Berlusconi chiude a Tremonti, la rottura con la lettera BCE del 2011

Niente posto per Giulio Tremonti nel centro-destra. Il rapporto con Silvio Berlusconi è inesistente da anni. L'ex ministro viene sospettato di avere preso parte al "golpe" contro il suo stesso governo.

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Niente posto per Giulio Tremonti nel centro-destra. Il rapporto con Silvio Berlusconi è inesistente da anni. L'ex ministro viene sospettato di avere preso parte al

 

Braccia aperte a tutti nel centro-destra, tranne che a Giulio Tremonti. Lo ha chiarito senza tentennamenti Silvio Berlusconi agli alleati, chiudendo la prospettiva di un sostegno a “Rinascimento”, la lista messa in piedi negli ultimi mesi dall’ex ministro e dal critico d’arte Vittorio Sgarbi. Suona strano, dato che Tremonti figura da anni tra i maggiori sostenitori della tesi del complotto internazionale contro il governo Berlusconi per privare l’Italia della sua sovranità nazionale e trasferirla in capo alla cosiddetta Troika (UE, BCE e FMI).

Ma è proprio a quel presunto “golpe” che risalgono le ruggini tra i due, che hanno portato alla rottura forse per sempre insanabile, dopo un quindicennio trascorso all’insegna di un rapporto certamente dialettico, ma politicamente robusto. In fondo, Tremonti fu la liaison tra Forza Italia e Lega Nord bossiana, quasi un leghista tra gli azzurri. Il senatur mandò l’allora leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, su tutte le furie nel 2003, quando dichiarò che nel governo comandavano solo lui, Berlusconi e Tremonti.

Per capire meglio cosa vi sia dietro al divorzio politico tra l’ex premier e il suo pupillo all’Economia bisogna andare indietro all’estate del 2011. Lo spread BTp-Bund si allargò quasi improvvisamente dalla tarda primavera di quell’anno, sfondando prima i 200 e successivamente i 300 punti base per la scadenza decennale. L’Italia entrò nel mirino dei mercati finanziari, pur registrando tra i più bassi disavanzi di tutta l’Eurozona (avrebbe chiuso l’anno con un deficit al 3,9%, meno della metà di quello di Francia e Spagna), in quanto gravata già da un debito pubblico nettamente più elevata rispetto alla media dell’area e che puntava, complice la dura recessione del 2008-’09, al 120%. (Leggi anche: Deutsche Bank e la crisi dello spread, quello che devi sapere)

Tra Palazzo Chigi e Viale XX Settembre montò la tensione. In crisi di popolarità, Berlusconi voleva che Tremonti aprisse i cordoni della borsa e sostenesse l’economia con tagli alle tasse e finanziando opere pubbliche.

Non a caso, il giorno in cui il primo venne informato dell’arrivo di una lettera della BCE, di cui vedremo più avanti, si trovava in una sala di Palazzo Chigi a guardare un filmato sul Ponte di Messina, fatto proiettare dal suo ministro per l’Ambiente, Altero Matteoli, scomparso tragicamente qualche settimana fa. Tremonti, che caratterialmente è sempre stato poco incline alle concessioni, si chiuse a riccio. Da qui, nascono le più disparate interpretazioni su quanto accadde.

Il rapido mutamento di umore nella UE sull’Italia

C’è chi ritiene che la crisi dello spread degenerò tra maggio e giugno, dopo la sconfitta alle elezioni amministrative del centro-destra, che perse persino a Milano, quando il premier iniziò a litigare con il ministro dell’Economia, chiedendo di avere l’ultima parola sulla politica fiscale. Sui mercati sarebbe esplosa la sfiducia verso un governo in crisi e lacerato al suo interno nel mezzo di una tempesta finanziaria europea. C’è una narrazione diversa, tuttavia, su quanto accadde nelle settimane seguenti.

Alla fine di maggio, nella presentazione delle sue Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, già nominato a capo della BCE dal novembre successivo, esprimeva soddisfazione sullo stato dei conti pubblici italiani, che esibivano un “disavanzo pubblico inferiore a quello medio dell’area euro” e sull’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio dal 2014. E il 21 luglio successivo, il Consiglio UE accoglieva “con soddisfazione il pacchetto di misure di bilancio recentemente presentato dal governo italiano”.

Senonché, quelle misure promesse andarono tradite per l’opposizione proprio di Tremonti, contrario alle riforme economiche invocate dal suo collega alla Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta. L’Italia cadde nel discredito, rimangiandosi la parola data e già questo sarebbe stato un errore imperdonabile per un ministro dell’Economia, che in 7 anni e mezzo complessivamente a capo del Tesoro ha mostrato da un lato capacità di tenere a bada i conti pubblici italiani, rigettando ogni forma di pressione da parte di alleati, premier e lobbies; dall’altro un’allergia quasi ideologica alle riforme, compresi il taglio delle tasse, le liberalizzazioni e le privatizzazioni.

 (Leggi anche: Governo Berlusconi, non fu golpe nel 2011)

Il presunto complotto di Tremonti ai danni di Berlusconi

In effetti, il 5 agosto 2011 viene fatta recapitare al governo di Roma una lettera della BCE, contenente 39 misure da attuare per ottenere in cambio il sostegno ai titoli di stato con il “Securities Markets Program”. Essa era firmata dal governatore Jean-Claude Trichet e dal suo imminente successore Draghi e suonava più o meno così: bisogna anticipare il pareggio di bilancio al 2013, riformare le pensioni, disincentivando tra l’altro il ricorso a quelle anticipate, liberalizzare le professioni, tagliare gli stipendi pubblici, etc. Per Tremonti, quella lettera segnerebbe l’inizio del golpe contro l’Italia e dell’esproprio della nostra sovranità. Eppure, qualcuno insinua che sia stato proprio lui ad avere reso pubblica o, addirittura, sollecitato la lettera per mettere in difficoltà il premier e possibilmente per prenderne il posto, contrapponendo la sua gestione austera dei conti pubblici a una desiderata “allegra” di Palazzo Chigi.

Non a caso, proprio Tremonti ha dichiarato negli anni seguenti che lo spread sarebbe esploso quando i mercati si resero conto che a volere gestire le finanze fosse Berlusconi. Il quale lo starebbe punendo adesso ignorandolo politicamente, consapevole che l’uomo non rappresenta più alcun anello di congiunzione con la Lega di Matteo Salvini e che, in particolare, al netto delle tesi più bizzarre, l’ex ministro sarebbe stato responsabile di gran parte dello scetticismo di mercati e cancellerie europee sull’Italia, nonché del fallimento del centro-destra nel dare seguito a quella “rivoluzione liberale” promessa sin dal 1994 e mancata forse per un profilo al Tesoro incoerente con tale impostazione programmatica. (Leggi anche: L’attacco ai BTp partì da Germania e Francia, la verità di Tremonti)

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