Bilancio UE, nulla di fatto sui tagli. L’Europa è una torre di Babele

L'Italia versa all'Europa più di quanto riceve ma quello che sta succedendo a Bruxelles sembra essere l'apologia della fine dell'Europa e l'avvento del tutti contro tutti

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Italia versa all'Europa più di quanto riceve ma quello che sta succedendo a Bruxelles sembra essere l'apologia della fine dell'Europa e l'avvento del tutti contro tutti

Nessuna intesa a Bruxelles nel vertice dedicato al bilancio europeo. Dopo ore di discussione, i leader europei hanno deciso di rinviare tutto a un prossimo summit. Secondo il presidente Herman Van Rompuy non ci sono ne vincitori e ne vinti. La presa di posizione di Von Rompuy è stata fatta propria da tutti e 27 i rappresentati dei vari Paesi. Il nulla di fatto era abbondantemente atteso, come avevamo già scritto nel nostro report sull’argomento che abbiamo pubblicato questa mattina. La prossima occasione di incontro per cercare di raggiungere un accordo sui tagli sarà nel mese di febbraio.  

L’Europa parla lingue troppo diverse

Quattordici ore di incontri bilaterali tra i governi, poi, alle 23.00 di ieri sera, con tre ore di ritardo sulle previsioni, i 27 capi di stato e di governo si sono seduti intorno al tavolo giusto per un’ora, il tempo di dare un’occhiata alla nuova proposta di bilancio, presentata dal presidente della UE, Herman van Rompuy. Se ne riparlerà oggi, ma le posizioni tra i governi sono distanti, come ammettono tutti. In gioco c’è il bilancio dell’Unione Europea per il settennato 2014-2020. Entrando al vertice, era stato lo stesso premier Mario Monti ad affermare che un rinvio dell’accordo non sarebbe un dramma. In effetti. La questione gira tutta intorno ai tagli. Rimane l’impostazione di fissare all’1,01% del pil UE il tetto alle spese, per un ammontare complessivo di 973 miliardi, stando alla seconda versione di ieri, circa 80 miliardi in meno di quanto inizialmente proposto dalla Commissione UE.  

Le posizioni dei vari Paesi

Da un lato, ci sono Germania e Gran Bretagna, oltre alla Svezia. Questi Paesi vorrebbero un taglio drastico della spesa, di almeno 100 miliardi per il premier britannico David Cameron, che ieri ha lasciato il vertice annullando la prevista conferenza stampa, pronto a minacciare il veto, se la Gran Bretagna dovesse perdere lo “sconto” ottenuto da Londra nel 1984 per mano della Signora Margaret Thatcher. La Germania chiede più tagli, anche se inferiori a quelli desiderati dagli inglesi. Italia e Francia, dall’altra parte, vorrebbero sì i tagli, ma al contempo non desiderano rinunciare alle risorse destinate all’agricoltura e alla coesione territoriale. Il nostro Paese, in particolare, dovrebbe rinunciare a 4,5 miliardi sull’agricoltura e al 20% dei contributi per le sue regioni meno sviluppate. Per questo, Roma ha annunciato con il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, che porrà il veto, se non si arriverà a una soluzione che ci accontenti. E il bilancio deve essere approvato all’unanimità. E così, se nella prima versione, i tagli all’agricoltura ammontavano a 25,5 miliardi e alla coesione per 29 miliardi, la bozza di ieri prevede una riduzione della sforbiciata di 7,7 e 10,6 miliardi, rispettivamente. Altri 5 miliardi saranno reperiti dai tagli alle grandi reti e 8 a ricerca e innovazione. Infine, altri 1,6 miliardi sarebbero ridotti al comparto giustizia e 5,5 miliardi alla politica estera. Invariate le voci di spesa amministrative, ossia per il mantenimento degli apparati burocratici della UE. Evidentemente, anche in tempi di cinghia stretta, esiste una casta euro-cratica, che non rinuncia ai suoi privilegi, come abbiamo modo di vedere a casa nostra. E’ stato previsto, semmai, l’aumento a 40 ore alla settimana del tempo di lavoro per i funzionari, a paga invariata.  

L’Italia versa più di quanto riceve

Al vertice di oggi, l’Italia potrà fare sentire le sue ragioni, forte della sua posizione contributiva netta di 5,9 miliardi nel 2011. In sostanza, Roma continua a versare a Bruxelles circa 6 miliardi in più all’anno di quanto riceve, pagando così per la redistribuzione delle risorse in favore dei cosiddetti “recipienti” netti, ossia di coloro che versano meno di quanto ottengono. Si tratta degli stati dell’Est, ma non solo. Non è un caso che l’Europa Orientale resti contraria ai tagli al bilancio europeo, malgrado non opponga resistenza per non indispettire nessuno. Neppure la stessa Polonia, una delle più grandi beneficiarie del bilancio europeo, ha avuto modo di protestare, perché malgrado i tagli, la nuova ripartizione delle spese la vede non sfavorita. La battaglia sarà lunga e probabilmente non si arriverà a un accordo entro la fine di quest’anno. Ha ragione Monti, quando avvisa che non sarebbe un dramma. Quel che si evince, invece, è l’assenza di una qualsivoglia lungimiranza nella redazione delle voci di spesa. Non esiste una bussola, una direzione. Si tratta solo di salvaguardare lo status quo acquisito e di non indispettire qualche membro grosso. Per il resto, l’Europa pensa al suo futuro tagliando la ricerca e l’innovazione, il finanziamento delle infrastrutture e continuando a puntare sulle politiche agricole sussidiate. Sembra l’apologia del declino europeo.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi Euro

I commenti sono chiusi.