circolanti, inizierebbe a comprare e fare salire il prezzo di ogni Bitcoin e così il fondatore realizzerebbe guadagni dalla rivendita sul mercato, e a prezzi maggiori, delle criptomonete acquistate di recente.

Potrebbe anche ricomparire virtualmente per spiegare la ragione del suo disinvestimento, ammesso che il mercato gli dia credito e non interpreti il suo messaggio come una sorta di apocalisse per i Bitcoin. Insomma, uscirne sarà molto difficile per Satoshi Nakamoto e poiché prima o poi sembra verosimile che qualcosa dovrà pur fare, se non vorrà trascorrere il resto della sua esistenza nella ricchezza solo virtuale, questo rappresenta il grande cigno nero per il mercato della moneta digitale. (Leggi anche: Bitcoin, scoppio bolla o altre ragioni dietro al crash?)

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