Berlusconi fuori dal Parlamento, il 23 marzo manifestazioni in piazza

Il Movimento 5 Stelle è schierato con Micromega per dichiarare l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi, il Pd finge di non vedere

di Alessandra De Angelis, pubblicato il
Il Movimento 5 Stelle è schierato con  Micromega per dichiarare l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi, il Pd finge di non vedere

Berlusconi fuori dal Parlamento, subito. Questo l’obiettivo della raccolta firme indetta da MicroMega, che ha già superato le 200 mila adesioni. Mentre  i media danno spazio ai 150 deputati del Pdl che hanno manifestato davanti al portone del tribunale di Milano, la rete si mobilita per cacciare definitivamente il leader del Popolo della Libertà (In difesa di Berlusconi parlamentari che rappresentano 10 milioni di elettori). Non si tratta di un accanimento nato da un singolo schieramento politico ma della richiesta di applicazione della legge. Il caso De Gregorio non è che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La legge che rende Silvio Berlusconi ineleggibile esiste dal 1957: questo ventennio poteva essere evitato, bastava applicarla (Raccolta firma per cacciare Silvio Berlusconi dal Parlamento: ecco come fare)  

Movimento 5 Stelle schierato: il Pd fa orecchie da mercante

Alla raccolta di firme ha aderito il M5S: gli eletti hanno anticipato che nella giunta delle elezioni chiederanno il rispetto della legge e quindi che Silvio Berlusconi, NON eleggibile, NON venga riconosciuto eletto. Tra i parlamentari di Pd e Sel solo il senatore Luigi Zanda ha firmato l’appello di MicroMega.  

Manifestazioni in tutta Italia sabato 23 marzo per dire no a Berlusconi

Sabato 23 marzo saranno organizzate manifestazioni dislocate contro l’impunità di Berlusconi in diverse piazze italiane.  La richiesta è l’applicazione della Costituzione e della legge 361/1957. A Roma, in piazza Santissimi Apostoli, a partire dalle ore 17.00, 139 cittadini leggeranno un articolo della Costituzione ciascuno e altri documenti fondamentali per la Repubblica italiana (dalla poesia di Calamandrei per il monumento alla Resistenza ai testi di Sciascia contro la mafia).  

Perché bisogna “deberlusconizzare” l’Italia

Questa instabilità politica, con la prospettiva di ingovernabilità, rischia di avvantaggiare proprio Silvio Berlusconi. Un eventuale governo tecnico infatti ritarderà ulteriormente temi legati alla ineleggibilità, al conflitto di interessi, alle norme contro la corruzione dei politici, alla priorità dell’esigenza di giustizia sulla privacy “violata” dalle intercettazioni etc. Non si tratta di aderire ad un movimento politico o ad un altro ma di unirsi in nome del rispetto della legalità. Vittorio Cimiotta, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Dario Fo, Margherita Hack, Franca Rame, Barbara Spinelli e molti altri hanno già firmato per chiedere al nuovo Parlamento di applicare la legge 361 1957, sistematicamente ignorata nell’ultimo ventennio. Tutti, sinistra compresa, sono stati complici di questo omertoso permissivismo. Nel 1994 (maggioranza di centro-destra) e nel 1996 (maggioranza di centro-sinistra, primo governo Prodi), il comitato animato da Vittorio Cimiotta (“Giustizia e libertà”) ha guidato i ricorsi dei cittadini elettori sistematicamente respinti (con l’unico voto contrario dell’on. Luigi Saraceni, che “casualmente”   non sarà confermato dal centro-sinistra nella Giunta del 1996). La motivazione si base sulla lettura dell’articolo 10 comma 1 della legge nel punto in cui questo dichiara non eleggibili “coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica”. La giunta ha interpretato “l’inciso ‘in proprio’ come ‘in nome proprio’, e quindi non applicabile all’on. Berlusconi, non essendo formalmente titolare di concessioni televisive. Un cavillo legale contrario al senso della norma, posto che, come ha sottolineato il presidente emerito della Corte Costituzionale Ettore Gallo “ciò che conta è la concreta effettiva presenza dell’interesse privato e personale nei rapporti con lo Stato”. Qual è dunque il vero “cancro della democrazia”? E’ ora di chiederselo e di operare.

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Argomenti: Politica