Benvenuti nella realtà: 7 risposte sul futuro nero dell’Italia

Dalla crisi economica dell'Italia alla legge elettorale fino alle (debolissime) aspirazioni internazionali di questo Paese, tutto quello che c'è da sapere per avere un'idea chiara di quello che ci aspetta

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Dalla crisi economica dell'Italia alla legge elettorale fino alle (debolissime) aspirazioni internazionali di questo Paese, tutto quello che c'è da sapere per avere un'idea chiara di quello che ci aspetta

In Italia si torna a parlare di elezioni anticipate e nuova legge elettorale. Questo secondo argomento è diventato quasi un classico decennale nell’agenda politica nostrana. Le continue polemiche sulla legge elettorale, l’assenza di accordo sulle regole della democrazia sembrano scandire la lenta litania di un paese vecchio, incapace di guardare avanti e con alle spalle un fardello chiamato debito pubblico. La tanto discussa crisi economica italiana sarà mai risolta? Risposte secche a questa domanda non possono esservene ma noi come testata abbiamo comunque il dovere di dare degli spunti.

E’ da questa consapevolezza che nasce questa intervista doppia ai nostri redattori Giuseppe Timpone e Carlo Pallavicini. Con loro abbiamo parlato praticamente di tutto, senza veli e con la chiarezza che merita avere ogni lettore. Il nostro auspicio è che ad ogni lettore resti qualcosa addosso al termine della lettura di questa intervista doppia.

Proprio in questi giorni i media sono tornati a parlare con insistenza di possibili elezioni in autunno. Secondo voi quanto questo scenario appartiene alla sfera del probabile?

G. T.: Assolutamente sì, anche se non è detto che effettivamente il voto anticipato ci sarà. Il presidente Sergio Mattarella non lo vuole, ma il segretario del PD, Matteo Renzi, principale azionista della maggioranza di governo, non ha intenzione di attendere la scadenza naturale della legislazione, volendo da un lato capitalizzare il successo alle primarie del suo partito in aprile, dall’altro evitare di andare alle urne dopo che gli italiani si saranno resi conto della stangata fiscale sulle loro teste, che verrà attuata con la legge di Stabilità 2018. Ci sono clausole di salvaguardia da 20 miliardi da neutralizzare per fare evitare che scattino i maxi-aumenti dell’IVA, ma a pochi mesi dalle elezioni nessun governo avrebbe vita facile nello scegliere la spesa da tagliare o le altre imposte da alzare. Pertanto, Renzi spera che si voti prima (si parla del 24 settembre), in modo da beffare gli italiani sul conto da pagare. D’altra parte, l’ex premier Silvio Berlusconi gli sta dietro per tutelare gli interessi delle proprie imprese, avendo perso qualsivoglia ambizione politica, complici i suoi quasi 81 anni di età.

(Leggi anche: Rischio Italia riporta mercati in tensione, di cosa hanno paura?)

C. P.: La questione può essere posta a partire da un paio di considerazioni molto ‘semplici’. Renzi vuole le elezioni anticipate e che soprattutto vengano prima della legge di stabilità: il motivo è semplice, evitare di perdere altro consenso. Berlusconi non vuole in particolar modo le elezioni, ma soltanto una legge elettorale che gli dia la possibilità di un Nazareno-bis. Salvini e il M5S, se questi ultimi confluiscono davvero sul modello tedesco, non attendono altro. Certo, c’è la questione dei mercati e della possibile speculazione su un’Italia debole: ma questo dipende da chi sarà destinato a vincere. L’asse Renzi-Berlusconi potrebbe non dispiacere anche in questo senso.

 

Il discorso elezioni è strettamente connesso a quello delle nuova legge elettorale. Ora vi pongo una domanda che, ne sono certo, tanti italiani in cuor loro spesso si fanno: ma come è possibile che in questo paese da decenni si parli di legge elettorale giusto per poterne riparlare domani

