BCE: Draghi per ora non cambia politica, ma svolta vicina e per l’Italia suona male

La BCE di Draghi non altera la politica monetaria espansiva, ma iniziano ad arrivare segnali sulla fine prossima delle condizioni da sogno su cui sinora si è adagiata l'Italia.

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La BCE di Draghi non altera la politica monetaria espansiva, ma iniziano ad arrivare segnali sulla fine prossima delle condizioni da sogno su cui sinora si è adagiata l'Italia.

Nessuna novità dal board di ieri della BCE, come da attese. In conferenza stampa, il governatore Mario Draghi ha letto il comunicato ufficiale, che conferma in toto la politica monetaria degli istituti: i tassi resteranno al livello attuale “a lungo e ben oltre la fine degli acquisti di assets” realizzati con il “quantitative easing”. E questi restano fissati a 30 miliardi al mese fino al settembre prossimo “o oltre”, salvo che non si renda necessario un loro potenziamento.

Se all’uscita del comunicato, il cambio euro-dollaro era rimasto quasi invariato intorno a 1,24, a poco più di metà discorso di Draghi sfiorava 1,25, guadagnando tre quarti di punto percentuale su base giornaliera. Nel frattempo, i rendimenti sovrani salivano all’1,96% per il decennale italiano e allo 0,63% per il Bund tedesco, in crescita rispettivamente di 5 e 4 punti base. Lo spread BTp-Bund si espandeva, quindi, di appena 1-2 punti a 133-4 bp, rimanendo circa 53 bp al di sotto dei livelli di apertura di questo mese e sostanzialmente tornando ai livelli pre-crisi del 2010-2011. (Leggi anche: BCE, Draghi finirà il mandato con una vittoria mascherata da sconfitta)

In questi pochi dati, notiamo un elemento positivo: il mercato non sta fuggendo dalla periferia europea, colpendo ancora poco e in maniera sostanzialmente equanime tutti i bond. Da qui, gli spread inalterati. Tuttavia, vale la pena rammentare che il costo del debito pubblico, contrariamente a certe ricostruzioni giornalistiche, lo si misura sulla base del livello dei rendimenti e non dello spread. Se, per ipotesi, i BTp a 10 anni rendessero 100 punti in più e i Bund +150, lo spread tra i due titoli scenderebbe di 50 punti, ma il costo per rifinanziare il nostro debito salirebbe.

Detto ciò, sarebbe scorretto alimentare allarmismo sulle condizioni attuali dei mercati finanziari, che continuano ad apparire un sogno, se confrontate con quelle di qualche anno fa. I rendimenti di tutti gli stati dell’Eurozona, inclusi quelli della Grecia, sono molto bassi, la frammentazione interna all’area si è notevolmente ridotta e l’euro resta più debole di quando Draghi iniziò ad ipotizzare stimoli monetari nel 2014 e scambiava a quasi 1,40 contro il dollaro.

Adagiarsi su queste cifre, però, sarebbe un errore molto grossolano. Il petrolio, infatti, sta risalendo e ieri il Brent ha oltrepassato i 71 dollari al barile, mettendo a segno un rialzo annuale del 28%, nettamente superiore al +17% nel frattempo guadagnato dal cambio euro-dollaro.

Tassi, petrolio ed euro

Sembra improbabile che le quotazioni del greggio continuino a crescere ulteriormente, allontanandosi troppo dai livelli attuali, anche perché al momento sarebbero perlopiù sostenute dall’indebolimento del dollaro, sceso mediamente ai minimi da fine 2014 contro le altre valute. Tuttavia, tra caro greggio e crescita economica più vigorosa delle attese, i rischi per l’inflazione aumentano. Lo stesso Draghi ha affermato ieri che potrebbero esservi sorprese positive sul fronte della crescita, mentre i rischi globali appaiono al ribasso. Se tutto ciò dovesse surriscaldare le aspettative sui prezzi, la BCE sarebbe costretta ad agire più velocemente di quanto sinora ipotizzato, anche se un rialzo dei tassi per quest’anno appare un’ipotesi altamente improbabile.

Attenzione, però, perché prima o poi si arriverà a questo punto e per l’Italia, in particolare, segnerà la fine della lunga fase di tregua sui mercati: il rincaro del greggio stimolerà l’inflazione e il rialzo atteso dei tassi rafforzerà il cambio. In poco tempo, verranno meno i tre fattori su cui poggia la crescita nell’Eurozona, ovvero mini-barile, tassi bassi ed euro debole. Sarà complicato per tutti, ma specie per le economie più indebitate, che oltre al rallentamento della crescita per via di consumi ed esportazioni verosimilmente colpiti, dovranno fare i conti con un aumento dei costi per rifinanziare il debito pubblico, restringendo i margini fiscali e richiedendo possibilmente finanche politiche di spesa restrittive. (Leggi anche: Come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

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