Bitcoin colpisce l’Accordo di Parigi? Ecco perché inquina ed è legato al petrolio

Il boom dei Bitcoin potrebbe essere un grosso problema per l'ambiente, nonostante la moneta sia solamente digitale. E i dati appaiono allarmanti per lo stesso mercato delle "criptomonete".

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Il boom dei Bitcoin potrebbe essere un grosso problema per l'ambiente, nonostante la moneta sia solamente digitale. E i dati appaiono allarmanti per lo stesso mercato delle

Mentre sui Bitcoin è in corso un dibattito furente all’interno della comunità finanziaria se si tratta di una bolla come quella dei tulipani olandesi nel 17-esimo secolo o di una grande innovazione che si rivelerà “disruptive” per il futuro dei pagamenti nel mondo, le quotazioni sono salite sopra i 7.000 dollari, ma si sono avvicinate persino a quota 8.000 nei giorni passati, lasciando di stucco quanti non si aspettavano un boom di questo genere quest’anno. Ad oggi, infatti, il rialzo per il 2017 è stato di circa il 660%. Concentrati sui prezzi, stiamo un po’ tutti trascurando un altro dato relativo alla moneta digitale: i costi. (Leggi anche: Bitcoin e oro, cosa ci spiega Google sui due assets)

I Bitcoin non sono una moneta fisica, come sappiamo, per cui molti di noi saremmo portati a credere che il costo di emissione o “mining” di una sua unità sia praticamente nullo. Niente di più errato. Minare un Bitcoin richiede l’uso finanche di decine di computer potenti, al fine di effettuare calcoli sempre più complessi. Di conseguenza, il costo sarebbe essenzialmente quello dei consumi di energia elettrica. E non parliamo di qualche centesimo in più in bolletta, bensì di un vero salasso, che in prospettiva rischia di diventare proibitivo.

Consumi energetici enormi con Bitcoin

Secondo l’analista per le “criptomonete”, Alex de Vries di Digiconomist, il mining di Bitcoin consumerebbe ogni anno energia elettrica pari a 24 terawatt-ore, qualcosa che corrisponderebbe ai consumi di tutta la Nigeria, stato africano da 186 milioni di abitanti o equivalente a quelli di 822.000 famiglie americane in un anno. Da qui ai prossimi anni, stima l’analista di Citigroup, Christopher Chapman, minare un Bitcoin arriverà a costare da un minimo di 300.000 a un massimo di 1,5 milioni di dollari.

Ciò, in conseguenza di calcoli esponenzialmente più complessi. A questi ritmi, da qui a breve l’intero mercato dei Bitcoin rischia di saltare. (Leggi anche: Bitcoin: quotazioni fino a $7.600, ma è boom per tutta la tecnologia)

Attualmente, esso si fonda su un sistema di  remunerazione “proof of work”, ovvero a ciascun miner viene offerto un pagamento legato alla sua partecipazione al processo di mining. Si consideri che con il trascorrere del tempo, il ritmo con cui una nuova moneta digitale viene emessa rallenta, tendendo alle 21 milioni di unità dalle 16,5 milioni odierne. Pertanto, sarà sempre più complicato riuscire a competere per estrarre un nuovo blocco di Bitcoin, a fronte di costi energetici in ascesa. Per questo, qualcuno propone il passaggio a un sistema remunerativo “proof of stake”, ovvero basato sulla proprietà delle monete digitali.

I consumi di energia non sono solo quelli per il mining, bensì pure per effettuare le transazioni. Ciascuna richiede la media di 215 kwh e considerando che ve ne sono 300.000 al giorno, il totale in un momento dato equivale ai consumi di 2,6 milioni di famiglie americane. In pratica, una sola transazione costa quanto mantenere un’abitazione negli USA con tutti i comfort per due settimane. Si capisce da queste cifre, quindi, che i Bitcoin sarebbero poco amici dell’ambiente e contravverrebbero agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, tra i quali compare il taglio delle emissioni inquinanti.

L’influenza del petrolio

A questo punto, per quanto sopra scritto, le stesse quotazioni del petrolio tenderebbero ad incidere sui prezzi dei Bitcoin, impattando sui costi energetici. Se il prezzo del greggio raddoppiasse, ad esempio, cosa accadrebbe alla moneta digitale più diffusa? Chiaramente, i miners subirebbero il contraccolpo di un’impennata dei costi della bolletta elettrica e molti uscirebbero dal mercato, rinunciando a competere per l’estrazione di un nuovo blocco. In teoria, rimarrebbero attivi solo i miners in possesso di computer più potenti ed efficienti, in grado di minimizzare gli sprechi di energia.

Un numero inferiore di offerenti potenziali allungherebbe i tempi per giungere all’estrazione di una unità ulteriore di Bitcoin, cosa che a parità di domanda dovrebbe portare a un aumento dei prezzi.

L’impatto ambientale negativo dei Bitcoin ha spinto l’inventore di BitTorrent, Bram Cohen, a creare una moneta digitale alternativa, chiamata Chia. Essa sostanzialmente sfrutta lo spazio di immagazzinamento inutilizzato ed economico su disco rigido per verificare la “blockchain”, un metodo alternativo a quello ad alta intensità di consumi energetici utilizzato dalla più famosa “criptomoneta”. E chissà che i governi non prendano a pretesto la difesa dell’ambiente per imporre restrizioni al mining e alle transazioni di Bitcoin nei prossimi anni. (Leggi anche: Paura dei Bitcoin, banche centrali studiano moneta digitale ufficiale)

 

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