G. T.: In Italia, la legge elettorale è diventata nella Seconda Repubblica uno strumento per vincere o almeno non perdere le elezioni. E’ un fatto gravissimo, che fa del nostro paese una democrazia minore. L’errore madornale risale al 2005, quando l’allora governo Berlusconi cedette alle pressioni dei centristi di Pierferdinando Casini, varando una legge né carne e né pesce (proporzionale, ma iper-maggioritaria nell’assegnazione dei seggi), ribattezzata dal suo stesso ideatore “Porcellum” e che nei fatti ha creato un abisso tra paese reale e istituzioni, vuoi perché nessuno più sa quali deputati e senatori elegge nel proprio collegio, vuoi anche perché com’è accaduto nel 2013, ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi è stato un partito, che rappresentava allora poco più di un quarto degli elettorali, ma che governa da 4 anni come se avesse percentuali bulgare di consenso. (Leggi anche: Troika sempre più vicina, scenario greco dopo le elezioni)

C. P.: Anche su questo punto, la questione sembra essere molto chiara.

La democrazia italiana, per sua natura, non riesce a guardare oltre l’immediato (ma, del resto, un governo democratico resta in carica pochi anni e deve portare a casa il risultato): il motivo è semplicissimo, dunque, dipende da chi deve scrivere questa legge e quali sono gli equilibri di potere in un dato momento. Ora come ora, il modello tedesco potrebbe piacere a molti, anche perché, stando ad alcune stime pubblicate su IlSole24Ore, nonostante il 50% della legge tedesca sia proporzionale, in Italia porterebbe a un bel maggioritario diviso tra quattro partiti: PD, M5S, Lega Nord e Forza Italia. Ah, in più porterebbe alla scomparsa definitiva della sinistra – cosa che non dispiace a nessuno degli attori politici ed economici nazionali ed internazionali, lasciando un ampio ventaglio di scelta tra più ‘destre’: da quella europeista del PD a quella moderata di Forza Italia, passando per la destra sovranista leghista a quella un po’ indecisa del M5S. Insomma, Renzi-Berlusconi guideranno il paese.

 

Nel caso in cui si votasse domani, il paese sarebbe sempre condannato a una spaccatura a tre

G. T.: Sì, almeno nei consensi. Poi, dipenderà dai marchingegni elettorali il modo in cui tali voti saranno trasformati in seggi. Io temo personalmente che si voglia dare vita a una legge elettorale volutamente tesa a non fare vincere nessuno, in modo che il PD da un lato e pseudo-responsabili nel centro-destra si accordino successivamente non per fare alcuna riforma, ma semplicemente per vivacchiare insieme al governo, facendoci perdere ulteriore tempo con chiacchiere e atti inutili.

C. P.: Anche se si votasse dopodomani, probabilmente. Bisogna, però, capire cosa si vuole dalla democrazia. Faccio un esempio: Macron è stato votato al primo turno da poco più di un votante su quattro ed ora è il Presidente della Francia; dunque con poco più del 25% di preferenze si possono vincere le elezioni e gestire la vita economica, sociale e politica di un paese.

Questo è il maggioritario. Io sono per un’idea completamente proporzionale (la democrazia non nasce con l’idea una testa un voto?) e per la rappresentanza di tutti in Parlamento: la democrazia è la contemporaneità delle ragioni, se alcune vengono espulse dalla rappresentanza, che democrazia è? Anche in questo senso, il M5S che vuole il 51% non può che essere antidemocratico. Questo, ovviamente, se si crede che la politica abbia davvero una funzione e se si ritiene che la democrazia sia un valore. Se poi si pensa che sia l’economico a dominare e che i governi siano soltanto i comitati centrali di differenti gruppi economici, allora proporzionale o maggioritario poco cambia.

 

Spostiamoci dal mondo politico a quello economico. Il debito pubblico italiano è in aumento ma la notizia non sembra più interessare a nessuno. Può un’economia, come la nostra, reggere questo fardello? E’ possibile indicare un punto di potenziale rottura, superato il quale indietro è impossibile tornare?

G. T.: Il debito pubblico italiano sarà sostenibile fintanto che la BCE se lo compra e tiene i tassi a zero. Questo ciclo positivo sui mercati finanziari sta, però, finendo, perché l’inflazione è tornata a salire e il governatore Mario Draghi non può più permettersi di tenere gli stimoli monetari intatti a lungo. Il governo Renzi non ha approfittato dei rendimenti nulli per risanare i conti pubblici e prepararsi alla stretta, ragione per cui l’Italia è destinata, anche a causa dell’ingovernabilità attesa, a un nuovo 2011. Non significa che andremo in default, il che non so se effettivamente sarebbe peggio. Ci aspettano anni di lenta agonia con una classe politica senza idee e persone capaci, la quale terrà l’Italia in una condizione di menomazione sul fronte della crescita economica, dopo che già abbiamo perso un ventennio. Scordiamoci le riforme strutturali serie con questi “bomba” a sinistra e destra che abbiamo. (Leggi anche: Debito pubblico rischia di esplodere dopo Draghi)

