BCE, Weidmann si candida per il dopo Draghi. Rischio divisioni con una crisi ravvicinata

Il successore di Mario Draghi alla BCE sarà un tedesco? Le previsioni dicono di sì. Ecco cosa cambierebbe con la Bundesbank a guidare la politica monetaria nell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il successore di Mario Draghi alla BCE sarà un tedesco? Le previsioni dicono di sì. Ecco cosa cambierebbe con la Bundesbank a guidare la politica monetaria nell'Eurozona.

Jens Weidmann non esclude una sua candidatura a successore di Mario Draghi come governatore della BCE. In un’intervista pubblicata sabato scorso da Funke Mediengruppe, l’attuale capo della Bundesbank ha dichiarato di credere che “ogni membro del consiglio dei governatori dovrebbe avere la buona volontà di contribuire alla politica monetaria anche da ruoli diversi”. Pur giudicando prematuro il dibattito sulla successione, dunque, il tedesco praticamente ha aperto le danze sull’investitura di cui i governi dell’Eurozona discuteranno verosimilmente solo dalla primavera prossima. Il mandato di Draghi scade, infatti, alla fine di ottobre dell’anno prossimo. La Germania non ha mai guidato l’istituto, che dalla nascita ha avuto tre governatori: l’olandese Wim Duisenberg (1999-2003), il francese Jean-Claude Trichet (2003-2011) e, appunto, l’italiano Draghi dal novembre 2011.

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Mai come adesso, la successione alla guida di Francoforte assume un significato pregnante sul piano del futuro dell’Eurozona. Se nel 2011, quando fu nominato Draghi, la disputa tra gli stati dell’area era prettamente sulla nazionalità a cui spettasse guidare l’istituto e le ragioni “ideologiche” restavano ancora sullo sfondo, stavolta sono proprio queste ultime a prevalere nel dibattito sull’individuazione del nuovo governatore. E lo scontro è tutto tra sostenitori della linea accomodante e custodi dell’ortodossia monetaria. I primi sono i capi di stato e di governo del sud, i secondi quelli del nord, tra cui spicca la potente Bundesbank.

La Germania avverte la necessità di rassicurare l’opinione pubblica tedesca sul mantenimento del progetto originale dell’euro, che ad avviso dei tedeschi sarebbe deragliato con l’italiano e le sue stamperie. Ora, il punto è proprio questo: cosa accadrà, una volta che Draghi dovesse essere succeduto da un Weidmann? In teoria, il passaggio non sarebbe così traumatico come pensiamo. Da qui ai prossimi 18 mesi, la BCE sarà già uscita dal piano di stimoli monetari, noti come “quantitative easing”, e se l’inflazione nell’Eurozona dovesse salire verso il target, avrà anche iniziato ad alzare i tassi, verosimilmente partendo da quelli negativi imposti sui depositi overnight, oggi al -0,4%. Dunque, la stretta sarà stata avviata e chicchessia potrà semmai gestirla in maniera meno graduale di come farebbe Draghi, alzando i tassi più velocemente.

Falchi e colombe allo scontro in caso di crisi

Come stiamo verificando anche con la Federal Reserve in questi mesi, le previsioni di una stretta più o meno a passi più rapidi spingono i mercati a bruschi “sell off” di Treasuries e ad apprezzare il dollaro a tal punto, che gli stessi investitori si convincono successivamente della necessità per il governatore Jerome Powell di mostrarsi prudente per non intaccare la crescita economica americana. Lo stesso accadrà nell’Eurozona, dove anche un governatore tedesco monitorerebbe la forza dell’euro per evitare che impatti negativamente sull’economia, pur senza mai ammetterlo. In altre parole, fino a quando l’area cresce, i tassi saliranno gradualmente (un po’ meno con Weidmann) e le reali differenze con una gestione monetaria accomodante “all’italiana” si noteranno relativamente poco.

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I problemi arriverebbero con un’eventuale frenata della ripresa del pil. Cosa accadrebbe, ad esempio, se l’economia nell’area iniziasse a rallentare sotto l’1% su base annua? Qui, entrerebbero in gioco le variabili “ideologiche” di cui dicevamo. Un Draghi vi vedrebbe la necessità di mantenere accomodante la politica monetaria sull’assunto che l’inflazione centrerebbe difficilmente il target in un contesto economico poco dinamico o avverso. Diversamente, Weidmann continuerebbe probabilmente ad alzare i tassi, non segnalando ai mercati un ripensamento della sua strategia. Le strade tra “falchi” e “colombe” si dividerebbero, anche perché i primi, nel caso di recessione accompagnata da prezzi stagnanti o persino in calo, difficilmente attuerebbero misure non convenzionali, come il QE di questi anni. Più vicina nel tempo arrivasse una crisi, maggiori le distanze tra i due fronti, dati i livelli ancora bassi dei tassi, che limiterebbero il raggio di manovra del board, in presenza del rispetto dell’ortodossia monetaria.

I tedeschi a capo della BCE contrapporrebbero al fronte espansivo del sud un’argomentazione forte: senza una stretta decisa, l’istituto non disporrebbe di munizioni sufficienti da utilizzare nel caso di bisogno, posto che, a differenza di Draghi, non si spingerebbero a tagliare i tassi sotto lo zero o ad acquistare assets sul mercato secondario per iniettare liquidità. Dunque, un Weidmann governatore avrebbe tutta la necessità di massimizzare l’operato restrittivo fino al punto in cui non si notassero evidenti minacce deflattive. Per l’Italia, le implicazioni sarebbero notevoli: la BCE non escluderebbe periodi più o meno lunghi di bassa inflazione, anche se sotto lo stesso Draghi li viviamo da circa 5 anni. E né le eventuali preoccupazioni per un cambio euro-dollaro troppo forte impensierirebbero eccessivamente Francoforte, considerando che 10 anni fa, quando al timone dell’istituto vi era il francese Trichet, esso era arrivato a 1,60. In sostanza, le divisioni emergeranno nel caso di rallentamento o di recessione economica. Allora, percepiremmo la reale differenza di impostazione tra un falco e una colomba. E le decisioni quasi sempre unanimi del board di questi anni potrebbero diventare un ricordo.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari