BCE, Draghi sotto pressione sui tassi e l’ombra di un 2011 pesa nell’ora delle scelte

La BCE dovrebbe alzare i tassi prima del previsto per una parte del board. Mario Draghi è sotto pressione nell'ultimo anno di mandato. Rischia di concluderlo commettendo lo stesso errore del predecessore.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE dovrebbe alzare i tassi prima del previsto per una parte del board. Mario Draghi è sotto pressione nell'ultimo anno di mandato. Rischia di concluderlo commettendo lo stesso errore del predecessore.

Il governatore austriaco Ewald Nowotny ha dichiarato ieri di essere dubbioso sul fatto che i tassi nell’Eurozona possano restare così bassi a lungo, sostenendo la necessità, in particolare, di iniziare ad alzare quelli sui depositi overnight dal -0,4% attuale al -0,2%. In generale, si è appellato all’istituto, affinché avvii la stretta monetaria “più velocemente” di quanto sinora comunicato. Allo stesso tempo, due altri membri del board di Francoforte, Benoit Coeuré e Peter Praet, ritengono che la BCE debba preparare i mercati con maggiori certezze sui tempi della svolta, attraverso la comunicazione delle condizioni economiche alle quali i tassi verranno alzati. All’ultimo board del 13 settembre scorso, il governatore Mario Draghi aveva ribadito che i tassi rimarranno fermi “fino all’estate dell’anno prossimo” e che il “quantitative easing” sarà azzerato dopo la fine di quest’anno.

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In questi mesi, il dibattito dentro l’istituto ruota tutto attorno ai tempi. E le opinioni delle due fazioni – “falchi” e “colombe” – rispecchiano interessi nazionali differenti, oltre che strategie di ciascuno per accreditarsi tra i colleghi nell’ottica della successione a Draghi. Come non leggere in quest’ottica, ad esempio, le parole proprio di Nowotny, in sé personaggio sui generis, non nuovo a repentini cambi di opinione e tra i papabili a guidare il board dopo Draghi, anche se dovrà probabilmente fare di più per ottenere il placet della Germania, la quale rinuncerebbe alla BCE per prendersi la guida della Commissione europea?

Per quanto a Francoforte tutti abbiano sempre gelosamente rimarcato la propria autonomia di azione rispetto alla Federal Reserve, proprio la stretta americana di tre anni fa sarà studiata ai raggi X dai 19 governatori, i membri esecutivi del board e i funzionari dell’istituto. L’allora governatore Ben Bernanke annunciò nella primavera del 2013 che avrebbe avviato il “tapering” entro la fine di quell’anno, ossia tagliato gradualmente gli acquisti di assets condotti con il QE. Ciò avvenne dal dicembre 2013 e il processo fu completato entro l’anno successivo. Dalla fine degli stimoli al primo rialzo dei tassi USA trascorse un anno. Si dovette aspettare il dicembre 2015 per avere la prima stretta dal giugno 2006. Il secondo rialzo, poi, si ebbe solamente dopo le elezioni presidenziali americane, cioè nel dicembre 2016.

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Il punto è che le condizioni economiche in cui starebbe maturando da qui a un anno l’avvio della stretta nell’Eurozona appaiono peggiori di quelle americane di tre anni fa. Allora, gli USA registravano ancora un’inflazione attorno all’1%, ma in accelerazione verso il target del 2%, tanto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi può ormai dirsi centrato da quasi un anno. E il tasso di disoccupazione risultava sceso sotto il 6%, mentre al secondo rialzo si collocava già a meno del 5%. Considerando che per definizione della stessa Fed, l’obiettivo della piena occupazione si ha con un tasso di disoccupazione in area 4,5%, possiamo affermare che l’America iniziò ad alzare i tassi quando si ritrovò a notare prezzi in ascesa e disoccupazione in calo verso i rispettivi target. Così non può dirsi della BCE. Da noi, non esiste il doppio mandato, ma l’unico compito dell’istituto consiste nel perseguire un tasso d’inflazione di poco inferiore al 2%.

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Ora, per ammissione dello stesso Draghi la crescita economica nell’area sta rallentando, mentre l’inflazione di fondo rimane stabile attorno all’1% e quella generale è stimata dalla stessa BCE sotto il target fino ad almeno il 2020. E la disoccupazione resta sopra l’8%, con punte del 10-11% in Italia, oltre il 20% in Grecia e il 15% in Spagna. Ne consegue che non vi sarebbero le condizioni ideali per mostrarsi restrittivi, anche perché il governatore ha più volte puntualizzato che, pur non essendo la compressione dei livelli di disoccupazione un obiettivo assegnato dallo statuto all’istituto, la crescita salariale impatta sull’inflazione e a sua volta dipende da quella dell’economia. Dunque, un rallentamento della crescita del pil nell’area porterebbe a salari ancora meno dinamici e a raffreddamento delle stesse aspettative di inflazione. Il rischio che si ripeta un 2011 è elevato. Allora, la BCE alzò i tassi nella primavera e precedendo di poche settimane l’esplosione della crisi dello spread, che quasi portò al collasso dell’euro. Stavolta, non andrebbero minimizzate le tensioni commerciali nel mondo, non fosse che per il fatto che l’Eurozona sia un’economia complessivamente esportatrice, Germania e Italia in testa.

La verità è che se da un lato tutti si rendono conto dei rischi insiti nell’avvio di una stretta prematura, altrettanto preoccupante appare l’assenza di strumenti con cui combattere una crisi nel caso arrivasse da qui a qualche anno. Bisogna alzare i tassi e azzerare gli stimoli per avere qualche cartuccia da sparare all’occorrenza. Dopo l’errore del 2011 commesso da Jean-Claude Trichet, Draghi ebbe modo di riparare con le aste Ltro prima e il varo del QE dopo, nel frattempo azzerando i tassi. Adesso, chi arrivasse dopo di lui troverebbe la cassetta degli attrezzi vuota e, a meno di immaginare operazioni semi-fantasiose come l’“helicopter money”, resterebbe poco da fare. Senonché, alzare i tassi senza che tutte le 19 economie dell’area siano pronte rischia di anticipare i tempi della stessa crisi.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, quantitative easing, stimoli monetari