Bitcoin, boom in Venezuela e prezzi doppi in Zimbabwe: sfondata soglia $6.000

Bitcoin oltre 6.000 dollari, mentre in Venezuela e Zimbabwe si registrano un'esplosione di interesse verso la "criptomoneta". Le economie emergenti in crisi si votano al nuovo trading.

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Non si arresta il boom dei prezzi per i Bitcoin, che stamattina hanno toccato l’ennesimo record di 6.049,43 dollari, ripiegando all’attuale quotazione di 5.800 dollari. Dall’inizio dell’anno, l’impennata è del 500%, contro il 10,8% messo a segno dall’oro, arrivando a una capitalizzazione complessiva di poco inferiore ai 97 miliardi. Peter Tschir su Forbes spiega che la “criptomoneta” più popolare al mondo sarebbe un “bene di Giffen”. Per i non esperti di economia, significa che la sua domanda tenderebbe a crescere con la salita dei prezzi, comportandosi in maniera esattamente opposta a quella di un bene ordinario, caratterizzato da una domanda inversamente proporzionale ai prezzi. In pratica, sempre più investitori starebbe puntando sui Bitcoin, confidando che le quotazioni continueranno a crescere ulteriormente. Da qui alla teorizzazione di una “bolla da Tulipani olandesi” il passo è breve, ma gli analisti non sono concordi nel giudicare quella delle monete digitali una semplice speculazione destinata a finire male. In generale, tutti o quasi concordano nel giudicare una scommessa vincente “blockchain”, la tecnologia sottesa ai Bitcoin. (Leggi anche: Bitcoin versus oro: moneta digitale è il nuovo bene rifugio?)

In Venezuela, secondo Randy Brito, consulente per il “mining” dei Bitcoin, le transazioni in questa moneta digitale sono salite a un controvalore di 1,1 milioni di dollari. Non è facile stimare, invece, il numero dei “minatori” di Bitcoin nell’economia sudamericana, anche perché molti utenti si appoggiano a server stranieri per ragioni di sicurezza. Il “mining” non è formalmente vietato dal governo “chavista” di Nicolas Maduro, ma sta di fatto che il servizio di sicurezza nazionale, il Sebin, ha arrestato negli ultimi mesi decine di venezuelani, sorpresi in casa a cercare di minare qualche Bitcoin per sbarcare il lunario.

Bitcoinmania in Venezuela

Dalle testimonianze raccolte, sembra che aziende e semplici individui stiano cercando di contrastare gli effetti devastanti della crisi economica nel paese andino, puntando sulle monete digitali e sfruttando l’energia a costo quasi zero, grazie alle bollette della luce sussidiate. Per mettere in circolazione un nuovo Bitcoin e ottenere un guadagno dalla sua vendita servono mediamente decine di computer, necessarie per effettuare calcoli complessi. In piena autonomia o in gruppo, sarebbero 100.000 i venezuelani che si starebbero dando al “mining”, non solo di Bitcoin. C’è chi ha puntato anche su Litecoin, che attualmente quota a 46 dollari, riuscendo a offrirne una ventina al mese e maturando così un guadagno corrispondente a oltre 34 milioni di bolivares sul mercato nero, più di 250 volte il salario minimo vigente.

Poiché tenere accesi tutto il giorno svariati computer nella stessa abitazione richiede parecchia energia elettrica, il governo sta monitorando i picchi di consumo in alcune utenze, a caccia di possibili “miners”, i quali vengono formalmente accusati di frodare la società elettrica, beneficiando delle agevolazioni. L’intento reale di Caracas consiste nell’arginare il rischio di una “bitcoinizzazione” dell’economia venezuelana, dove il tasso d’inflazione avrebbe accelerato al 2.400% annuo a settembre e in cui milioni di consumatori stanno rimanendo a corto di liquidità, non essendovi più valuta straniera disponibile, nemmeno per acquisti di scarsa entità. (Leggi anche: Bitcoin riparo per economie dissestate, l’esempio del Venezuela)

Il dramma dello Zimbabwe

Un dramma simile, ma per fortuna ancora molto meno intenso, sta colpendo un’altra economia emergente: lo Zimbabwe. Qui, il flagello dell’iperinflazione è arrivato meno di una decina di anni fa e da allora Harare ha ritirato dalla circolazione il dollaro locale, adottando un paniere di valute straniere, tra cui dollaro USA, euro, sterlina, rand sudafricano, yen, etc. La quasi totalità delle transazioni avviene nella divisa americana, ma il suo rafforzamento negli ultimi anni ha reso meno competitive le merci dello stato del sud-est africano, con la conseguenza che le sue imprese esportano poco e importano parecchio, lasciando le riserve valutarie a secco.

Nello Zimbabwe circola così poco cash, che molti clienti si recano da mesi in banca per fare bancomat agli ATM, mettendosi in fila per ore e vedendosi limitati i prelievi e poche decine di dollari per volta. La settimana scorsa, pare che per effetto di molti imprenditori in cerca di liquidità per pagare fatture prossime alla scadenza, siano stati acquistati Bitcoin a oltre 10.000 dollari l’uno, quando le quotazioni medie internazionali del momento erano intorno ai 5.600 dollari. In altre parole, nell’economia africana si è arrivati ad acquistare Bitcoin a premio di quasi il 100%, segno dell’eccesso di domanda, a sua volta conseguenza del deterioramento delle condizioni monetarie locali. (Leggi anche: Sovranità monetaria? Proteste contro ipotesi moneta nazionale)

I volumi transati nelle due economie emergenti in sofferenza sono ancora relativamente bassi, ma ad ogni modo spiegano, almeno in parte, la ragione del successo delle monete digitali negli ultimi tempi. I Bitcoin, grazie anche all’anonimato garantito ai suoi detentori, sono percepiti come un nuovo bene rifugio per quanti vivano, in particolare, in aree colpite da crisi finanziarie ed economiche dall’impatto notevole e dove la fiducia verso il sistema monetario ufficiale è praticamente inesistente. Un fatto che dovrebbe far drizzare le antenne di tutte le banche centrali, che fino a poco tempo fa sembravano essere preoccupate perlopiù dal ritorno dell’appeal dell’oro. Adesso, farebbero carte false per avere il metallo quale unico avversario.

 

 

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