Beppe Grillo, la casta dei sindacati e i privilegi che nessuno racconta

Una casta iperburocratizzata e vecchia la cui esistenza non dipende più dai lavoratori tesserati, ma dalla debolezza dello Stato su cui Cgil, Cisl e Uil negli anni hanno costruito un impero politico ed economico

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Una casta iperburocratizzata e vecchia la cui esistenza non dipende più dai lavoratori tesserati, ma dalla debolezza dello Stato su cui Cgil, Cisl e Uil negli anni hanno costruito un impero politico ed economico

Anche l’altra casta, quella dei sindacati è al tramonto. Per quello che sono diventati oggi in Italia, con i loro tanti privilegi, di essi non c’è più bisogno. Lo ha detto Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, a Brindisi durante un comizio. “Sono diventati come i partiti politici, una struttura vecchia”.  

Sindacati in Italia: un abisso con il modello tedesco

  E, come i politici che oramai non fanno più gli interessi dei loro elettori, i sindacalisti non fanno più quelli dei lavoratori e nemmeno quelli dei pensionati a cui l’età per la maturazione del diritto si è improvvisamente allungata per decreto, sotto il governo di salvamento Monti  senza che nessuno di essi sia sceso in piazza o abbia indetto uno sciopero. E questi sono fatti recenti. Del resto i tempi sono cambiati e gli scioperi costano, ma loro, i sindacati, non sono cambiati affatto, semmai si sono adeguati trasformandosi da enti rappresentanti dei diritti dei lavoratori a casta iperburocratizzata e autoreferenziale che ha perso il contatto reale con il paese. Come? Basta guardare alla Germania dove il sindacato cresce all’interno delle aziende rafforzandosi con esse, invece di opporsi inutilmente ai datori di lavoro privati sempre e in ogni caso (vedi recente caso Fiat) preferendo più comodamente trarre linfa dallo Stato e dai dipendenti pubblici il cui posto di lavoro non è mai a rischio. Del resto il lavoro in Italia non c’è più da un pezzo e la stessa Cisl, tramite il suo Osservatorio,  venerdì scorso ha detto che negli ultimi quattro anni se ne sono andati in fumo 567mila posti di lavoro nel settore privato. E per i prossimi anni non si mette certo bene. Logico quindi che anch’essi, come i partiti, tirino a campare sulle spalle dello Stato, finché dura (vedi caso Alitalia), finché ci sarà un governo Monti pronto ad imporre nuove tasse per dare anche a loro un pasto gratis.  

I sindacati hanno pensato troppo alla politica per consolidare i loro privilegi abc

  La levata di scudi alle parole di Grillo non si è fatta, comunque, attendere e tutti in coro i maggiori leader sindacali si sono adoperati per stemperare gli animi sulle colonne della stampa asservita ai poteri forti ricordando al leader del Movimento che senza sindacati non c’è democrazia in un paese libero e civile. E che comunque Grillo non propone nulla di nuovo – dice la Triplice, mai stata così unita – la sua idea è in realtà vecchia, e usa il sindacato come capro espiatorio buono per tutte le stagioni e per tutti i problemi. Sarà anche così, ma di rinnovamento nelle sedi sindacali, di fatto, se n’è visto ben poco negli ultimi anni, se non nella proliferazione di poltrone e poltroncine in enti statali inutili che adesso nessuno riesce più a eliminare. In questi ultimi decenni i sindacalisti si sono moltiplicati come i conigli (sono sei volte più dei carabinieri), sono diventati dei “professionisti” come i politici, mentre i posti di lavoro continuano a calare e il rapporto fra lavoratori e loro rappresentanti – secondo uno studio dell’Università Bocconi – è il più alto d’Europa. Il loro massimo splendore l’hanno raggiunto nel 2006 durante il governo Prodi, quando Franco Marini (Cisl) diventò presidente del Senato e Fausto Bertinotti (Pci, Cgil, Fiom) presidente della Camera dei Deputati. L’ascesa all’olimpo politico e istituzionale sarebbe dovuta essere un’occasione d’oro per rinnovare lo stato sociale, renderlo più moderno e per impedire in tempi di vacche magre che arrivasse un Ministro Fornero a modificare la normativa sui licenziamenti (art. 18 dello Statuto dei Lavoratori) o mettere il sistema pensionistico a ferro e fuoco in nome dello spread. Ma, di fatto, è stata un’occasione d’oro per consolidare invidiabili privilegi. Come osserva Stefano Liviadotti in “L’altra casta”, solo i permessi che le aziende sono tenute a concedere loro costano al sistema Paese 154 milioni di euro al mese e una grossa parte la paga lo Stato, che continua a stipendiare i travet prestati a Cgil Cisl e Uil. E il datore più generoso nel distribuire il personale al sindacato indovinate un po’ chi è? La pubblica amministrazione! Su un organico di 20 mila tra alti dirigenti capetti e funzionari, infatti, – osserva Liviadotti – la Triplice, nel biennio 2004-2005 ha ricevuto in omaggio ben 2 mila e 584 impiegati pubblici. Numeri che non sono cambiati molto da allora ai giorni nostri.  

