Bielorussia, l’ultimo dittatore d’Europa affronta le proteste dopo la vittoria scontata

Alexander Lukashenko ha stravinto le elezioni presidenziali, ma le opposizioni non riconoscono i risultati e la Comunità internazionale parla di voto "unfair".

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Alexander Lukashenko ha stravinto le elezioni presidenziali, ma le opposizioni non riconoscono i risultati e la Comunità internazionale parla di voto

Alexander Lukashenko è presidente della Bielorussia sin dal 1994 e domenica scorsa ha rivinto le elezioni con circa l’80% dei voti, staccando nettamente la sfidante più insidiosa, Svetlana Tikhanovskaya, accreditata di meno del 10%. I candidati dell’opposizione non hanno accettato i risultati, con la stessa Comunità internazionale ad avere definito il voto “unfair”, cioè “non corretto”. Gli osservatori esteri non hanno potuto monitorare le elezioni.

Dalla sera stessa della proclamazione dei risultati, però, a Minsk sono esplose proteste di piazza e c’è mistero sulla morte di due manifestanti. Il primo, secondo la versione ufficiale, sarebbe rimasto vittima di un ordigno che gli sarebbe scoppiato in mano, il secondo è deceduto dopo essere stato trattenuto per ore in un furgone dei militari. La madre ha dichiarato che il 25-enne fosse malato di cuore.

Lukashenko fu dichiarato dall’allora presidente George W.Bush “l’ultimo dittatore d’Europa”. In effetti, tiene in pugno da oltre un quarto di secolo una popolazione di quasi 10 milioni di abitanti. Ex manager di una fattoria statale ai tempi dell’Unione Sovietica, in questo paese dell’Europa nord-orientale tutto sembra ancora ricordare gli anni del comunismo dell’Urss. L’apparato dei servizi segreti continua a chiamarsi KGB, tanto per capirci.

Il 70% dell’economia e i due terzi dei posti di lavoro sono ancora in mano allo stato. Per contro, vero è che sotto Lukashenko il reddito medio dei bielorussi è cresciuto da 50 a 500 dollari al mese, ma nell’ultimo decennio è rimasto stagnante, a causa di un tasso di crescita dell’economia mediamente inferiore al 2%.

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Le relazioni tese con la Russia

Per un paio di decenni, la figura del dittatore è stata associata alla Russia, ma negli ultimi anni i rapporti con il Cremlino si sono di molto raffreddati, anzi a tratti risultano tesi.

Parte considerevole dell’economia di Minsk dipende dalle raffinazioni del petrolio russo, avendo beneficiato così di quotazioni più basse per l’acquisto. Ma da tempo, Vladimir Putin si è messo in testa che la Bielorussia dovrebbe tornare a far parte della Federazione Russa, un progetto a cui Lukashenko si oppone strenuamente. E a causa di questo suo atteggiamento, Mosca ha annunciato la volontà di eliminare il privilegio per cui il paese riesce ad importare greggio a costi inferiori a quelli di mercato.

Malgrado le resistenze, Lukashenko non ha reali alternative alle importazioni dalla Russia, dato che le forniture dagli altri paesi produttori dovrebbero pagarsi ai ben più alti prezzi di mercato.

Polonia, Lituania e Lettonia si sono offerte di mediare con Minsk per evitare che il paese finisca oggetto di sanzioni europee. Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha dichiarato che la Bielorussia “dovrebbe consentire ai cittadini di godere delle libertà richieste”. Fatto sta che Lukashenko rimane saldamente al potere e dopo 26 anni al potere non ha intenzione di smontare le tende. Né serve a nessuno una qualche destabilizzazione del paese, dopo quanto accaduto all’Ucraina nel 2014, smembrata della Crimea, quest’ultima annessa alla Russia. Non a caso, Putin è stato tra i pochi a congratularsi per l’ennesima rielezione. L’ultima dittatura d’Europa sembra lungi dal cedere il passo alla democrazia.

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