Privacy nell’era internet finita con i big data? E l’Europa corre ai ripari (dubbi)

Privacy a rischio nell'era internet con i colossi online? La raccolta dei dati preoccupa i governi europei, ma siamo sicuri che la crociata contro la Silicon Valley non nasconda altri obiettivi?

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Privacy a rischio nell'era internet con i colossi online? La raccolta dei dati preoccupa i governi europei, ma siamo sicuri che la crociata contro la Silicon Valley non nasconda altri obiettivi?

Deutsche Welle ha pubblicato un articolo sabato scorso, in cui ha scritto di un tale Cornelius Golembievski, un giovane tedesco assoldato dai conservatori della CDU-CSU di Angela Merkel per fare campagna elettorale porta a porta. Il tizio individua le case dove bussare, consegna a chi apre la porta un volantino propagandistico e vi scambia quattro chiacchiere per chiarire i programmi del partito sui temi-chiave. Dopodiché, stretta di mano e tanti saluti. Direte: cosa c’è di strano? Nulla, se non fosse che l’abitazione viene individuata tramite smartphone e iPad, seguendo le case indicate in verde sulla mappa elettorale cittadina, e che al termine della conversazione, il giovane si collega all’app Connect17 per segnalare con uno smile l’esito della visita. Se questo è positivo, gli verranno accreditati 100 punti, che lo faranno salire nel ranking dei promotori elettorali. (Leggi anche: Germania al voto, ecco come Frau Merkel rafforzerà leadership in Europa)

E tutti i partiti starebbero seguendo tale metodologia, tanto che questa è finita sotto indagine nel Saarland e Praxisnah, la società che ha sviluppato l’app, ha dovuto modificarla, al fine di renderla più compatibile con le severe leggi sulla privacy in Germania, paese in cui non è possibile, ad esempio, utilizzare Google Street View, il servizio offerto pressoché ovunque nel mondo dal colosso delle ricerche online, che consente all’utente di visualizzare una strada e l’eventuale percorso da compiere.

Timori sull’uso dei big data

Proprio Google, insieme ad altri giganti dell’era internet, come Facebook e Amazon, è accusato dalla Commissione europea di utilizzare i miliardi di dati a cui ha accesso per finalità anti-concorrenziali. Bruxelles, in buona sostanza, ha da tempo acceso i fari sui cosiddetti “big data”, il flusso enorme di informazioni degli utenti, che alcune grandi società del pianeta starebbero sfruttando per soddisfare e modificare a proprio vantaggio le preferenze dei consumatori.

Un esempio pratico? Se vado sul motore di ricerca e cerco per una o svariate volte “vacanze Venezia” o qualcosa di simile, il “cervello” di Google capirà che l’utente X abbia intenzione di andare in vacanza nel capoluogo veneto e metterà a frutto questa informazione – magari incrociandola con altre sullo stesso utente riguardanti il suo reddito, etc. – per offrirgli servizi propri nell’ambito turistico o vendendo tali dati a società terze, le quali a loro volta se ne gioveranno per aumentare il volume di affari.

Battaglia UE contro la Silicon Valley

Bruxelles sta ingaggiando una vera battaglia contro i giganti del web, infliggendo maxi-multe, come quella di recente contro Google di ben 2,4 miliardi per avere violato la concorrenza nello shopping online, così come ambendo ad assegnare maggiori poteri di controllo alle authorities nazionali anti-trust. L’obiettivo dei commissari europei consisterebbe nel pretendere che i dati memorizzati sugli utenti in Europa vengano conservati nel nostro continente, evitando che prendano il volo per la Silicon Valley. (Leggi anche: Commissione UE, guerra contro Silicon Valley)

Aldilà della crociata contro i grandi di internet, anche nelle singole realtà nazionali si sta registrando una simile tendenza. Poche settimane fa, il governo tedesco ha scavalcato lo stesso Bundestag, varando un decreto, con il quale si consente allo stato di bloccare un’eventuale scalata da parte di società straniere nei confronti di una tedesca, la quale fosse in possesso o trattasse dati sensibili e tali da mettere a rischio la sicurezza nazionale.

