BIS: i tassi negativi sono rischiosi, tempesta finanziaria forse vicina

Sfiducia dei mercati verso le banche centrali, che devono stare attente ad usare in maniera così massiccia i tassi negativi. E' il duro colpo inferto dalla BIS nell'ultimo rapporto trimestrale.

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Sfiducia dei mercati verso le banche centrali, che devono stare attente ad usare in maniera così massiccia i tassi negativi. E' il duro colpo inferto dalla BIS nell'ultimo rapporto trimestrale.

E’ allarme sui mercati, dopo che la Bank of International Settlements (BIS), nota anche come Banca per i Regolamenti Internazionali, che coordina le azioni delle banche centrali, non ha nascosto le difficoltà di questa fase e i rischi all’orizzonte, presentando il suo rapporto trimestrale. In esso, il capo economista, Claudio Borio, sottolinea come nonostante le politiche monetarie siano molto accomodanti, la crescita sia deludente nelle principali aree economiche del pianeta, mentre l’inflazione resta bassa.

Per la prima volta, spiega, gli investitori starebbero mettendo in discussione la credibilità delle banche centrali e si avvertono i segnali di un possibile arrivo di una “tempesta finanziaria”. Ma la BIS mette in guardia anche da un uso eccessivo dei tassi negativi, adottati ormai in Giappone, Eurozona, Svezia, Svizzera e Danimarca. Nel rapporto, l’istituto ammette che non è provato che vi siano limiti tecnici vincolanti per i tassi delle banche centrali, ma quando questi scendono troppo sotto lo zero, non sono note le reazioni degli individui e delle istituzioni.

Allarme tassi negativi della BIS

Gli effetti dell’adozione dei tassi negativi sarebbero legati, continua, al loro peso reale sui depositi delle banche presso gli istituti centrali. Un esempio? In Svizzera, dove la SNB ha imposto un tasso del -0,75% sugli eccessi di liquidità parcheggiati presso i suoi sportelli, le esenzioni ammontano ai 2 terzi dei depositi complessivi, per cui il tasso negativo medio effettivo sarebbe solo del -0,27%. Secondo la BIS, se le banche non trasmettessero la misura di politica monetaria (i tassi negativi, appunto) sulla clientela, questa perderebbe di significato e i loro margini sarebbero colpiti. D’altra parte, se lo facessero, dovremmo assistere a un aumento degli impieghi verso controparti più rischiose, ai quali potrebbero così essere caricati oneri maggiori.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Tassi negativi sono rischiosi, arriva una tempesta finanziaria?   [/tweet_box]        

Board BCE, credibilità a rischio

L’appello alla prudenza sembra rivolto, in particolare, alla BCE, che questo giovedì riunisce il suo board, durante il quale potrebbero essere potenziati gli stimoli monetari, tra cui si prevede un ulteriore taglio dei tassi sui depositi overnight dal -0,3% al -0,4/0,5%. Per quanto la Bundesbank non avrà alla prossima riunione diritto di voto, per via del meccanismo di rotazione tra i membri, le valutazioni della BIS potrebbero darle una maggiore forza nel contrastare un ennesimo allentamento della politica monetaria nell’Eurozona. Aldilà del rapporto trimestrale appena citato e nel quale si ridimensionano le paure sulla fuga di capitali dalla Cina, dovuta essenzialmente per il fenomeno del “carry trade”, per la prima volta si mette in serio dubbio sui mercati la credibilità dei governatori centrali nel centrare i loro target.

la BCE non riesce a raggiungere il target di un’inflazione quasi al 2% da 3 anni, mentre la Federal Reserve fallisce da qualche mese in più ancora. Tuttavia, mentre l’inflazione negli USA è prossima all’obiettivo, nell’Eurozona è, addirittura, ridiscesa a febbraio in territorio negativo (-0,2% su base annua), attesa poco sopra lo zero entro il 2016. In pratica, la frequenza con cui il governatore Mario Draghi ormai annuncia il varo di nuove misure e l’illimitatezza del raggio d’azione a sua disposizione per contrastare la bassa inflazione appare più come frutto della frustrazione e della disperazione, che non della forza dell’istituto.      

Banche centrali sono in confusione

Era il 22 gennaio del 2015, quando veniva annunciato il varo del “quantitative easing”. Soltanto un anno fa, esattamente in questa settimana, il piano iniziava ad essere attuato sui mercati. E non più tardi di 3 mesi fa, esso veniva potenziato, allungandosene le durata di 6 mesi, tagliando ulteriormente i tassi overnight e prevedendosi un reinvestimento dei titoli in scadenza. Ed è in questa occasione che Draghi esprimeva la convinzione che tali azioni sarebbero state sufficienti. A distanza di poche settimane, Francoforte tornava a segnalare l’intenzione di agire nuovamente, in considerazione del quadro mutato sui mercati. Come se in poco più di un mese fossero cambiate i fondamentali dell’economia nell’unione monetaria.

E che dire del fatto che nell’autunno di 2 anni fa, quando furono effettuati gli stress-test sulle maggiori banche dell’Eurozona, tra le condizioni di shock economico simulate, non comparve in alcun caso un’inflazione sotto lo zero, nemmeno con una dura recessione in corso? Sono segnali di una mancata trasparenza comunicativa, che non è un caso isolato nel mondo, ma coinvolge tutte le principali banche centrali. Ancora più schizofrenica è la strategia comunicativa della Fed, che un giorno alza i tassi e qualche giorno dopo segnala ai mercati che forse potrebbe ripensarci. Ennesima conferma, che i governativi, dall’America al Giappone, passando per il Vecchio Continente, non sanno realmente cosa stiano facendo, incapaci anche solo di leggere la realtà dei fatti.

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