Bielorussia, Lukashenko al capolinea e la Russia di Putin non starà a guardare

Le proteste contro l'ennesima vittoria del presidente non si fermano e adesso a Minsk si parla apertamente di cambio di regime.

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Le proteste contro l'ennesima vittoria del presidente non si fermano e adesso a Minsk si parla apertamente di cambio di regime.

Non si fermano le proteste contro la vittoria di Aleksander Lukashenko, presidente della Bielorussia dal 1994, unico anno in cui gli osservatori internazionali ritengono che si siano tenute elezioni corrette nel paese. Le opposizioni non riconoscono i risultati, secondo i quali il 65-enne avrebbe ottenuto l’80% dei consensi, e pochi giorni fa il capo dello stato è stato oggetto di cori e fischi dei lavoratori nel corso di un discorso pronunciato a una fabbrica di trattori. La situazione è così tesa, che l’uomo ha assicurato riforme costituzionali, a seguito delle quali trasferirà pacificamente il potere, pur ribadendo che non saranno le proteste di piazza a decretare la fine della sua presidenza. Ma gli oppositori sostengono che non sia la prima volta che tali promesse vengano rese per essere rimangiate successivamente.

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Lukashenko ha altresì affermato di avere respinto (per adesso) l’aiuto offerto dal presidente russo Vladimir Putin di invio dei militari per sedare le rivolte, chiedendo al Cremlino di tenersi fuori dalle tensioni. D’altra parte, cresce la pressione di UE e USA, che minacciano sanzioni contro Minsk. E a detta dello stesso presidente, la NATO starebbe concentrando le sue truppe al confine.

I tratti dell’economia bielorussa

Questo sembra essere il momento più fragile nei 26 anni di potere di Lukashenko, le cui relazioni con Mosca sono state nell’ultimo decennio abbastanza tese. In teoria, a Putin converrebbe togliersi dai piedi un uomo, che ad oggi si è opposto alla riunificazione tra Bielorussia e Federazione Russa, malgrado il trattato di 20 anni fa. Per questo, la stampa russa dà spazio alle voci dissidenti di Minsk.

Al contempo, il Cremlino non vuole che si ripeta lo scenario ucraino, con l’Occidente a riuscire a piazzare un suo uomo nei palazzi del potere.

L’economia bielorussa è stagnante da anni e il quadro si è aggravato con il Covid. Nel 2009, il paese chiese e ottenne aiuti del Fondo Monetario Internazionale, ma non ottemperò alle riforme richieste, di fatto rimanendo successivamente escluso dagli organismi internazionali di assistenza finanziaria. Solo nel 2016, a seguito del rilascio degli oppositori politici, è avvenuto un certo riavvicinamento. L’inflazione sembra sotto controllo, viaggiando attualmente al 5%, grazie a una banca centrale competente e a una buona gestione delle finanze statali dopo gli aiuti dell’FMI. Il debito pubblico nel 2019 giaceva sotto il 29% del pil.

Le riserve valutarie ammontano a soli 4 mesi di importazioni, mentre le imprese domestiche appaiono non competitive sui mercati internazionali, gravate da una iper-regolamentazione dello stato, tra cui dei prezzi di circa un quinto dei beni venduti sul mercato. Per questo, Minsk avrebbe bisogno di riforme nel segno delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni e nel caso in cui Lukashenko cadesse dovrebbe ricevere il sostegno dell’FMI, sempre che non finisca nell’orbita russa.

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Lukashenko al bivio

Tra i punti positivi, una forza lavoro molto istruita, buone capacità gestionali ai vertici dello stato e una struttura statale relativamente efficiente. Era così anche ai tempi dell’Urss, quando la Bielorussia figurava al primo posto per efficienza gestionale tra le 15 repubbliche sovietiche. Ma il paese ha anche bisogno di tenere a bada i costi energetici, che Mosca ha garantito bassi e decisamente sotto i livelli di mercato fino a poco tempo fa, mentre adesso reclama pagamenti al pari di un qualsiasi cliente estero, in assenza di una riunificazione tra i due stati.

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Bielorussia al bivio, quindi. O ritorna sotto l’ala protettrice del Cremlino, assoggettata come una provincia al nuovo impero russo, o si apre all’Occidente, varando riforme economiche pro-mercato e accettando lo stato di diritto e la democrazia.

L’uno o l’altro passo non sarà indolore sul piano economico e politico. Ma la sopravvivenza come relitto post-sovietico senza chiari alleanze internazionali sembra ormai giunta al capolinea. E questo segna di fatto la fine di Lukashenko, qualunque sarà la scelta di Minsk.

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