C. P.:Il debito pubblico in ascesa è l’ennesima offesa ai sacrifici imposti agli italiani (che, però, ha portato alla crescita dei compensi per i grandi manager, anche quando le loro politiche aziendali sono fallimentari). Si tratta sicuramente di un fardello pesantissimo, ma il peso si può reggere tranquillamente, nella misura in cui piano piano si fanno i compitini. Il problema è che l’assegno è chiaro, ma non la modalità con cui svolgerlo: con una corruzione a livelli elevatissimi, il percorso è davvero difficilissimo. In Italia, allora, cosa si fa? Si tagliano gli sprechi della sanità, ad esempio: ma non quelli connessi alla corruzione (appalti di questo o quel prodotto dati ad aziende che non offrono alcun prezzo concorrenziale), ma quelli connessi alle prestazioni mediche. Nel nostro paese si morirà più facilmente, con minore possibilità di prevenzione, i corrotti resteranno al loro posto e i grandi manager continueranno a guadagnare fior di quattrini. Il vero punto di rottura sarebbe il capovolgimento di questa situazione.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da incentivi governativi di ogni tipo. Dai vari bonus a Garanzia Giovani è stato tutto un pullulare di benefit (o regalie, dipende dai punti di vista). I dati sulla disoccupazione, però, confermano che questo paese ha difficoltà a rialzarsi. Secondo voi quanto questo modo di agire è legato al consenso elettorale e quanto a una vera strategia di rilancio dell’economia

G. T. : Dell’ultimo lustro, a mio personale avviso andrebbero fatti salvi solo tre atti, per quanto qualcuno sia stato molto impopolare: la riforma Fornero del governo Monti, il Jobs Act e gli 80 euro del governo Renzi. La prima ha tagliato una voce di spesa costantemente elevata in Italia e a livelli anomali, secondi solo a quelli della Grecia; il secondo ha liberalizzato parzialmente il mercato del lavoro, pur con incentivi temporanei alle assunzioni stabili, mentre il terzo, per quanto propagandistico possa apparire (sarebbe stato meglio un taglio strutturale delle aliquote Irpef), ha messo liquidità nelle tasche di circa 10 milioni di lavoratori, in una congiuntura economica, peraltro, negativa, sostenendo la ripresa dei consumi. Tutto il resto è stato propaganda, spreco di denaro e clientelismo istituzionalizzato. (Leggi anche: Governo Gentiloni volta le spalle ai bonus di Renzi)

C. P.: La domanda è palesemente retorica e la risposta è già contenuta in essa. Si tratta sicuramente di una strategia – quella dei bonus – volta a raccogliere consenso facile in un paese in cui è facile raccogliere il consenso facendo qualche regalo a destra e a manca. Interessante notare, poi, che mai come su questo punto siano tutti d’accordo, dai bocconiani all’estrema sinistra (o quella che ne resta): per motivi ovviamente differenti, i ‘bonus’ sono da bocciare. La politica dei bonus (e il consenso che si acquista con essa) ricorda tanto quanto sia ancora vero, a distanza di quasi mezzo millennio, ‘Il discorso sulla servitù volontaria’. I bonus sono inutilmente costosi e denotano un atteggiamento pre-moderno e paternalistico: il buon padre di famiglia che dà un aumento alla paghetta del figlio, ma soltanto se si comporta bene!

Sembra una beffa ma il Paese che tra i primi inventò le geopolitica, è ora condannato alla completa subalternità in ambito estero. Dopo gli ultimi fuochi di paglia dell’epoca Berlusconi, quale ruolo può avere l’Italia nel Mediterraneo, in Europa e verso est? Riformulo: esistono margini per avere un ruolo che non sia quello di cortile dell’Europa scarica disperati?

