Bitcoin, crollo del 20% sul “warning” cinese: ecco perché Pechino è preoccupata

Il crollo delle quotazioni dei Bitcoin si deve all'ultima minaccia della banca centrale cinese contro la moneta digitale. Vediamo perché Pechino cerca di contrastare il boom dei prezzi.

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Il crollo delle quotazioni dei Bitcoin si deve all'ultima minaccia della banca centrale cinese contro la moneta digitale. Vediamo perché Pechino cerca di contrastare il boom dei prezzi.

I prezzi dei Bitcoin, la moneta digitale più diffusa al mondo, sono precipitati del 20% nel corso della seduta di venerdì scorso, scivolando fino a un minimo di 819,38 dollari, quando all’inizio della giornata precedente sfiorava di 1.150 dollari, risalendo ieri sopra i 930 dollari. Sta di fatto, che dopo avere guadagnato il 122%, la “criptomoneta” ripiega vistosamente, allontanandosi dai massimi storici, toccati nel 2013 e quasi riacciuffati la settimana scorsa. Per capire cosa sia successo nelle ultime sedute, bisogna andare in Cina.

Venerdì, la People’s Bank of China (PBoC) ha lanciato un “warning” sui Bitcoin, giudicando “abnorme” la risalita dei loro prezzi nelle ultime settimane e mettendo in chiaro che non trattasi di moneta, per cui non potranno circolare sul territorio cinese come se lo fossero. Alla mente è subito riaffiorato quanto accadde tre anni fa, quando l’esplosione dei prezzi della moneta digitale fu seguita da un crollo repentino, dopo che Pechino ne minacciò sostanzialmente il mercato. Ma di cosa ha paura la PBoC? (Leggi anche: Bitcoin: prezzi esplosivi, ma è crollo improvviso)

Riserve valutarie cinesi in forte calo

Nel 2016, lo yuan è scivolato del 7% contro il dollaro, segnando il peggiore anno dal 1994. Dall’agosto del 2015 al mese scorso, i deflussi di capitali sarebbero ammontati a 1.100 miliardi di dollari per Goldman Sachs, circa il doppio dei 540 dichiarati dall’istituto (630 miliardi, al lordo dell’effetto cambio), facendo scendere le riserve valutarie a 3.010 miliardi. Gli analisti sostengono che al di sotto dei 3.000 miliardi, i deflussi rischierebbero di accelerare e si consideri che in tale direzione andrebbero gli ultimi segnali scaturenti dai dati mensili.

Da alcune settimane, Pechino ha introdotto controlli sui movimenti dei capitali, fissando un tetto massimo di 50.000 dollari all’anno per gli acquisti di assets stranieri per ciascun individuo, in modo da frenare i deflussi.

Ad oggi sono rimasti esclusi dai controlli proprio i Bitcoin, anche per via delle piccole dimensioni di questo mercato, che nei giorni scorsi, all’apice delle quotazioni, valeva appena 16 miliardi di dollari. (Leggi anche: Yuan ai minimi dal 2008)

 

 

 

 

Il 98% dei Bitcoin scambiati sono in yuan

Tuttavia, la banca centrale cinese ha iniziato a notare una certa correlazione tra prezzi dei Bitcoin e contestuale indebolimento dello yuan. Di più: il 98% delle transazioni quotidiane nella moneta digitale si hanno in yuan per volumi complessivi pari a 10 miliardi di dollari. In sostanza, ogni giorno due Bitcoin su tre passerebbero di mano da investitore a investitore e nella quasi totalità dei casi, gli scambi riguarderebbero yuan.

E’ evidente, quindi, che i Bitcoin starebbero fungendo da asset per disfarsi dello yuan e per aggirare i controlli sui capitali. Per quanto l’incidenza resti minima (meno dell’1% del totale dei deflussi nell’ultimo anno e mezzo), la PBoC segnala di voler combattere ogni canale utilizzato dal mercato per l’acquisto di assets in valuta straniera. Da qui il “warning” dell’Epifania, che ha provocato il crollo dei prezzi. (Leggi anche: Cina verso la crisi, profezia di Soros)

 

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