Bitcoin in caduta ai minimi da inizio dicembre: e se adesso convenisse comprare?

I Bitcoin solo letteralmente precipitati sulle voci di un imminente divieto ai danni del suo trading in Cina e in Corea del Sud. E se fosse proprio questo il momento di comprare?

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I Bitcoin solo letteralmente precipitati sulle voci di un imminente divieto ai danni del suo trading in Cina e in Corea del Sud. E se fosse proprio questo il momento di comprare?

Bitcoin in caduta libera fino a un minimo di 11.436 dollari ieri, il livello più basso da inizio dicembre, quando si è diffusa la notizia che la banca centrale cinese (PBoC) sarebbe intenzionata a vietare l’accesso domestico alle piattaforme di trading per le monete digitali, nonché a porre fuori legge quelle piattaforme off-shore che consentano il trading centralizzato, nonché alle società cinesi che lo favorissero con l’offerta di servizi, come quelli relativi ai “wallet”.

Non si tratta di un annuncio ufficiale, bensì di un memo interno, ovvero di un documento in cui uno dei banchieri centrali dell’istituto di Pechino ha espresso tali considerazioni ai colleghi. Le voci sulla Cina arrivano a pochi giorni di distanza di quelle non meno preoccupanti dalla vicina Corea del Sud, dove fonti del governo hanno riferito di essere pronte a vietare totalmente il trading sui Bitcoin, anche se nei giorni successivi Seul ha utilizzato maggiore moderazione sul tema, spiegando che un simile passo verrebbe compiuto dopo attenta valutazione. (Leggi anche: Bitcoin, scoppio bolla o altre ragioni dietro al crash?)

Ad oggi, l’Asia è il principale mercato della “criptomoneta” più diffusa, con gli scambi in yen a rappresentare il 51% del totale, quelli in dollari il 32% e in euro il 9%. La Corea del Sud pesa per un altro 4%. Negli ultimissimi giorni, però, il totale degli scambi da Tokyo e Seul risulta sceso a meno del 30%, segno che proprio in questa parte del mondo si starebbe registrando un dimezzamento della domanda. Qui, le quotazioni dei Bitcoin si attestano mediamente al 20% sopra quelle internazionali, ma non adesso, visti i timori sul piano normativo.

Guardando alla storia della moneta virtuale, notiamo che quella attuale non sarebbe la prima volta che il mercato fugge dai Bitcoin per i timori di imminenti restrizioni sul piano legale. Accadde nel novembre del 2013, quando le quotazioni erano schizzate sopra i 1.000 dollari, salvo arretrare gradualmente fino a un minimo di 230 dollari nell’agosto del 2015 sulle voci di un intervento di Pechino e degli stessi USA per mettere al bando questo tipo di trading.

E ancora una volta, accadeva un anno fa, niente di meno che di questi giorni, che la Cina vietava alle piattaforme di trading sul suo territorio di offrire servizi di margine, impedendo gli investimenti in Bitcoin con l’effetto leva. In più, faceva pressione sulle stesse, affinché introducessero commissioni sulle operazioni di compravendita, cosa che avveniva regolarmente proprio da metà gennaio 2017.

E se convenisse proprio adesso entrare sul mercato?

Se la storia insegna qualcosa, il crollo dovrebbe essere momentaneo anche stavolta. Pure ammesso che i Bitcoin verranno vietati sia in Cina che in Corea del Sud, resterebbero perfettamente legali altrove. Difficile immaginare, infatti, che economie come gli USA e l’Europa decidano di porre fine a un mercato – quello delle monete digitali – che vale oggi intorno ai 580 miliardi di dollari, magari rischiando di farlo fiorire altrove e in clandestinità, regalando a paesi terzi o, addirittura, a soggetti ignoti la gestione di un business a tanti zeri e con enormi prospettive di crescita.

Non possiamo sottovalutare i rischi che arrivano dall’Asia, ma allo stesso tempo rappresenterebbero una grande opportunità di acquisto. A dicembre, i Bitcoin si erano avvicinati ai 20.000 dollari, oggi quotano il 40% in meno. Molti hanno monetizzato i guadagni degli ultimissimi mesi, lasciando così che entrino sul mercato altri, capaci di approfittare dei prezzi più convenienti per scommettere nuovamente al rialzo. Del resto, in situazioni simili bisogna seguire il denaro dei grandi investitori. E due di questi sono i gemelli Winklevoss, i primi ad essere diventati miliardari (in dollari) con i Bitcoin, avendo investito circa 63 milioni nella primavera di 5 anni fa. Non risulta che abbiano disinvestito anche solo parte della loro fortuna e supponendo che non siano autolesionisti, sarebbe un segnale rasserenante sulle prospettive future.

Che ci sia molta psicologia nel crash di questi giorni lo confermerebbe anche il tracollo di quasi tutte le altre monete digitali, alcune delle quali sono state lodate persino da esponenti del mondo della finanza per le caratteristiche peculiari positive di cui godrebbero, come quel Ripple che consente di inviare denaro in qualsiasi parte del mondo e di convertirlo in un’altra valuta in tempo reale.

Eppure, ieri perdeva un quarto del suo valore e rispetto ai massimi toccati il 4 gennaio scorso, segnava un calo di oltre il 50%. Dunque, non si starebbe assistendo a uno spostamento pericoloso dei capitali investiti dai Bitcoin alle altre monete digitali, bensì a uno sgonfiamento generalizzato di tutto il mercato, in scia alla minore domanda asiatica. Questione di tempo, forse solo di giorni, e dopo la ripartenza dovrebbe materializzarsi. Questo potrebbe essere il momento di osare e del resto solo chi mostra coraggio raccoglie frutti. Un anno fa di questi tempi dubitavamo che i Bitcoin potessero avvicinarsi alla soglia dei 1.000 dollari, oggi siamo nel panico per il fatto che le sue quotazioni valgano 12 volte tanto. (Leggi anche: Bitcoin esordisce nel 2018 in calo: Satoshi Nakamoto rischio numero uno)

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