BCE, Draghi finirà il mandato con una vittoria mascherata da sconfitta

La BCE ha alzato ancora le stime sulla crescita economica nell'Eurozona, mentre ha confermato che non raggiungerà il target d'inflazione nemmeno al 2020. Ma è una vera sconfitta per Draghi?

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La BCE ha alzato ancora le stime sulla crescita economica nell'Eurozona, mentre ha confermato che non raggiungerà il target d'inflazione nemmeno al 2020. Ma è una vera sconfitta per Draghi?

Nessun rialzo dei tassi, com’era ovvio, né nuove sul “quantitative easing”, che già sappiamo dallo scorso ottobre essere stato esteso di nove mesi al settembre dell’anno prossimo, pur al ritmo dimezzato di 30 miliardi mensili da gennaio. L’ultimo board della BCE è stato, come da attese, un “non evento”, per utilizzare un’espressione in voga negli ambienti finanziari. In effetti, l’unica cosa che contava ieri era conoscere le nuove proiezioni macroeconomiche di Francoforte per l’Eurozona e che per la prima volta riguarderanno anche il 2020. Ci sono notizie positive, perché per la quinta volta consecutiva sono state migliorate le stime sul pil per il 2017, atteso in aumento del 2,4%. Un anno fa, ci si aspettava una crescita poco più della metà, ovvero dell’1,4%. Rispetto al settembre scorso, siamo a +0,2%. E ancora più netto sarebbe il miglioramento per l’anno prossimo, quando la crescita dovrebbe solo leggermente affievolirsi al +2,3% dal +1,8% atteso a settembre. Bene anche il 2019 con un +1,9% dal +1,7% e nel 2020 vi sarebbe sì un rallentamento, ma al non troppo deludente +1,7%. (Leggi anche: Quantitative easing sta per finire, cosa succederà adesso?)

Passando all’inflazione, stabili le attese per quest’anno al +1,5%, mentre per l’anno prossimo le stime vengono riviste al rialzo, passando dall’1,2% all’1,4%, risalendo all’1,5% nel 2019 (stabile) e all’1,7% nel 2020. Teniamo subito a precisare che, guardando alla storia delle previsioni della BCE, quelle a medio-lungo termine lascerebbero il tempo che trovano. Qui, tuttavia, vale il segnale che l’istituto ha inteso ieri lanciare ai mercati e agli stessi governi: la crescita economica si starebbe consolidando, pur su livelli non entusiasmanti, ma persino in accelerazione rispetto al periodo pre-crisi, mentre l’inflazione tende a ristagnare sotto il target.

Draghi non centrerà target d’inflazione?

Considerando che il mandato del governatore Mario Draghi scadrà alla fine di ottobre del 2019, questi numeri, se fossero confermati, indicherebbero due cose: che l’italiano sarebbe riuscito a portare l’Eurozona fuori dalle secche della sua peggiore crisi dal Secondo Dopoguerra; che avrebbe fallito nell’obiettivo di fare risalire l’inflazione al target “vicino, ma inferiore al 2%”. Non solo, Draghi potrebbe essere il primo banchiere centrale al mondo a completare un intero mandato senza avere mai alzato i tassi. Le previsioni degli analisti interpellati da Bloomberg prima del board di ieri erano per un aumento dei tassi overnight agli inizi del 2019 dall’attuale -0,4% e solo nella seconda parte dell’anno anche di quelli di riferimento, oggi fermi a zero.

Il quadro delle stime fornito da Draghi in conferenza stampa ci porta a dubitare che egli sia in grado di alzare i tassi prima di andarsene, perché se l’obiettivo unico formalmente perseguito dalla BCE resta quello dell’inflazione di poco inferiore al 2%, esso verosimilmente non verrebbe raggiunto in maniera stabile sotto il suo mandato. E difficile sarebbe immaginare che l’ultimo atto di un governatore in scadenza sia l’avvio di una stretta monetaria, che per le condizioni e i tempi in cui avverrebbe, sarebbe storica e tale da indurre alla prudenza.

Sul piano strettamente formale, per Draghi dare l’addio alla carica senza avere centrato il target d’inflazione da circa sei anni e mezzo (la crescita tendenziale dei prezzi è sotto l’obiettivo dall’inizio del 2013) non sarebbe un successo da esibire, in quanto segnalerebbe l’incapacità dell’istituto, retto dalla sua persona dalla fine del 2011, di mantenere fede all’impegno di perseguire la stabilità dei prezzi, intesa per statuto nell’accezione di cui sopra. Ma il fallimento è solo di facciata. In primis, perché Draghi è e probabilmente resterà in buona compagnia su questo fronte. Con la parziale eccezione degli USA, dove pure la Federal Reserve si mostra frustrata per un tasso d’inflazione non stabilmente intorno al target del 2%, in quasi tutte le altre economie avanzate le banche centrali non riescono a centrare tale obiettivo, dalla Svizzera al Giappone. (Leggi anche: Bassa inflazione incubo banche centrali, si dovranno rassegnare?)

Bassa inflazione aiuta l’economia debole

Andando alla sostanza, bassa inflazione significa conservazione del potere di acquisto dei redditi. E se consideriamo che un po’ di crescita starebbe attecchendo stabilmente nell’area, per le famiglie sarebbe uno scenario complessivamente abbastanza positivo, l’optimum, che nel linguaggio economico anglofono prende il nome di “goldilocks”. Vero, la bassa inflazione sarebbe a sua volta il riflesso di dinamiche non positive, cioè di consumi e investimenti poco vivaci, nonché di una disoccupazione ancora alta in alcune economie, come Spagna, Grecia e Italia, in particolare. Tuttavia, essa quanto meno minimizza le sofferenze delle classi sociali più in difficoltà, disoccupati in primis, garantendo la tenuta dei redditi reali e per tale via sostenendo i consumi nel medio termine.

Draghi non potrà mai rivendicare tale merito, perché l’assurdità delle banche centrali odierne vuole che un’inflazione intorno al 2% debba essere raggiunta a presidio della stabilità dei prezzi, senza tenere conto che l’inflazione in sé implica conseguenze negative per chi la patisce e che in un’economia stagnante o in debole crescita, sarebbe più che preferibile che si tenesse più bassa possibile per non aggravare le difficoltà sociali. Per non parlare del fatto che la bassa inflazione potrebbe essere diventato un fenomeno strutturale e andrebbe forse inquadrato in un andamento storico di lungo periodo, che coinvolge il progresso tecnologico e la globalizzazione come fattori frenanti la crescita dei prezzi. La “goldilocks” che Draghi ieri prevede di lasciarci in eredità sarebbe un successo, non una sua sconfitta, anche se egli per primo dovrà fingere costernazione. (Leggi anche: Goldilocks economy, ripresa senza slancio)

 

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