La svolta vera dell’Italia sarebbe più crescita, non più deficit

All'economia italiana serve crescere e non accumulare nuovi debiti. E l'andamento degli ultimi anni ci insegnerebbe che la strada non sarebbe quella di alzare il deficit.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
All'economia italiana serve crescere e non accumulare nuovi debiti. E l'andamento degli ultimi anni ci insegnerebbe che la strada non sarebbe quella di alzare il deficit.

Sinora siamo alle parole, ma negli ultimi giorni sembra che il vice-premier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, abbia cambiato linguaggio sui conti pubblici, rassicurando che l’Italia non sforerà il 3% del rapporto deficit/pil massimo consentito dal Patto di stabilità europeo e mostrandosi cauto su tutte le promesse elettorali, avvertendo che esse andranno realizzate nell’arco dei 5 anni di legislatura e non subito. E ieri sono giunte le rassicurazioni anche dell’altro vice-premier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, sul fatto che “non sfideremo l’Europa sui conti pubblici”. La reazione dei mercati finanziari è stata prontamente positiva, con lo spread crollato dai quasi 300 punti base di venerdì scorso in area 250 bp e i rendimenti decennali scesi anch’essi dal 3,24% al 2,90%. Positivo anche il commento del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sulle parole di Salvini, notando come sia importante ragionare sul medio-lungo termine.

Perché Salvini non vuole sforare il deficit al 3% e fa scendere lo spread 

Sarà stata la strizza per un attacco finanziario dei mercati, sarà anche perché man mano che si avvicina l’appuntamento con la presentazione della legge di Stabilità per il 2019 inizia a prevalere il realismo, ma di certo quella che abbiamo definito una “svolta” del leader leghista va nella direzione della responsabilità fiscale, che non necessariamente coincide con l’austerità o con il tradimento delle promesse elettorali. Il 4 marzo scorso, gli elettori italiani hanno voltato le spalle ai partiti tradizionali per la loro incapacità indubbia dimostrata sul fronte della crescita economica. Famiglie e imprese non chiedono maggiore deficit, bensì politiche che spronino l’occupazione, che rimettano in moto la produzione da un lato e i consumi dall’altro. Che tutto questo abbia a che fare con più deficit è materia su cui gli economisti si azzuffano da decenni.

Partiamo proprio dai numeri. Nel quinquennio 2013-’17, l’Eurozona è cresciuta mediamente del 7,7%, praticamente alla media dell’1,5% all’anno. L’Italia è stata fanalino di coda tra le grandi economie, se è vero che nello stesso arco di tempo ha registrato una crescita cumulata di appena l’1,8%, pari allo 0,35% all’anno. Per contro, la Germania ha dominato con l’8,5% (1,6% annuo) e la Francia ha fatto peggio della media, ma segnando pur sempre un discreto 6,1%, ossia crescendo dell’1,2% all’anno. A fronte di questi dati, altri ci spiegano meglio come sia stata realizzata la crescita in ciascuna economia: il deficit pubblico nel quinquennio è stato pari al 13,3% del pil in Italia, al 17,6% in Francia, mentre la Germania ha esitato un avanzo cumulato del 3,5%.

Più crescita, non più debiti

Dunque, l’Italia ha impiegato 7,4 euro di deficit per ottenere appena 1 euro di crescita del pil, mentre alla Francia ne sono bastati 2,9. Al contrario, la Germania ha ottenuto 1 euro di crescita per ogni 41 centesimi mediamente risparmiati. Che cosa ne deduciamo? Anzitutto, che non esisterebbe alcuna relazione tra (più) deficit e crescita, anzi l’economia tedesca è riuscita a fare meglio di quasi tutte le altre europee con conti pubblici in attivo per 4 anni sui 5 esaminati e con un bilancio praticamente in pareggio nel restante 1. Secondariamente, che per stimolare la crescita in Italia servirebbe un deficit relativamente elevato, circa oltre 2,5 volte quello necessario in Francia, a conferma che, superati certi limiti, il maggiore debito pubblico non avrebbe quasi più effetti positivi sul pil.

Il deficit limite al 3% sarà stupido, ma anche criticarlo non è intelligente 

Richiedere ulteriori dosi di flessibilità fiscale alla Commissione europea non sarebbe sbagliato in sé, purché essa venga impiegata per realizzare quelle riforme economiche di stimolo della crescita nel medio-lungo termine. E l’Italia deve recuperare quel “gap” di circa l’1% all’anno che ci separa dalla media dell’area. Poiché ci serve abbattere la pressione fiscale su imprese e lavoratori, la burocrazia elefantiaca e aprire al mercato ogni comparto produttivo e professionale, oltre che aumentare gli investimenti per le infrastrutture, a Bruxelles dovremmo presentarci con un piano che vada in tal senso, chiarendo che non essendo possibile sin da subito trovare le coperture per intero ed essendo urgente che la crescita italiana acceleri per ragioni anche di tenuta sociale, i commissari dovrebbero mostrarsi flessibili sui vincoli di bilancio a breve, pur nel rispetto del deficit massimo del 3%, ma in attesa che venga attuato un piano di risparmi pluriennale, partendo dall’aggressione alla spesa pubblica inefficiente, come quella legata alla Pubblica Amministrazione.

Entro i prossimi 3-4 anni andrà in pensione una percentuale elevata di dipendenti pubblici, occasione fin troppo ghiotta per ridurne il numero laddove fosse possibile e senza nemmeno creare alcun dramma sociale. Certo, se il ministro Giulia Bongiorno annuncia solo per il 2019 450.000 assunzioni, sembra evidente che le intenzioni del governo siano altre. Non vorremmo che i pentastellati vogliano ripercorrere le orme della vecchia Dc, che al sud ha consolidato per mezzo secolo il consenso con assunzioni di massa nella P.A., spesso inutili ai fini dei servizi erogati e dannosi sotto il profilo della sostenibilità fiscale. Abbiamo bisogno urgente di crescere rimettendo in carreggiata il settore privato, non di distribuire mance attraverso il pubblico.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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