G. T.: L’Italia non ha alcun ruolo politico nell’Europa di oggi, perché possiede una classe politica totalmente inadeguata e priva di visione. L’ex premier Silvio Berlusconi si oppose nel 2011 all’intervento franco-americano in Libia, ma fu costretto ad avallare i raid, applauditi a sinistra, sotto la pressione dell’allora presidente Giorgio Napolitano. Sappiamo come andò a finire. In Italia, la politica estera viene intesa quale strumento di contesa politica oltre confine, non un modo per tutelare interessi nazionali. Per di più, un paese che si regge finanziariamente sul “buon cuore” di Draghi e dei commissari europei non può credibilmente alzare la voce su alcunché. Le faccio un esempio per farvi capire l’assurdo a cui siamo arrivati: tra il 2006 e il 2014, l’Europa dell’Est ha ottenuto 175 miliardi netti dalla UE, mentre l’Italia ne ha versati 37. Ovvero, noi abbiamo contribuito a pagare come Italia lo sviluppo dell’Europa orientale dopo la caduta del comunismo. Risultato? Alla prima richiesta di aiuto sulla crisi dei migranti, l’Est alza muri e noi ci sorbiamo i profughi. (Leggi anche: Crisi UE, siamo il bancomat dell’Est Europa)

C. P.: Al momento, i margini sono molto ridotti e l’Italia continuerà ad essere il cortile dove vengono scaricati i disperati. In questo senso, l’Italia (come Grecia e Spagna) sta facendo un lavoro comunque necessario e, se si vuole o se ha ancora senso, ‘umano’, al di là della solita corruzione (di cui sopra) che permette di arricchirsi anche sulle spalle della disperazione più profonda. L’unico ruolo che l’Italia potrebbe avere sarebbe quello di potenza mediterranea: creare connessioni profonde ed accordi economici dal Nord Africa al Libano, magari unendo in un mercato unico anche Spagna e Grecia. Utopia? Oggi, più di ieri, quando le primavere arabe facevano immaginare sviluppi differenti. Il caso Regeni, comunque, mostra tutta la debolezza della diplomazia italiana. In Europa, invece, continueremo a non contare nulla, sempre e comunque. E, forse, l’Italia dovrebbe guardare più a Sud che non a Nord.

 

Una domanda attinente al vostro mondo. Si dice che un paese può ripartire solo se tutti remano in una stessa direzione. Ora, nel paese di guelfi e ghibellini e delle tre correnti di pensiero ogni due persone, già si parte in svantaggio. Secondo voi il mondo giornalistico italiano sta apportando il suo contributo alla tanta invocata ripartenza o è solo interessato allo scandalo senza vera analisi?

G. T. :Un paese non avrà mai una stampa libera e indipendente, se la sua sopravvivenza passa per i contributi elargiti dallo stato all’editoria e se le proprietà dei giornali a loro volta sono spurie, cioè radicate con interessi in altri campi, dove la politica ha ampio potere di controllo, se non di nomina diretta dei vertici, come per le partecipate. In Italia, quasi non abbiamo una stampa credibile, ma un tifo da stadio pro o contro questo o quel governo, senza che vi corrisponda un filone, non dico ideale, ma nemmeno programmatico. D’altra parte, le grandi testate nazionali sono seguite ormai solo dalle élites; il cittadino si informa da altre fonti, forse spesso altrettanto poco credibili, ma che alternativa avrebbe?

C. P.: Dipende dalla direzione in cui bisogna remare tutti insieme: anche perché, in ogni barca che si rispetti, ci sono ovviamente tantissimi rematori che fanno grande fatica e poi ci sono gli altri ruoli, coloro che frustano i più lenti tra i rematori, i comandanti e così via, che fanno poca fatica e si avvantaggiano dello spazio percorso grazie a chi rema. La direzione imposta non è mai la direzione scelta, dunque remare in senso contrario, se in maniera critica, è più auspicabile di quanto si possa credere. Sul giornalismo, poi, occorre stendere un velo pietoso: lo ‘scandalo’ è la vera forma di comunicazione e il sistema non favorisce; se, ad esempio, la comunicazione online deve essere appetibile (cioè: essere cliccati per essere ‘pagati’), allora è chiaro che l’urlo è più semplice. Ovviamente, anche su questo punto, in una decadenza occidentale generalizzata si aggiunge il plusvalore della decadenza italiana: se all’estero, perlomeno, restano sacche di giornalismo ‘alto’, in Italia questo perlopiù non accade.

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