Benzina sopra $3 al litro, pannolini a $49: torna lo spettro dell’iperinflazione tra proteste di massa

La benzina più cara al mondo in uno degli stati più poveri e prezzi alle stelle anche per altri beni primari. Lo Zimbabwe scende in piazza per protestare contro i rialzi del carburante e teme l'iperinflazione come nel 2009.

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La benzina più cara al mondo in uno degli stati più poveri e prezzi alle stelle anche per altri beni primari. Lo Zimbabwe scende in piazza per protestare contro i rialzi del carburante e teme l'iperinflazione come nel 2009.

Dodici morti, centinaia di feriti e 600 arrestati. E’ il bilancio drammatico degli ultimi giorni di scontri tra manifestanti e polizia nello Zimbabwe, stato dell’Africa sud-orientale, dove sono esplose furenti proteste dopo che il governo ha annunciato l’aumento del prezzo della benzina del 358% e quello della diesel del 299%, rispettivamente da 1,24 a 3,31 e da 1,36 a 3,11 dollari al litro. Gli automobilisti dell’ex Rhodesia sono diventati ufficialmente i più stangati al mondo per fare carburante.

Diverse le categorie che hanno indetto scioperi contro gli aumenti, tra cui gli insegnanti. Trasporti e banche tra i comparti dell’economia più colpiti, paralizzati proprio dagli scioperi.

Procediamo con ordine. Cos’è successo? Il governo, come dicevamo, ha annunciato il maxi-rialzo dei prezzi del carburante, che nel paese vengono fissati dall’autorità ZERA. Già il fatto che la decisione sia passato esclusivamente dall’esecutivo ha spinto in molti, comprese le opposizioni, a parlare di atto illegittimo. Ad ogni modo, il punto è un altro: nello Zimbabwe scarseggiano diversi beni e servizi, a causa della carenza di dollari USA. Harare ha rinunciato alla propria moneta dopo l’iperinflazione del 2009, utilizzando diverse valute straniere per le transazioni interne e gli scambi con l’estero, tra cui dollaro, euro e rand sudafricano. Il biglietto verde, tuttavia, è andato sin da subito e di gran lunga per la maggiore.

La perdita di competitività dettata dall’uso di una valuta molto più forte dei propri fondamentali spinse l’allora presidente Robert Mugabe alla fine del 2016 ad emettere una sorta di moneta fiscale, chiamata “bond note”, a un tasso di conversione di 1:1 con il dollaro, al fine di reagire alla carenza di valuta pesante, che stava rendendo difficili gli scambi. I cittadini non la presero bene, temendo il ritorno alla sovranità monetaria e ai prezzi stellari. Nessuno credette sin dall’inizio allo scambio alla pari tra moneta fiscale e dollaro, con il valore della prima ad essere gradualmente trattato a sconto rispetto a quello nominale fino a crollare a meno di un terzo. Poiché il prezzo del carburante è stato fissato in dollari, ma attraverso l’uso di questa moneta parallela, di fatto gli automobilisti hanno goduto di costi reali inferiori a quelli nominali di oltre i due terzi.

Con ciò, la domanda è diventata altissima rispetto all’offerta, le importazioni petrolifere sono aumentate e lo stato si è trovato a sussidiare i consumi di carburante a costi insostenibili per il bilancio pubblico. Da qui, la decisione dei giorni scorsi di alzare i prezzi, portandoli ai massimi in tutto il mondo.

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L’esplosione dell’inflazione e il ricordo del 2009

Tra aumento del carburante e imposta del 2% sulle transazioni elettroniche di moneta, ci si aspetta di incassare 4,1 miliardi di dollari all’anno, una percentuale a doppia cifra rispetto al pil. Tuttavia, le proteste vivaci non erano forse state del tutto messe in conto dal presidente Emmerson Mnangagwa, succeduto a Mugabe con l’aiuto dei militari dopo esserne stato il vice per decenni e che ha vinto le elezioni nell’agosto scorso, pur gravate da forti sospetti di brogli. L’ultrasettantenne ha promesso riforme economiche per consentire la ripresa dello sviluppo in una terra, il cui livello di ricchezza è rimasto sostanzialmente lo stesso di quello pre-Mugabe di inizio anni Ottanta.

Ma la crisi di fiducia verso la moneta parallela, con cui vengono pagati gli stipendi pubblici, ha innescato un pericoloso processo inflazionistico, con i prezzi esplosi su base annua del 42% a dicembre, il ritmo maggiore dal 2009. La stampa racconta che un pacco di pannolini nella capitale sarebbe venduto alla cifra astronomica di 49 dollari, segno della carenza diffusa di beni, che ricorda tristemente quanto da anni accade in Venezuela, economia da tempo alle prese con l’iperinflazione. La situazione è così incandescente, che Mnangagwa ha annunciato che non parteciperà al Forum di Davos, in Svizzera, dove ambiva a convincere la comunità finanziaria internazionale a tornare a investire nello Zimbabwe.

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Mancano dollari, economia rischia la paralisi

L’economia rischia di collassare per via della carenza di moneta.

Le riserve valutarie straniere in cassa presso la Reserve Bank of Zimbabwe, compreso l’oro, ammontavano ad appena 374 milioni alla fine del 2017 e verosimilmente saranno diminuite ulteriormente nel corso dell’ultimo anno. Si consideri che il paese importava, sempre nel 2017, beni e servizi per un controvalore di 6,67 miliardi, a fronte di esportazioni per soli 4,31 miliardi. In altre parole, le riserve si sarebbero ridotte ad appena meno di 2 mesi di importazioni nette, per cui il governo sta correndo ai ripari per evitare di trovarsi nell’impossibilità di commerciare con l’estero, aggravando la carenza già diffusa di beni e che si riflette sui tassi d’inflazione in ascesa. Si consideri che nei conti bancari elettronici risultano già “intrappolati” 10 miliardi di dollari, a causa proprio della scarsa valuta estera disponibile per la loro conversione. Parliamo di circa la metà del pil.

Nessuna illusione. Saremmo solo agli inizi di una politica economica necessariamente dolorosa per i 16 milioni di abitanti, caratterizzata da una stretta fiscale e l’eliminazione subitanea dei prezzi sussidiati per cercare di riportare ordine tra i conti pubblici, tagliando l’eccesso di consumi e così anche le importazioni, sperando che nel frattempo attecchisca un minimo di fiducia nella moneta fiscale o che almeno si arresti la corsa ai dollari, scatenata dai timori di una nuova ondata di iperinflazione. Per adesso, l’unica risposta concreta che arriva dal governo sembra essere la repressione nel sangue delle proteste. E senza che nemmeno il maxi-rialzo del carburante stia dando i suoi frutti, se è vero che le stazioni di servizio nel paese continuano a rimanere a secco.

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