Analogo quanto stia accadendo in queste settimane in Italia con la querelle su Telecom Italia. Vero è che quella del governo Gentiloni contro Vivendi potrebbe essere percepita come una reazione di Roma a Parigi, che ha nazionalizzato la società cantieristica Stx, sottraendola al controllo di Fincantieri. Tuttavia, si celerebbe anche altro, ovvero la preoccupazione dell’esecutivo che dati sensibili raccolti in Italia possano andare in mani straniere. Per un approfondimento sul tema, vi consigliamo questa lettura: Telecom e i segreti nascosti.

Big data pretesto per protezionismo?

In sostanza, la compagnia telefonica, anche attraverso il controllo di Telsy e Sparkle, tratta oggi dati estremamente sensibili, come le comunicazioni tra uffici governativi e tra l’Italia e stati stranieri come Israele e Iran. Poiché risulta controllata dai francesi di Vivendi, il governo eccepisce che vi sarebbero i presupposti per esercitare la “golden power” e far tornare Telecom in mani italiane.

Che i big data stiano servendo a giustificare una svolta protezionistica in Europa? La domanda è lecita, perché se le preoccupazioni di cui sopra appaiono più che fondate, nulla farebbe venire meno il rischio per il caso in cui le società che trattano o abbiano accesso a informazioni di rilievo restassero nazionali. Chi ci dice che un privato in Italia non cedesse a terzi dati sensibili per un lauto pagamento o che la stesso accada in Germania con una società tedesca, che vendesse i dati raccolti a un’altra società (nazionale o straniera) per monetizzare da tali informazioni? E che dire della possibilità di sfruttare i dati, in ogni caso, a fini commerciali interni, senza necessariamente venderli a terzi? (Leggi anche: Scontro Italia-Francia su Stx-Fincantieri getta maschera su libero mercato UE)

Il tema sta diventando scottante ovunque, come segnala la mezza crisi di governo in piena estate in Svezia, dove due ministri hanno dovuto dimettersi, dopo che si è scoperto che fossero a conoscenza di un gigantesco trafugamento di dati di sei agenzie statali, con informazioni sensibili sulla salute, ad esempio, entrate in possesso di un gruppo di lavoratori IT in Romania. A rischio sarebbero anche i dati relativi al servizio di protezione testimoni.

Rischio di eccesso di concentrazione economica

La battaglia in corso tra Bruxelles e i giganti americani del web non è così semplice come sembra. Possedere big data è un conto, riuscire a sfruttarli a proprio vantaggio è un altro. E le due cose non vanno necessariamente di pari passo, anche perché un eccesso di informazioni porta spesso (se non sempre) a una estrema difficoltà nell’utilizzarle appropriatamente. A destare, però, più di un sospetto è stata l’acquisizione per 19 miliardi di dollari di WhatsApp nel 2014. La cifra spropositata, rispetto al business potenziale effettivo, ha spinto i governi europei, in particolare, a porre maggiore attenzione sul probabile reale obiettivo di alcuni accordi o scalate in corso, ovvero l’entrata in possesso di dati appetibili sul piano commerciale.

Il mercato non da oggi assegna un potere negoziale a chi è in possesso di un vantaggio informativo. A maggior ragione, la capacità di archiviare miliardi di nuove informazioni ogni giorno crea le condizioni, perché un piccolo nucleo di colossi del web aumenti a dismisura il proprio potere di mercato, potenzialmente eliminando o restringendo ogni forma di concorrenza. Nello scenario più estremo, saremmo alla fine del capitalismo come lo abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli e all’alba di un oligopolio mondiale, dove pochi giganti controllerebbero o sarebbero almeno in grado di influenzare le preferenze dei consumatori di ogni angolo del pianeta, persino sul piano politico.

 

 

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