BCE, spagnolo De Guindos verso la vice-presidenza: cosa significa per l’Italia?

Sarà uno spagnolo il vice di Mario Draghi alla BCE. Francia e Germania fanno asse e iniziano la spartizione delle cariche. Per l'Italia, esclusione dai giochi?

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Sarà uno spagnolo il vice di Mario Draghi alla BCE. Francia e Germania fanno asse e iniziano la spartizione delle cariche. Per l'Italia, esclusione dai giochi?

Sarà lo spagnolo Luis de Guindos il successore del portoghese Vitor Constancio alla vice-presidenza della BCE, carica in scadenza a maggio. Il rivale in corsa Philip Lane si è ritirato e non essendoci altri candidati, quasi certamente tutti i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo convergeranno sull’unico nome rimasto in corsa, sostenuto dall’asse franco-tedesco e, in particolare, da Berlino. L’attuale ministro delle Finanze di Madrid si era candidato a dicembre anche al ruolo di presidente di Eurogruppo, che è andato al portoghese Mario Centeno, insediatosi proprio il mese scorso. Di fatto, la nomina rappresenta una sorta di risarcimento per la Spagna, che oggi come oggi non controlla alcuna carica di peso nelle istituzioni comunitarie, pur essendo la quarta economia dell’unione monetaria. A differenza di Lane, attuale governatore centrale di Dublino, de Guindos non vanta un curriculum accademico, essendo stato un banchiere e oggi al governo conservatore di Mariano Rajoy.

Per eleggere il vice di Mario Draghi serve il via libera di 14 membri su 19 dell’Eurogruppo, in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione dell’area. Non vi era un consenso così solido per alcuno dei due candidati e il ritiro di Lane è avvenuto per rendere meno lacerante il processo di nomina del numero due dell’istituto, in attesa che tra tra poco più di 20 mesi s’insedi anche il successore di Draghi, il cui mandato scade alla fine di ottobre dell’anno prossimo.

L’Italia è stata sulle sue fino all’ultimo, lasciando trapelare dopo mezzogiorno una certa incertezza “tattica” su chi sostenere, stando alle parole del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. In effetti, la Spagna ci ha votato contro nella scelta della sede per l’Agenzia del Farmaco, assegnata ai sorteggi ad Amsterdam, peraltro nemmeno pronta ad accogliere gli uffici dell’ente sin dall’anno prossimo. Ma la questione va oltre la semplice possibile ritorsione contro il “tradimento” di Madrid. Per quasi un automatismo ufficioso, quando la seconda carica di un’istituzione come la BCE va a un esponente del Sud Europa, quella principale spetta a un esponente del Nord e viceversa. Non è detto che accada sempre, se è vero che oggi abbiamo Draghi e Constancio, entrambi del Sud Europa, rispettivamente governatore e vice di Francoforte.

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Primo test per asse franco-tedesco

Tuttavia, dopo otto anni di Draghi e non avendo mai ottenuto la poltrona più ambita dentro all’istituto, la Germania con l’assegnazione della vice-presidenza alla Spagna allunga le mani sulla successione, attraverso un accordo con la Francia, la quale evidentemente verrà compensata con una qualche altra carica non meno importante, tra Commissione europea e presidenza dell’Europarlamento, oggi rispettivamente in mano all’italiano Antonio Tajani e al lussemburghese Jean-Claude Juncker. E una di queste cariche, a dire il vero, potrebbe richiedere un rinnovo ben più immediato di quanto non si pensi, nel caso in cui il centro-destra vincesse le elezioni politiche in Italia tra meno di due settimane e indicasse uno tra Tajani e Draghi come premier, secondo uno scenario che sta prendendo piede nei corridoi della politica romana.

Se da un lato la Germania non vedrebbe l’ora di piazzare il suo governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, a capo della BCE, dall’altro necessita di tempo per raggiungere il consenso necessario tra i vari governi, ad oggi apparentemente insufficiente. Weidmann è fautore di una politica monetaria molto meno accomodante, che nel concreto significherebbe fine del “quantitative easing” e tassi più alti. Ciò non fa piacere alla stragrande maggioranza dei governi, specie al sud, in quanto una linea più restrittiva provocherebbe un aumento dei costi per rifinanziare i debiti in scadenza e, quindi, un deterioramento dei conti pubblici, con la necessità di tagliare altre voci di spesa o di reperire nuove entrate, entrambi provvedimenti poco sostenibili sul piano politico. Nessun problema per la Germania, invece, dove dal 2014 il governo riesce a chiudere il bilancio in attivo.

Prima di ipotizzare tale scenario, però, vale la pena notare come quello di oggi sia stato il primo test per il rinnovato asse franco-tedesco sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Insieme con la cancelliera Merkel, il giovane inquilino dell’Eliseo punta a gestire la transizione verso la nuova Europa, con riforme annunciate sull’architettura istituzionale dell’Eurozona e quell’integrazione politica in forma di maggiore condivisione di rischi sovrani e bancari, di cui Berlino non vorrebbe sentire nemmeno parlare, ma che pure sono considerate priorità dai partner della Grosse Koalition della Merkel, i socialdemocratici dell’SPD. E’ in atto sotto i nostri occhi la spartizione delle cariche europee che contano tra Francia e Germania, con la prima forse a gestire dalla fine dell’anno prossimo le finanze (Commissione UE) e la seconda la moneta (BCE) o viceversa. E non aspettiamoci una Parigi accomodante con Roma in nessuno dei due casi, visto che l’asse franco-tedesco si reggerebbe su una linea precisa e non già su una mera divisione di poltrone. E l’Italia rischia di rimanere a mani vuote e isolata.

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