Un sindacalista su sette è pagato dallo Stato

  sindacati in italia“Uno dei maggiori privilegi dei sindacati consiste nel non dover pagare uno stipendio a circa un dipendente su sette”, osserva Liviadotti. Il meccanismo è quello del distacco sindacale e prevede che l’amministrazione di provenienza (la scuola in particolar modo) continui a fornire graziosamente la busta paga al piccolo esercito affaccendato in questioni sindacali. Ma gli altri di cosa campano? La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della busta paga dei lavoratori e circa 30-40 euro all’anno per i pensionati. Piccole percentuali che, a conti fatti, conducono a una stima di circa 1 miliardo di euro all’anno. Tanto quanto ne incassa la Chiesa col la destinazione dell’8 per mille dell’Irpef. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore perché se ne occupano altri (gratuitamente s’intende): il datore di lavoro per i lavoratori e gli enti di previdenza per i pensionati.  Entrate che però non bastano a dimostrare tutto il potere economico che le tre sigle sindacali si sono ritagliate dagli anni ’80 in avanti. La vera macchina da soldi dei sindacati, sono gli Enti di Patronato a cui sono affidati anche i Caf (Centri di Assistenza Fiscale) di cui, purtroppo, c’è sempre più bisogno.  

I patronati e i Caf sono la vera macchina da soldi dei sindacati burocrazia

  I Caf ottengono dallo Stato rimborsi di centinaia di milioni di euro per l’adempimento di tutte quelle pratiche burocratiche e fiscali che normalmente la pubblica amministrazione dovrebbe gestire direttamente col cittadino in maniera efficiente. Si tratta di rimborsi. Soldi che i Caf si fanno riconoscere dai vari enti pubblici (Inps e Agenzia delle Entrate su tutti) ogni qualvolta un cittadino si rivolge a loro per la dichiarazione dei redditi, una domanda di pensione o di maternità. Non si è del tutto obbligati, ben inteso, ma la complessità della burocrazia e le difficoltà a rapportarsi con la pubblica amministrazione in Italia (anche solo per la limitazione dell’orario di accesso al pubblico dei vari uffici) rendono il ricorso ai Patronati quasi obbligatorio.  CGIL, Cisl e Uil sostengono che la rete patronale è stata creata proprio per aiutare gratuitamente i cittadini semplificando il rapporto con la pubblica amministrazione, fornendo consulenza ed evitando loro inutili perdite di tempo. Ma questo non dovrebbe già essere compito dello Stato? Ma allora lo Stato non funzniona. Chi ha fatto in modo che la pubblica amministrazione, soprattutto al centro-sud Italia, fosse inefficiente e gli uffici pubblici siano aperti solo in certe fasce orarie con rigorosa chiusura al sabato? In definitiva, si paga per ottenere dei servizi e assistenza che dovrebbero essere gratuiti e di semplice accessibilità già di principio. Là dove in Gran Bretagna, ad esempio, per la dichiarazione dei redditi basta una telefonata per comunicare i propri dati fiscali, in Italia è obbligatorio passare da un Patronato e pagare almeno 30 euro per la compilazione di moduli appositamente resi sempre più incomprensibili, soprattutto per le persone anziane. Una mungitura istituzionalizzata a cui nessuno si è mai opposto, ma che i sindacati hanno cavalcato a regola d’arte negli anni con la complicità delle forze politiche per rendere lo Stato meno efficiente. Da ciò scaturiscono fatturati miliardari, bilanci segreti e uno sterminato patrimonio immobiliare che nessuno sa con precisione a quanto ammonti. Una vera e propria macchina di denaro creata e ben oliata con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità. Il tutto a spese della collettività ovviamente, al punto che se c’è un problema di costi eccessivi della politica di cui si parla spesso, questo vale anche per il sindacato, se non di più.

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Argomenti: Economia Italia